26 Settembre 2003 sesta feira(mercoledì a São Paulo)

Partenza alle 7,30 per andare in centro (mínimo due ore) all’appuntamento con Gianfranco, uno dei responsabili dell’Arsenale della Speranza che si trova vicino alla stazione metró Bresser, rua Almeida Lima 900. All’uscita dal metró chiedo ad un venditore ambulante informazioni e lui mi indica con decisione la strada. Avevo intuito che fosse una cosa conosciuta, poi mi sono reso conto del perché.
Arrivo di fronte ad un portone verso le 9,40, non c’é campanello, si batte la porta, mi fanno entrare e dopo la consueta identificazione mi fanno accomodare alla reception.
Mentre entro resto colpito dai vari edifici e dal grande cortile che si trova all’interno e dall’onda di pietra che separa il marciapiede dall’erba. Sapevo che la ristrutturazione di tutta l’area era stata progettata dalla moglie di Paolo, Eneida che è archiettto e volevo capire la sua impronta. Entro nella reception e subito vedo l’armadio con le bandiere e le magliette del Sermig.
La cosa che non mi dovevo dimenticare era quella di comprare una bandiera della pace che sapevo con sicurezza che qui la potevo trovare. L’ho subito comprata perché dovevo sostituire la bandiera della pace che avevo regalato alla inaugurazione della casa Helder Câmara. Sapevo che lì non l’avrebbero mai esposta, in qunato, da queste parti è la bandiera dei gay.
Dopo un po’ arriva Gianfranco, un uomo sui 45 anni, uno dei due italiani responsabili dell’Arsenale. Mi racconta che la serie di edifici che vedevo era la vecchia “Hospedaria dos Immigrantes”, dove all’inizio del secolo passato sono passati milioni di immigranti per sostituire gli schiavi nelle fazendas e operai nelle fabbriche (tra cui molti Veneti). Si parla di 5 milioni o piú di immigranti e la maggioranza erano italiani. Dilvo Peruzzo mi ha detto che a São Paulo ci sono piú di due milioni di italiani tanto da farla diventare la seconda o la terza cittá italiana nel mondo.
L’Arsenal da Esperança é stato fondato nel ’96 grazie ad un accordo con l’ufficio per l’assistenza e lo sviluppo sociale dello Stato di São Paulo.
Dopo la ristrutturazione é diventato un luogo di accoglienza e a tutt’oggi dormono 1150 uomini. L’edificio per le donne deve ancora essere sistemato. Mi diceva che una persona puó dormire li per un período massimo di sei mesi, poi deve cercare una nuova sistemazione. Alla domanda come si faceva a gestire un numero cosi grande di persone lui mi spiegava come nel tempo hanno creato un sistema computerizzato. Quando una persona entra, la condizione é che deve avere i documenti, se non li ha, lo aiutano ad ottenerli. Viene schedato e gli viene dato un cartoncino con la foto e un numero che corrisponde al numero e al suo armadietto. A voi puó sembrare strano ma tante persone, specie bambini, non sono registrati all’anagrafe, perché costava; adesso l’iscrizione é diventata gratuita.
Ho visto il grande salone adibito ale conferenze, per vedere la televisone (proiettata su tela) e per giocare. Ho visto le grandi sale dove dormono 150 persone. Queste sale hanno in progetto di trasformale in tante stanze dove possono dormire 4 o 6 persone. Dopo ho visitato la sala da pranzo.
L’altra grande attivitá che svolge l’Arsenale é il “Bom prato”(buon piatto) cioé la mensa popolare. Qui la gente puó venire a pranzare o cenare per 1 real (0,30 euro)
Questa iniziativa esiste anche a Rio dove é organizzata dalla prefettura, di lato dellá stazione Central do Brasil. Questa idea é nata in São Paolo. La gente paga un real e la prefettura paga 1,5 reais. Potete immaginare cosa significa preparare da mangiare due volte al giorno per mille o piú persone e poi pulire le gavette di tutti.
