A São Paulo

Settembre 23 e 24 2003

Martedí 23 settembre ho preso l’autobus alle 15,30 alla Rodoviária di Rio per andare a São Paulo. Mi aspettavano 5 ore di viaggio e 429 km. Il viaggio costa dai 43 ai 47 reais. Ci sono tre ditte che fanno questo percorso con partenze quasi ogni 20 minuti. Come vi dicevo il Brasile 30 anni fa ha fatto la scelta del trasporto su strada e questo per favorire l’industria petrolífera e automobilística. Sono state praticamente chiuse tutte le ferrovie funzionanti.
Per me era una occasione per vedere il paesaggio. Dopo aver percorso tutta la baixada fluninense l’autobus ha cominciato a salire fino ad arrivare in cima allá “serra das Araras”. Dopo la salita é stato tutto un passare in mezzo a colline fino al grande piano su cui si trova São Paulo. Ci siamo fermati dopo due ore di viaggio dalle 17,30 alle 18 per la cena presso un ristorante lungo il percorso. L’autostrada per parecchi tratti é a pagamento. Lungo il percorso ho visto tanti nomi italiani stampati sui camion che trasportavano merci e sulle insegne delle ditte, tipo “Trasporti Bertolini”. Lungo il percorso ho letto alcune pagine del libro sulla repubblica brasiliana che parlavano del messianismo come fenomeno sócio culturale degli anni 1910–1920 con tre episodi significativi: Canudos nello stato di Bahia, o Contestado in Santa Catarina e la predicazione di Padre Cícero nel Ceará. Tutti fenomeni che nascono nel contesto di grandi ingiustizie e dal messianismo religioso che annunciava una nuova era. Del paesaggio non ho visto molto perché dopo le 18 é buio. Sono arrivato a São Paulo verso le 21. Dalla rodoviaria si accede al Metró, stazione di Tieté, linea azul. Direzione Jabaquara, dovevo scendere allá stazione Paraiso. E’qui che vive Dilvo Peruzzo la prima persona con cui avevo appuntamento e che mi ospitava. All’uscita dal metró, davanti a me la Chiesa ortodossa e dietro rua Apeninos, a destra si incrocia rua Dr Nicola de Souza Queiroz 194. Non avevo compreso bene la direzione e incrociando la strada ho di nuovo voltato a destra, ma dopo aver fatto 200 metri non incontravo il numero, per cui ho telefonato e la moglie di Dilvo mi ha spiegato la giusta direzione. Sono tornato indietro e ho trovato il numero 194. Davanti a me un grattacielo di 20 piani. Come sempre ti si para avanti un cancello in ferro con guardiola con portinaio. Spiego chi sono (bisogna sempre farsi identificare in ogni luogo) e chi devo incontrare. Telefonata all’appartamento, conferma del mio arrivo e ingresso nel palazzo. Il portinaio mi indica l’ascensore e di premere il bottone del 19mo piano. Arrivato al piano alla porta mi accoglie la moglie di Dilvo, Cecilia Krohling Peruzzo, gentile mi saluta e mi invita a portare lo zaino nella stanza a me riservata. Comprendo che é la stanza del figlio maschio che per ospitarmi hanno spostato nella stanza di una figlia.
Poi si presentano i tre figli di Dilvo e Cecilia: Janina 26 anni, Ernani 24 anni, Maia 19 anni. Sono tre bei giovani alti e robusti e simpatici. L’appartamento prende tutto il piano, é grande ed é ben arredato e curato. La zona Paraíso é una delle zone migliori di São Paulo.
La moglie mi invita a cenare, era giá pronto un bel pasticcio all’italiana che é difficile incontrare e della verdura. Quando inizio a mangiare verso le 22,30 arriva Dilvo di ritorno dall’Universitá dove insegna. Saluti e presentazioni con ricordo dell’incontro lo scorso anno al Fórum Social Mundial. Abbiamo cenato e ci siamo conosciuti meglio. Poi verso le 23,30 siamo andati a letto, ma prima uno sguardo dalla terrazza Del 19° piano sulla cittá. Non si vedeva molto perché era nuvoloso e c’era molto smog. Ma é sempre strano guardare una cittá dal grattacielo. Sapevo che quello che vedevo intorno era nulla, perché come mi spiegava Dilvo la cittá ha 10 milioni di abitanti e la sua periferia ABC (s.André, s.Bernardo, S.Caetano) sono altri 8 milioni, praticamente una cosa mostruosa. L’enormità della metropoli è la cosa che mi ha più impressionato.
