Ai margini di un viaggio

Cari amici vi mando alcune delle riflessioni che ho fatto in questo tempo
per quanto riguarda il mio viaggio, perchè possiate condividere un po’ di
quello che si è mosso dentro di me.
E’ anche un invito per tutti quelli che hanno fatto una esperienza del
genere a riprendere e sottolineare le cose vissute, ma anche evidenziare altri aspetti, visto che ogni viaggio è diverso. Ho bisogno dei vostri racconti per continuare la mia ricerca.
Avevo scritto un testo più lungo (e aggrovigliato), ho preferito semplificare al massimo e per ora basta così, il resto aggiungetelo voi.
Se nel testo ci sono errori o cose non chiare, fatemelo sapere.
Mauro (animadelmondo)

Un sorso d’acqua

Sono rientrato in Italia da due settimana e come dopo aver camminato per tanto tempo mi fermo ai margini della strada, tolgo lo zaino dalle spalle e mi siedo a riposare un po’.

Spontaneo è ripensare a tutti gli incroci che mi hanno condotto fino a qui, alle vicende avventurose, agli amici incontrati, a quello zaino che ora si trova accanto a me. Zaino che è diventato più pesante per le tante cose che ho raccolto ma che non mi pesa più di prima. Dopo che tanti luoghi e volti mi si presentano alla mente, un’altra domanda compare: “dentro di me cos’è successo?”.

La domanda non la butto via e mi ripeto: “sono lo stesso uomo di un anno fa?”. Sento che se non rispondo a questo interrogativo, non riuscirò ad alzarmi. Allora prendo la borraccia, bevo un sorso d’acqua e comincio a pensare come sono giunto fino a qui.

L’adulto ovvero cercarsi il cibo

Essere in Brasile ha voluto dire entrare in un altro mondo, dove non ero nessuno e mi dovevo inventare la vita e il cibo lo dovevo cercare io.

Questa situazione radicalmente nuova, all’inizio mette in confusione e allora si parte da quello che si conosce. Per me era l’Associazione Amar, le poche conoscenze che avevo (bambini di strada, raccogliere immondizie) e un ricco bagaglio culturale che portavo dentro. Cercarmi il cibo significava uscire dalle risposte già date per dare una mia risposta. Voleva dire aver fiducia nella mia capacità di farmi domande e di cercare risposte. Mi piace una frase che dice: “dagli altri impara le domande, ma le risposte le devi trovare da te stesso”(Pitagora). Ecco uno dei problemi della mia vita, aver assecondato le risposte degli altri e aver avuto paura di cercare.

Ma da qui in avanti la storia si può leggere su questo sito. Le pagine di diario che ho scritto parlano delle mense degli uomini dove ho cercato cibo, dicono con chi l’ho condiviso. Spesso è descritto il cibo che ho mangiato ma non dicono come è stata la digestione e quale forza vi ho trovato.

Da che punto guardi il mondo tutto dipende

Ho viaggiato molto. Ho visto cose belle, meravigliose, ma non ho fatto il turista. Nei luoghi stupendi che ho visitato (anche se lo sento un privilegio perché non tutti se lo possono permettere) avevo sempre accanto qualcuno che mi ha fatto vedere anche il rovescio della medaglia.

Quello che ho visto maggiormente con gli occhi, con il cuore e soprattutto con la mente sono state le associazioni e i movimenti sociali, le persone che vi lavorano con passione, i contesti e le dinamiche. Concretamente la realtà dei bambini di strada, le cooperative dei raccoglitori di immondizie (catadores), i movimenti dei diritti umani, e poi i grandi forum sociali, per non parlare di ogni occasione buona per conoscere la gente delle favelas. Ho scelto questo angolo per leggere il mondo, nutrirmi a questa mensa, guidato dalla ricerca di un’altra verità, dalla mia curiosità sull’uomo e su di me.

Alla fine di questo anno e specialmente di questi ultimi 6 mesi, che hanno avuto come cuore il viaggio al forum sociale delle Americhe a Quito in Ecuador e il passaggio per Perù e Bolivia, sento che dentro di me si sono spezzate alcune cose. Sento la sensazione che sia caduto un sipario, ma non vedo ancora il fondo della scena.

Ma perché viaggiare?

Adesso se mi chiedono:”perché viaggiare?” io posso dare mille risposte, parziali, perché la vera risposta la si trova solo alla fine, e la può dare solo la persona interessata.