Sulla parete di questo grande salone stava scritto: “350 kg di cibo buttato via”. Gianfranco mi diceva che stanno educando perché la gente non butti via il cibo. Io, meravigliato, gli chiedo come é possibile e lui mi risponde che alcuni, dato che pagano 1 real, si sentono in diritto di prendere cose che non mangiano. Dopo la sala da pranzo visito la lavanderia. La lavanderia non funziona gratis e per far pagare la gente hanno inventato un costo senza denaro e cosí anche per vedere un film o altro. Lavare costa 5 lattine vuote, il film altre 5. Questa è stata una sorpresa per me, la vedo una buona idea di trovare forme di pagamento per gente che non ha denaro e per educare al costo delle cose.
Gianfranco mi ha mostrato anche l’edificio dove si fa il corso di alfabetizzazione, alcuni corsi professionali, la sala di infermeria.
Le persone quando arrivano all’arsenale incontrano anche un luogo dove essere aiutati sotto vari aspetti. Qualcuno di loro riesce anche a rimanere a lavorare, massimo per due mesi e vengono pagati 450 reais. Mi diceva che qualcuno di loro ha raccolto i soldi per tornare a casa. Questa gente che viene ospitata all’arsenale é gente senza lavoro o con una storia di fallimenti (Gianfranco mi diceva che ci sono dottori, maestri, avvocati che hanno perso il lavoro) e soprattutto gente che é venuta a cercare lavoro ma non lo ha trovato. Mentre Gianfranco mi portava in giro continuamente gente veniva a parlare con lui su come organizzare questa o quella cosa. Lui mi diceva che il lavoro é molto, che ci sono tanti volontari specialmente il fine settimana, ma la quotidianitá impegna soprattutto i responsabili.
La comunitá del Sermig in Brasile ha fondato l’ASSINDES-SP (ASSociazione INternazionale per lo sviluppo – núcleo di São Paulo) nel 1990 e ha lavorato per alcuni anni alla Mooca con il progetto Casa Vida (quello degli adolescenti seriopositivi) e da quell’esperienza poi si é creata la possibilita di fondare l’Arsenale.
Non mi fermo a parlare della spiritualitá e del metodo di lavoro, chi fosse interessato puó guardare sul sito del Sermig.
Verso le 11 e 30 saluto Gianfranco ed esco dall’Arsenale. Sulla porta si stava formando la fila per il pranzo.
L’impressione dell’Arsenale che ho avuto é quella di una grande realtá, che ha bisogno di grandi mezzi per funzionare. È un punto di accoglienza, risponde ad una necessita del momento, aiuta le persone ad incontrare dei mezzi per vivere, ma non va ad intaccare i problemi e a cambiare la situazione. Una grande opera di caritá classica anche se con un volto moderno.
Il successivo appuntamento l’avevo vicino alla stazione LUZ in rua Djalma Dutra, numero 70, alle 13,30. Sono arrivato in anticipo e sono andato a mangiare qualcosa. Verso le 13,20 mi presento davanti a questo edifício (piuttosto malandato) con una grande scritta”Centro di difesa dei Bambini – prefettura di São Paulo”. Mi accoglie Maria Cecília la coordinatrice del centro. Alla mia domanda di meraviglia sulla scritta sopra l’ingresso lei mi risponde che é stata la prefettura a volerla, ma non corrisponde alla veritá perché A.A. Criança (associazione di appoggio alle bambine e bambini della area Sé ) é una ONG, la prefettura aiuta solo con una assistente sociale. Lei e gli operatori erano abbastanza irritati per questo comportamento della prefettura, ma é una comune maniera dei politici di farsi pubblicitá.
In questa sede funziona il SEDECA (centro di difesa dei diritti del bambino e dell’adolescente).
Cecília mi spiega che loro sono 13 persone e che il loro lavoro é prima di tutto giuridico, che significa seguire molti giovani che sono internati nelle FEBEM (cioè un carcere minorile) e informarli sui loro diritti e aiutarli nel rapporto con le famiglie.