Alla mattina verso le otto abbiamo fatto colazione, la moglie era giá andata all’universitá ad insegnare e anche Janina che insegna inglese a dipendenti di alcune ditte.
con Dilvo ho parlato tutta la mattinata. Dilvo Peruzzo é figlio di italiani immigrati in Brasile alla fine del 1800 provenienti dall’altopiano di Asiago e la moglie é figlia di tedeschi anche loro immigrati, sono entrambi professori universitari e provengono dallo stato di Rio Grande do Sul. Dilvo ha insegnato sociologia per 20 anni nell’universitá federale di Vittoria nello stato di Spirito Santo e da alcuni anni si sono trasferiti a São Paulo con i figli. Lui adesso é in pensione ma insegna in una universitá privata (a São Paulo ci sono circa 20 universitá) “metodologia della ricerca”. La moglie, e questa é stata una scoperta interessante, è laureata in comunicazione, é una delle principali esperte nel Brasile di comunicazione popolare, cioé tutte le forme di radio, televisioni, giornali popolari che vogliono unire democrazia e cittadinanza. Lei ha fatto ricerche all’estero e mi diceva che ha giá pubblicato un libro e ne ha alcuni nel cassetto, ma non trova il tempo di scrivere perché insegna metodologia di ricerca e poi segue dei progetti di comunicazione popolare in São Paulo. Una persona sicuramente da valorizzare da chi fosse interessato a questo tema.
Con Dilvo, il dialogo é cominciato con la mia domanda sulla realtá brasiliana, sui fenomeni positivi che i suoi occhi di sociólogo vedono. Lui ha iniziato con evidenziare la crescita del fenomeno del Volontariato. In questo tempo (lo avevo notato anch’io a Rio ) sono cresciute tante associazioni e gruppi di volontari nel campo del sociale. La causa certamente dipende dalla realtá política che non risponde agli appelli della societá, dal bisogno di fare qualcosa da parte della classe media, dal bisogno di tanti di sentirsi utili. Dal di fuori io comprendo che é un fenomeno ambíguo, polarizzato sulla classe media, che spesso usa grandi mezzi di conunicazione e personaggi conosciuti per marcare la sua iniziativa, come la márcia contro le armi organizzata a Capocabana dal RioVoluntario alla quale hanno partecipato gli attori della novela “Mulheres apaxionadas”, la novela che inchioda tutti i brasiliani alla televisione.
Altro grande tema che sta crescendo nel dibattito é quello dell’Etica della Política. Tutti mi confermano la grande corruzione dei politici, veri servi degli interessi degli industriali o dei proprietari terrieri, dell’ex oligarchia che ha dominato e continua a dominare il Brasile.
La sensazione per uno straniero che legge i giornali e parla con la gente é che il tessuto político é tuttuno con una gestione mafiosa. Persone che scompaiono, politici incriminati che vengono assolti, soldi pubblici dati agli amici, burocrazia che favorisce alcune ditte. I cittadini che fanno qualcosa e cominciano a puntare il dito o mettere le mani nel nido di serpenti perde la vita. Il cittadino comune, anche se si lamenta, conosce gli intrallazzi dei politici ed é rassegnato, é intimorito, riconosce che non vale la pena sollevare i problemi perché é pericoloso, uccidere non costa niente e spesso é un favore che si fa ad un amico, un regalo che máfia e política si scambiano.
Grande lavoro lo stanno facendo le ONG e le organizzazione per i diritti umani. Il dibattito é ancora a livello di discussione dentro chi fa ricerca universitária, nelle associazioni di industriali e dei politici. É ancora un dibattito che non produce cambiamento, ma qualcosa si sta muovendo.
Abbiamo parlato della situazione della Chiesa e al clima di congelamento che la gerarchia ha instaurato a partire dalla dittatura. Negli anni ’70 l’azione cattolica era forte e aveva una proposta per cambiare il Brasile specialmente era ricca di giovani universitari. É stata lentamente congelata fino a scomparire. Adesso vedo in tante parrocchie i giovani organizzarsi in gruppi, fare incontri e convegni.