In una prima risposta posso dire che per me è stato un continuo incontrare l’altro mio volto, o meglio i tre quarti dell’umanità che non appaiono, e probabilmente i tre quarti di me stesso. Il volto mai esaurito e mai posseduto della mia umanità. Quello che la nostra televisione mi faceva vedere è sempre stato il volto folcloristico o, alla peggio, sorpassato di un mondo, ma non ne sperimentavo l’anima. Io pensavo di conoscere (cioè possedere) il mondo perché lo vedevo, ma ho toccato con mano che nessuna conoscenza nasce dalla tv. Solo la relazione umana mi permetteva di costruire la mia umanità, solo la relazione cuore a cuore ha modificato positivamente la mia vita. Accanto ai movimenti sociali ho sentito in me l’illusione che è venduta dalla tv.
Mi sono sentito una “merce” assieme agli altri, un prodotto valorizzato finché ero folclore che faceva divertire, la bellezza dell’esotico, ma tutto restava come prima.

Uscire dal pensiero unico

Quello che sento come una grande rivoluzione in me è l’uscita da quello che è chiamato “pensiero unico”. Il pensiero che mi ha sempre detto e dimostrato che noi siamo i migliori, che la nostra cultura è il miglior prodotto dell’ evoluzione dell’uomo. Che gli altri sono ancora da civilizzare, devono progredire. Che gli altri sono indietro perché non hanno voglia di lavorare o non sono intelligenti come noi. Che il nostro sistema economico deve essere la legge per tutti o meglio che il mondo sta in piedi perché ci siamo noi, paladini della civiltà e della democrazia. Che solo noi abbiamo le soluzioni per i problemi del mondo e ancor di più per i loro problemi.

Anticipando la conclusione e usando termini estremi, ho scoperto che spesso i loro problemi sono creati da noi occidentali e dall’imposizione del nostro modello di vita (leggi sistema economico-culturale) e quindi il problema per loro siamo noi.

Il viaggio mi ha permesso di vedere le cose dal loro punto di vista, mi ha portato a scoprire che le mie ragioni (leggi visione del mondo) è parziale e a volte riduttiva. Pensare di essere dalla parte della verità è voler instaurare un dominio culturale, è il nuovo volto del colonialismo.

Ai tre quarti dellìumanità non importa del nostro modo di vivere e non potrà vivere come noi. Non ha la nostra visione del mondo, non ha il nostro modo di ragionare, ha una gerarchia diversa dei valori, ha un altro modo di impostare la vita sociale e di organizzarsi. Questa umanità guarda a noi occidentali per la pubblicità che facciamo del nostro mondo. La tv presenta il nostro mondo (leggi cultura) nel suo lato “migliore” e cioè i prodotti di consumo: bisogna avere per essere. La tv che si vede in questi paesi sostanzialmente non ha nulla di diverso da quella occidentale, le stesse trasmissioni (vedi grande fratello, ecc..) lo stesso modo di fare pubblicità, lo stesso immaginario dei desideri. Ho visto che questi popoli patiscono un’esclusione: la tv e i giornali non ne parlano, compaiono solo quando nascono i problemi e la causa neanche a farlo apposta pare siano loro. L’occidente mantiene il suo dominio culturale e al forum sociale delle Americhe lo hanno ben evidenziato. Incontrare gli altri, in questo angolo del mondo è uscire dal pensiero unico e anche dalla forma analitica, razionale, tecnica di cui è fatto il nostro pensiero per incontrare una sinfonia di modi di conoscere la realtà, una sinfonia di pensieri. Vedo che uscire da questo pensiero mi è molto difficile, sono ancora molto razionale. Nel mia logica razionale 2 + 2 non possono fare che 4, ma per il pensiero simbolico di questi popoli fa qualcos?altro.

Uno sguardo di bellezza

Ho scoperto in me quello che è lo sguardo della bellezza, cioè vedere l’altro come una novità creando lo spazio della sorpresa.

Pensando anche al mio passato mi sembra di aver avuto sempre uno sguardo positivo sugli altri anche quando le persone mi dicevano che ero ingenuo, che dovevo diffidare o guardare i problemi o il lato negativo. Questo sguardo mi ha permesso di incontrare le persone e di restarne affascinato per poterli accogliere. Lo sguardo di bellezza, che nasce dalla convinzione che quella persona (o quel movimento) ha dato il meglio di sé per essere così, non toglie difetti e limiti e non chiede prima di tutto la critica e la presa di distanza. Incontrare i Catadores sulla strada, le donne della favela, i bambini di strada, le donne dei movimenti per il diritto all’aborto, i gay, i capi dei movimenti dei popoli indigeni o il papà di Norma che vive alla fine del mondo, è stato per me un’avventura di bellezza.

Mi sono portato dentro anche il giudizio negativo (mio e della mia visione culturale) verso queste persone: sono sporchi, non hanno voglia di lavorare, si ubriacano, fanno sesso senza preoccuparsi di fare figli, sono violenti, corrotti, manca una coscienza sociale, sono ignoranti, non si preoccupano del futuro e dei problemi, sfruttano o se ne fregano degli altri, e così via. Questi pensieri non mi hanno tolto però lo sguardo positivo, l’immedesimarmi in quella vita e comprenderne la forza che ha permesso a questa gente di resistere alla violenza della vita o all’ingiustizia subita. Juan Pablo in Bolivia mi invitava ad ammirare quanta forza vitale c’è in questi popoli che sono sopravissuti al colonialismo, alle rapine e ai massacri, e ora vive nell’esclusione.

