Catarsi

Cochabamba, 26 ottobre 2003

Cari amici,
ho ritenuto necessario, prima di mandarvi aggiornamenti sulla situazione socio-politica di questo pezzo di mondo, lasciar decantare in me le sensazioni, emozioni, tensioni, e a volte paure, vissute nel difficilissimo periodo culminato nel drammatico, e catartico, venerdì 17 ottobre 2003.
Tutti noi, Boliviani e “osservatori”, abbiamo reagito come quando ci si riprende da un grosso colpo in testa: dapprima del tutto storditi, poi, con il trascorrere del tempo, un po’ più lucidi.
Abbiamo intanto il nuovo governo di Carlos Mesa Gisbert, vice-presidente subentrato al fuggitivo “Goni”, un Governo apartitico e di transizione, come lo ha configurato Mesa stesso la sera del suo insediamento.
E questa è al tempo stesso la forza, ma anche la debolezza del nuovo Gabinetto.
La classe politica rappresentata in Parlamento, rissosa e corrotta, preoccupata solo di spartirsi poltrone e prebende, non sarà di ostacolo alla nuova gestione?
E saprà, ma soprattutto potrà, il nuovo Governo rispondere alle domande sempre più pressanti, ma contraddittorie, di emergenti forze sociali, corporative, regionali, etniche, associativiste?
Per dire: a Tarija e a S.Cruz, rispettivamente al sud e all’est del Paese, le manifestazioni continuano, anche se in maniera apparentemente pacifica: la popolazione locale non solo non si riconosce nelle lotte dei campesinos dell’altipiano e delle valli, ma esprime bisogni e interessi contrapposti, e rivendica il diritto all’autodeterminazione e all’autogoverno.
Nel frattempo i “vincitori” stanno impossessandosi, con violenze e razzie, delle terre e delle proprietà dell’ ex Ministro della Difesa e della moglie dell’ex Presidente, fuggiti negli Usa quella stessa notte del 17 ottobre.
Le strade, pur vuote di manifestanti e “bloquedaores”, sono state per alcuni giorni difficilmente percorribili a causa delle pietre, macchine bruciate, alberi divelti, rimasti lì dov’erano al momento del “tutti a casa”, e nessuno pareva darsi il compito di ripulire, aggiustare, riordinare.
Si sono fatte le prime stime dei danni: solo nella zona di la Paz le perdite subite dall’apparato produttivo locale, nel periodo del conflitto, ammontano a 60 milioni di dollari.
In un paese il cui PIB (prodotto interno lordo) è stimato in meno di 8.500 milioni di dollari (poco più di 1.000 dollari pro-capite).
Senza contare la paralisi produttiva delle altre zone del paese, e la distruzione di strade, ponti, edifici pubblici ecc…ecc..
E’ pausa.
Ma è anche “pace armata”: tutti, partiti tradizionali, partiti “emergenti”, forze sociali hanno dato il loro apparente appoggio al nuovo Presidente.
Ma, in realtà, lo stanno aspettando “al varco”.
E Felipe Quispe, detto “El Mallku”, leader carismatico dei “campesinos”, ha già annunciato che ad aprile si ricomincerà.

Vi abbraccio
Anna Maria