Dilvo sottolinea che papa Giovanni Paolo II sarà un sant’uomo, ma se la vedrá con il Padreterno. per come ha trattato l’America Latina. Una generazione di vescovi che hanno frenato l’impegno sociale, sono stati dalla parte del potere, anche se hanno sostenuto le grandi opere di caritá. Comprendo che i vescovi sono piú inclini a promuovere la caritá, a cercare finanziamenti presso gli industriali, che denunciare la corruzione, il servilismo, la mancanza del rispetto dei diritti umani, la critica al sistema economico che crea disuguaglianze. Certo i documenti ufficiali non mancano, le idee neppure, mancano le scelte, le opzioni molte volte dichiarate, ma non attuate. Mi chiedo spesso perché Gesú non ha usato il buonsenso, non é fuggito di fronte al pericolo, non si é costruito una forte alleanza política, non ha atteso il momento opportuno per affrontare ad armi pari il potere político e religioso, perché non si é costruito una Chiesa forte, perché ha sempre camminato fino allá morte senza costruirsi una roccaforte? Queste cose le affermo perché in questo tempo sono venuto a contatto con una base viva della realtá brasiliana ricca di fede, ma preda di proposte di fede che consolano e che non aiutano a mutare. Anche per questo c’é una crescita enorme delle sette religiose che sguazzano nella fede enorme e semplice ínsita nel popolo brasiliano, costruendo sui bisogni religiosi imperi economici.
Con Dilvo abbiamo parlato della grande figura di Betinho (che lui definisce come il Gramsci brasiliano per l’affinitá della visione política) morto due anni fa. Abbiamo parlato di Lula e della sua grande capacità di mediazione, ma con il grande rischio di negoziare ogni cosa perdendo la grande idealitá della sinistra, della sua línea utópica. Abbiamo parlato della grande privatizzazione, della corruzione dell’ex presidente Color. Mi ha consigliato di leggere un piccolo testo che parla dei brasiliani: O que faz brasil, Brasil dell’antropologo Roberto Da Matta ( che ho giá comprato)..
Verso mezzogiorno ci siamo seduti a tavola e abbiamo mangiato quello che la domestica aveva preparato e assieme ai figli abbiamo parlato dell’Italia. Janina (che era ritornata dalla scuola) e Ernani sono entrambi architetti e loro vorrebbero passare un anno in Italia per vedere le sue bellezze architettoniche e comprendere il nostro modo di vivere. Dilvo mi ha chiesto come si puó fare perché i figli possano essere ospitati, lavorare e magari anche fare qualche corso di specializzazione. Ho risposto che non é facile ma si puó vedere con l’associazione e con gli amici. Ci siamo lasciati scambiandoci gli indirizzi email e dicendoci arrivederci.
Verso le due é arrivata la moglie e con lei ho scambiato due parole sul suo lavoro come ricercatrice nel campo della comunicazione popolare.
Prima di partire Dilvo mi ha recuperato il nunero di Padre Julio Lancellotti, un nome molto conosciuto in São Paulo per l’attivitá con i minori. Ho telefonato e parlato con la segretaria che mi ha dato l’indirizzo della casa dove vive e dicendo che padre Julio tornava dopo le 18, solo allora potevo telefonare.
Verso le tre Ernani mi ha accompagnato al metró. Línea azul fino a praça da Se e poi línea vermelha per andare allá stazione Brás dove prendere il trenó per andare a S.André e da li l’autobus per São Bernardo do Campo dove andavo ad alloggiare, da Anna Sermasi che lavora in un centro professionale.
Mentre andavo allá stazione Brás sono passato per la stazione Moóca proprio dove si trovava la casa di Padre Julio Lancellotti. Visto che avevo del tempo ho deciso di scendere e cercare la casa dove vive. La “Casa Vida I” si trova in rua Sapucaia (metró Belém) accoglie 15 adolescenti (maschi e femmine) che sono sieropositivi. Padre Julio é uno dei grandi personaggi della pastoral do menor di São Paulo. Mi accoglie la sua segretaria, una educatrice, che é responsabile della casa. Mi fa vedere la casa che é come una normale, ben arredata e curata in tutti i particolari. Mi dice che questa casa, come anche l’altra che accoglie 25 adolescenti, deve essere innanzitutto accogliente, i ragazzi si devopno sentire a casa loro. Padre Julio é fondatore di varie istituzioni, sia per i bambini di strada, sia per sieropositivi e collabora con varie istituzioni della pastorale e della prefettura. Queste arrivitá sono nate dal contatto quotidiano con i problemi dei minori, che stimola la ricerca di una risposta e coinvolge istituzioni pubbliche e private, di qua e di lá dell’Atlantico.