Molti di questi giovani sono conosciuti sulla strada, la polizia li prende e li porta alla Febem, cosi loro vanno a trovarli e seguono i casi.
Poi si dedicano al servizio sociale cioé regolarizzare documenti, accompagnare dal medico o dal dentista, cercare un alloggio per adolescenti, visite domiciliari, orientamento psicologico, fornire la cesta básica (cioè una quota base di alimenti: del riso dei fagioli, dell’olio…).
Non manca il lavoro sulla strada. Di sera o di notte vanno a conoscere gli adolescenti, portano da mangiare, li invitano a venire alla sede per partecipare delle attivitá (due volte la settimana) o lavarsi e cambiare i vestiti.
Quindi l’accompagnamento socio familiare, per tutte quelle adolescenti di strada che sono diventate mamme e sotto la spinta della maternitá sono uscite dalla strada ed ora sono alloggiate o in case della prefettura o in case private nella periferia di São Paulo. Seguono 60 famiglie e 153 bambini.
E? presente l’officina pedagogica che é il laboratório (una piccola stanza) dove fare dei piccoli lavoretti.
E non può mancare il progetto “bem comer” (mangiar bene) che é un cucina che prepara il piatto pronto per le mense popolari.
Cecília mi parla del problema della droga e in particolare del crack che qui a São Paulo é molto usato (tanto che la gente ha battezzato il quartiere Crackolandia) e della realtá dei cortiços (abitazioni collettive di famiglie povere) tipiche della cittá. Mi diceva anche che il quartiere Luz é pieno di Boliviani che sono fuggiti dall’Argentina quando é entrata in crisi. Oggi sono poveri, schiavizzati daí connazionali residenti da piú tempo (una situazione analoga dei cinesi da noi).
Cecília poi mi parla del suo ultimo sogno che si é realizzato; fare una casa di recupero per adolescenti che usavano crack, in quanto hanno bisogno di un trattamento specifico. Casa che non esiste a São Paulo. Dei coniugi francesi hanno donato 8 ettari nella regione di Embu e adesso stanno finendo di arredare questa casa che accoglierá 20 adolescenti. Cecília voleva che la vedessi ma io non avevo tempo, anche perché si trova a due ore di macchina dalla cittá.
Dopo quasi due ore sono tornato verso la stazione e le strade hanno tutti negozi monotematici: sono tutti negozi per vestiti da sposa. Non ho mai visto tanti vestiti da sposa in tutta la mia vita come in quella mezzìora. Credo di essere passato davanti a un centinaio di negozi.
Dalla Luz, visto che avevo un po’ di tempo, sono andato alla Praça da Sé. Volevo tanto vedere questa piazza e lo safariz (la fontana) di cui parla Esmeralda nel suo libro. L’uscita della metropolitana é di lato a questa piazza a finaco della la cattedrale in stile gotico. La piazza rettangolare con due file di alberi e ad un fianco la fontana. Distesi ai lati,come immaginavo, uomini e donne ubriachi, più in là, i ragazzi. Mi veniva in mente Esmeralda che andava in questa piazza o nelle vie vicine per rubare o per fare il bagno nell’acqua fredda della fontana. Mi sono fermato di lato ad osservare il via vai di gente e di turisti, cerchi di persone attorno al predicatore o a quello che faceva trucchi di magia, e poi quegli uomini distesi ai lati con dei sacchi sporchi contenenti gli indumenti che si passavano la bottiglia di cachaça (grappa di canna di zucchero).
La polizia di lontano osservava il tutto. Le strade attorno piene di gente, di venditori ambulanti, di compratori di oro vecchio, di scambiatori di moneta. Un mondo che di notte si svuota e si riempie di uomini e ragazzi per dormire.
Dopo uno sguardo pieno di tenerezza a questa piazza, come ad abbracciare tutti i volti e le storie che essa conserva e nasconde, con un sentimento di nostalgia ho ripreso il metró per tornare a São Bernardo. Il giorno dopo altra levataccia per andare in favelas con Paolo ed Edith.