Incrocio Padre Julio mentre io sto uscendo. Dopo un breve saluto mi dice che non é possibile incontrarlo in questi giorni perché é molto impegnato e allora sarà per una prossima visita a São Paulo.
Riprendo il mio cammino per São Bernardo, prendo il treno fino a S.André e poi l’autobus 196 con direzione Jardim Silvina. Anna mi aveva detto di scendere allá fermata AVAPE e poi di telefonarle cosi mi veniva a prendere. Mi aspettavano 45 minuti di autobus. Era giá buio e si vedeva una pioggia sottile trasportata dal vento che sembrava nebbia o inquinamento. Questa pioggerellina é chiamata “neblina” ed é molto típica in Brasile.
Arrivo verso le 20.30 alla fermata Avape che poi comprendo é una istituzione che lavora con persone che hanno una deficenza física o psichica. Dopo 5 minuti Anna compare in mezzo alla neblina. La riconosco dal suo camminare e dalle gonne lunghe e colorate e dalle sue due treccine. Un grande abbraccio e poi saliamo la strada insieme. Arrivati lei mi aveva preparato qualcosa da mangiare. Mi parla della famiglia intera di 7 bambini che aveva adottato, mi mostra le fotografie dei bambini della favelas che vengono alla cresce (asilo) dove lavora. Sono sette bambini che vivono con i genitori in condizioni pessime, il padre, sempre ubriaco, da due anni non lavora (ma come fanno a vivere?). Dopo ho dato una breve occhiata ad internet e poi a letto. Ero ospite suo, nel piano riservato a lei e a Carlos che sono italiani che lavorano nel centro professionale “Padre Leo Commissari” che la diocesi di Imola sostiene.
Appuntamento per la colazione alle 7. Alle 8 andavo con lei alla cresce che si trova nella vicina favela dell’oleodotto.

Settembre 25 2003 quinta feira (giovedí)
Sveglia alle 7, colazione e poi partenza per la cresce (scuola materna) nella favelas dell´oleodotto, 10 minuti a piedi dal centro professionale in mezzo alla strada fangosa.
La Favelas che giá avevo visto e visitato lo scorso anno, sempre accompagnato da Anna, era come sempre: baracche per la maggioranza fatte di legno, attraversate da un ruscello che é uno scarico delle fogne; quando piove si ingrossa e allaga le baracche vicine. Le favelas sono sempre dei “buchi”, costruite nei posti marginali come il dorso di una collina (morro), lvicino ad una discarica, un terreno abbandonato, lungo il corso di un rigagnolo, ecc…
Anche questa ha le stesse caratteristiche, é la parte marginale di un bairro che si chiama Jardim Silvina. Anche dentro le stesse favelas ci sono i marginali dei marginali.
Per chi vive qui, il miglioramento della vita può significare che dalle baracche di legno si passa a quelle di muratura, dagli 8 metri quadri ai 20-40 ecc..
Anche tra le baracche si puó trovare la scritta “vendesi”, perché è riuscito a comperare una casa più grande o perché si è trasferito.
Anna mi ha raccontato che alcuni giorni fa hanno ucciso il capo dei narcostrafficanti e c´é stata una piccola guerra tra clan. Adesso le cose sembrano tranquille.
Mentre camminiamo per questa strada di terra, il cielo é nuvoloso, grigio, una pioggerellina cade silenziosa. Il cielo di São Bernardo do Campo l´ho sempre visto cosi. Le baracche sono ancora piú grigie, cupe, il colore della tristezza e della noia, il colore della povertá o meglio della miseria.
Arriviamo alla cresce tutta colorata che contrasta con il grigiore dell´intorno. Troviamo solo la donna delle pulizie, Anna non sapeva se oggi venivano le due operatrici della Avape a fare formazione. Perché la settimana passata era stata a Goiânia ad un incontro del gruppo di fede e política. La donna conferma che oggi ci sarà l´incontro. Anna subito si mette a sistemare le cose per la lezione, le sedie, i giochi.
Dopo poço arrivano gli operatori e ci mettiamo in cerchio e con le operatrici facciamo il programma della settimana. Il compito delle operatrici è aiutare a predisporre la programmazione cioé evidenziare giorno per giorno le tematiche, gli obiettivi, le attivitá, i mezzi, come attivare le verifiche. Questo é un segno che la cresce sta migliorando nella sua funzione educativa. Molto all´inizio é lasciato all’improvvisazione, poi si va perfezionando e la cresce ormai é un punto di riferimento per la comunitá.
Ad un certo punto la discussione si incentra sui due scivoli di plástica che danno scosse elettriche quando i bambini lo usano per un certo tempo. Si discute sulla causa e dopo varie ipotesi si propone di telefonare alla ditta per avvertire e capire. Verso le 8 e 45 cominciano ad arrivare i bambini, una novantina. In un giorno di pioggia non arrivano tutti, molti non possono essere accompagnati. Ci sono mamme che portano i bambini, ma spesso sono i fratelli piú grandi che accompagnano i piccoli. Le etá dei piccoli é molto ampia, varia dall´anno di vita ai 5 anni e per questo hanno fatto due gruppi. Io vado con i bambini piú grandi. Prima cosa la colazione, un bicchiere giá pronto di una miscela di succhi, molto nutritiva. Dopo si entra nella sala grande. L´attivitá é quella di riconoscere i colori e colorare una tavolozza da pittore disegnata su un foglio. Sono súbito catturato da due gemelli di circa 6 anni che quando hanno percepito che sono straniero si sono messi a chiedermi di dire parole in portoghese e poi ridere della mia pronuncia. É una sensazione strana, essere presi in giro per la pronuncia mentre tu ti sforzi di far uscire dalla bocca il suono corretto. Poi ho conquistato la loro fidúcia scrivendo i loro nomi in grande e a fare disegni. Parecchi bambini mi hanno chiesto l´aiuto per ritagliare la tavolozza e incollarla sul cartone. Verso le 11,30 c´é il pranzo. Sono andato con loro nel refettorio. Per primo mangiano loro. Sul piatto giá pronto un minestrone di pasta e fagioli. Un bambino accanto a me non vuole mangiare, l´educatrice cerca di convincerlo a forza, lui si rifiuta. Io mi siedo vicino e con calma lo convinco a mangiare, anche se penso che più delle mie parole sia stata la fame a togliere ogni resistenza. Tutti facevano la gara per venirmi vicino, una vera battaglia. Poi é arrivato il turno degli educatori e anch´io ho fatto la fila per prendermi la stessa pappa. Era molto buona tanto che ho fatto il bis.
Verso mezzogiorno i bambini tornano a casa perché ancora non ci sono le forze per gestire un tempo pieno. Un po’ alla volta i bambini se ne vanno, accompagnati da genitori o dai fratelli o in gruppo con uno piú grande che li guida. Io e Anna ce ne andiamo, lei doveva andare dal medico e io avevo appuntamento in centro a São Paulo.
Verso le 12,30 vado a prendere l´autobus, poi il treno, quindi la metropolitana per Barra Funda. L´appuntamento é con Irmã Maria do Rosário e Irmã Ruth, in rua Lavradio 165 che lavorano con la pastoral do menor.
Dopo aver trovato la via e il numero, mi trovo davanti una casa che non ha nessuna scritta, suono il campanello e mi accoglie una giovane che mi fa accomodare. Come sempre mi offrono il caffé e dopo un poco arrivano nella casa le due Irmã che mi salutano e parlano lo spagnolo. Mi dicono che sono appena tornate da un incontro degli operatori della pastorale minorile dell´America Latina in Bolívia a Cochabamba. Mi presento e loro mi fanno molte domande su chi sono e cosa voglio fare in Brasile. Poi mi presentano la loro situazione. Ruth inizia a parlare del loro problema attuale che é la riflessione sull´inserimento nel lavoro dei giovani. La difficoltá che incontrano é che i giovani che non hanno ancora fatto il servizio militare o che non hanno il congedo, non trovano lavoro perché i datori non li assuono in quanto dovrebbero garantire loro il lavoro e versare i contributi nel tempo del servizio militare. Ruth mi dice che stanno lavorando per modificare la legge. In Brasile un giovane puó coninciare a lavorare dopo i 14 anni cioé dopo aver completato la scuola fondamentale.
Maria do Rosario mi parla del lavoro svolto in questi anni. Sono loro che hanno coninciato nel 1977 tutta la riflessione sui minori che é sfociata nel 1987 nella formulazione del testo base della Campagna di Fraternitá della conferenza dei Vescovi brasiliani sul tema: “Chi accoglie un minore, accoglie me (Gesú)”. Tutta la chiesa brasiliana in questo anno ha riflettuto sul problema dei minori e da qui sono partite una serie di iniziative nella chiesa per rispondere a questa emergenza. La novitá della riflessione é insita nella formulazione del “Ciclo dell´emarginazione del minore”, una spirale che mostra il cammino che porta un bambino verso la delinquenza. Ci sono tutta una serie di passaggi che ricapitolo in breve. Si parte dalle cause che sono strutturali (situazione socio-politica-economica di ingiustizia) e il degrado culturale ed etico della societá. Questa realtá é presente sia nella zona rurale povera sia nei quartieri poveri delle cittá dove i bambini fanno l´esperienza di una crescita difficile, spesso con danni irrecuperabili. Dalla situazione di povertá il bambino fa esperienza della strada (menino na rua) che puó portare il bambino a vivere sulla strada (menino de rua). Nella strada in bambino fa l´esperienza della marginalitá é dell´ingiustizia sociale che puó portarlo a commettere crimini. La comprensione di questo percorso aiuta a capire che possiamo intervenire nelle varie tappe, che il percorso verso la marginalizzazione e la delinquenza puó essere interrotto e che si puó agire su vari fronti.
Il minore marginalizzato non nasce a caso, ne il suo percorso é casuale, capire questo aiuta a intervenire per cambiare il percorso e offrire una alternativa al vicolo buio che si prospetta per molti bambini. Chiama in causa tutta la societá e responsabilizza ciascun cittadino.
Maria do Rosario mi offre questo prezioso libretto che adesso non si trova piú e sta pensando di poter fare una nuova pubblicazione.
Il lavoro della “Pastoral do Menor”, che é l´azione pastorale della chiesa, in questo tempo sta lavorando in vari settori, di cui i principali sono: 1. Bambini e bambine in situazione di rischio, 2. Politiche pubbliche, 3. Adolescenti in conflitto con la legge, 4. Le case di accoglienza (abrigo), 5.Educazione per il mondo del lavoro, 6.Centri educativi comunitari.
Questo lavoro a partire dal 1977 ha portato anche all’elaborazione e alla formulazione dello ECA cioé lo “Statuto del bambino e adolescente” promulgato cone legge n. 8069 del 13 luglio del 1990.
Maria do Rosário dice che é stata una grande lotta e una grande conquista e anche se i problemi permangono lo statuto é un grande mezzo di lotta perché si possono rivendicare i diritti che il piccolo uomo possiede.
Tra le mani Irmã Maria tiene un grande pacco di fogli e mi dice che questa é la relazione inviata all´Onu dal governo brasiliano (relatório do Brasil) sulla situazione delle famiglie e dei bambini e adolescenti. Questa relazione é la prima anche se l´ONU aveva deciso che doveva essere fatta nel ’93 e nel ’98. Il Brasile é riuscito dopo 13 anni a fare la sua prima relazione. La famiglia é in questo tempo il perno della riflessione e la Pastorale dei Minori chiede che tutti i convegni abbiano tra i fili conduttori quello della famiglia.
Ruth e Maria do Rosário sono responsabili dello INDICA (istituto per lo sviluppo integrale del bambino e dell´adolescente) che ha sede lì dove mi trovavo. L´Indica é una ONG, creata da persone che da 30 anni lavorano in questo settore e che ha vari referenti in Brasile.
Dopo due ore di dialogo, mi sono congedato con l´impegno di risentirci. Sulla strada per tornare al metro Barra Funda avevo notato degli edifici strani e ho scoperto che é il “Memorial da América Latina” e il monumento che sta al centro, una mano con la palma rivolta verso l´alto in cui scorre un rigagnolo di sangue, sono le vene aperte di una América latina segnata dal sangue. Mi hanno detto che il museo é interessante e contiene opere artistiche dell´America latina. E´ una sede per convegni, incontri e possiede una biblioteca. Non avevo tempo sufficiente per visitare perché stavano chiudendo. Avevo un pó di tempo invece prima di andare all´appuntamento serale con Paolo D´Aprile nella vicina stazione Marechal Deodoro. Per questo ho cercato una libreria per comprare il libro “O que faz brasil, Brasil” libro che mi aveva consigliato Dilvo. I capitoli sono interessanti ed é una analisi fatta da un antropólogo per spiegare agli amici le caratteristiche di questo popolo e della sua mentalitá, analisi che é diventata libro.
Verso le 19,30 mi presento in casa di Paolo, Eneide e Marta.
Abita in un grattacielo, 20mo piano. Solita trafila per entrare. Alla porta mi accolgie col suo grande sorriso. Paolo che é italiano lo avevo conosciuto l´anno scorso a Salvador dove alloggiava con me alla Casa Encantada ed era assieme alla moglie brasiliana Eneide e alla figlia Marta di 10 anni. Anche lui era a Salvador a conoscere progetti sociali e a scambiare esperienze.
Paolo é fisioterapista e dopo il lavoro collabora con l´Arsenal da Esperança che é una emanazione dell´Arsenale della pace di Torino. E´stata una scoperta per me venire a conoscenza dell´esistenza di questo arsenale e nella mia venuta a São Paolo avevo programmato una visita per venerdí 26 (il giorno successivo).
Con Paolo mi sono sentito come con un grande amico, come se ci conoscessimo da una vita, con una grande confidenza. Abbiamo parlato della figlia di 11 anni che ha cominciato a scrivere poesie che sono edite in un libro di vari poeti in italiano,; poi con lui abbiamo parlato della realtá del suo impegno sociale. Ci sono due cose della sua riflessione che mi sono rimaste impresse.
La prima é che i soldi stanziati per interventi sociali sono una montagna e garantirebbero l´acquisto di una casa a tutte le persone che sono sulla strada.
La povertá e i problemi sociali sono un affare, é il sistema tende a riprodurre la povertá garantendo lavoro a tante persone. A volte ho la stessa impressione, non andare a risolvere i problemi ma fare dei problemi un affare. La volontá política nel risolvere i problemi non esiste, nessuno dei potenti ha interesse ad eliminare il problema della povertá e dell´emarginazione.
Questa é una riflessione che dovró approfondire. La povertá é un affare, la politica ci vive, tende a perpetuarla, é fonte di voti e di domínio, agli impresari interessa una manodopera a basso prezzo.
Seconda cosa interessante é il metodo di lavoro nelle favelas di Paolo, che non parte con fondare associazioni ma con promuovere, stimolare, restare accanto a chi nella favelas lotta per i diritti e così fa nascere iniziative che portano il cittadino a coscientizzarsi sui propri diritti e poi a promuovere um´azione per ottenerli. Mi raccontava come nella favelas é riuscito a ottenere la fermata dell´autobus, la cura per gli anziani e deficienti fisici, la formazione di un gruppo di lideranza nella comunitá, un piccolo centro sociale che spesso é nella casa del leader.
Questa é una azione che cambia le persone promuovendo l´acquisizione dei diritti. Mi sento molto in sintonia con questa motodologia di lavoro, che non crea istituti, ma che sviluppa sul posto (dentro la favela) risposte ai problemi. E´una azione lenta che porta a dare un volto nuovo alla realtá di marginalitá.
Mentre stavamo parlando é arivata anche Edith, ex direttrice scolastica che in questo tempo lavora con i ragazzi sulla strada. Anche lei mi racconta del difficile lavoro di contatto con questi adolescenti, della loro situazione complessa, del rapporto con la polizia e con le istituzioni. Recentemente lei ha cominciato a partecipare alla commissione dei giudici per il problema minorile. I giudici hanno delle loro conmissione per quanto riguarda i singoli aspetti del loro servizio e la hanno accettata come consulente esterna per la sua conoscenza della situazione giovanile e rapporto con la giustizia. Lo fa a titolo personale, alle spalle non c´é una istituzione, ma il suo contributo é forte e anche la sua competenza.
Ci sediamo a cena mentre la Marta é andata a letto. Continuamo la conversazione scambiandoci opinioni e reciproche informazioni sul nostro lavoro, sulle crisi e e le difficiltá che si incontrano. Ad un certo punto suona il telefono e Paolo deve prendere gli attrezzi e lasciarci per andare da una vecchia paziente che sta male. Restiamo d´accordo sulla possibilita di vedere una favela sabato mattina dove lui ha lavorato.
Verso le 10e 30 saluto e parto per tornare a São Bernardo. Era tardi e arrivato alla stazione di S.André ho aspettato molto per l´ultimo autobus che mi ha portato in un quartiere prossimo a dove ero ospitato. Ho preso un táxi e alla una di notte entro in casa dove Anna mi aspettava.
Di corsa a letto perché il giorno dopo dovevo svegliarmi alle 6,30.