Dialogo, condivisione, partecipazione

Nel mio viaggio ho sempre cercato di capire la realtà sociale andando alle cause dei problemi con il metodo delle domande, ma prima di tutto ho cercato di condividere, di avere una visione del cuore.

Questo atteggiamento non l’ho costruito, ma l’ho trovato in me, spontaneo. Adesso comprendo come mi abbia permesso di entrare in dialogo, controllando i miei pregiudizi e paure. Ho trovato quella che è la via del dialogo tra culture. Fuori di questo esiste quello che siamo soliti fare, dare suggerimenti e valutazioni, prima di aver fatto un cammino di ascolto profondo. Quante volte nell’ incontrare le persone e presentandomi dicevo che facevo molte cose e subito mi veniva da dare suggerimenti e proposte. Alla fine del dialogo, mi sono sempre morso le labbra e sentito stupido per non avere la pazienza di ascoltare. Ciò mi ha portato a scoprire anche una cosa molto più importante e cioè rinunciare a risolvere i loro problemi o a vedere la loro vita come un problema e dare suggerimenti per migliorarla. L’ascolto degli altri mi ha permesso di capire che anche loro hanno una soluzione ai problemi ma soprattutto una visione diversa della realtà e quindi ho scoperto che quello che è problema per me ( e per la nostra civiltà) non lo è per loro. Questo me lo faceva capire bene una delle responsabili del movimento per i diritti delle donne brasiliane :”siamo stanche di sentire dagli altri quello che dobbiamo fare e che gli altri decidano per noi e di subire il loro modo di vedere le cose”.

Per questo sono stato anche cauto nella mia figura di volontario. Prima di tutto dovevo condividere per uscire dal mio modo di pensarmi migliori e imparare un’altra visone del mondo. L’aiuto più grande è quello che ho ricevuto da loro. A loro è servito più il mio essergli accanto che tutti i soldi che potevo portare o i consigli che potevo dare. In questa ottica adesso comprendo quello che varie persone mi hanno detto quando andavo a conoscerle o condividevo il loro cammino (io non portavo soldi) . Mi dicevano che la mia presenza (sia personale, sia a nome di una associazione come Macondo) dava loro coraggio, li stimolava nel loro difficile cammino.

Tessere relazioni

In questo anno non ho fatto molto. Per inserirsi ci vuole tempo. Quello a cui mi sono dedicato è stata la costruzione di relazioni, cioè amicizie e legami. Ho dato valore alle persone che incontravo, dal catador al professore di università. Ho valorizzato la vita di queste persone e il loro mondo anche se non le capivo fino in fondo. Ho cercato di unire conoscenza e amore. Ho dovuto abbandonare uno schema mentale coltivato in tutta la mia vita che era di apprendere per trasmettere. Ora mi sono relativizzato e messo di fronte all’altro ascoltando. Oggi comprendo come il mio futuro sta nelle mani delle relazioni che ho intessuto e che intesserò e da come si svilupperanno. Questo non dipenderà solo da me.

La differenza ovvero un tessuto di mille colori

La parola che in questi ultimi sei mesi ho udito di più è stata: diversità.
Diversità biologica, di genere (maschile-femminile), di ecosistemi, sessuale, di culture, di religioni, di lingua, e così via. Di fronte alla globalizzazione-cioè all’imposizione del modello di vita occidentale al mondo intero come l’unico valido- questo mondo reagisce dicendo: “il mondo è plurale, la diversità è ricchezza”.

Se si accettasse di ridurre tutto ad un unico modello sarebbe distruggere la vita, perché la vita è diversità.

Alcuni teologi hanno letto nella visione di un mondo unito dal mercato e dalla scienza la stessa volontà di costruire la torre di Babele, gli uomini uniti sotto un’unica bandiera per raggiungere il cielo. La fede contrappone la Pentecoste cioè diverse lingue che ritrovano uno spirito comune. La chiesa ufficiale tace.

Ho scoperto che tutti gli uomini mangiano e dormono, ma il senso del mangiare e del dormire non è lo stesso. Ho visto la diversità culturale ridotta a folclore, ad uso consumistico dell’occidente (es. carnevale, danze, prodotti artigianali, ecc.. ). Ho ancor di più compreso che tutto è cultura, cioè che tutto della nostra vita è il prodotto di un percorso. Io pensavo che nella vita ci fosse qualcosa di sicuro, certo, fisso, immutabile, insomma che mi potevo trovare dalla parte del giusto, che esistesse una natura umana da tutti condivisibile. Ho scoperto invece che tutto è relativo, che la mia visione del mondo è prodotta dalla mia cultura, che il mio conoscere il mondo è una delle forme di conoscenza e che la soluzione ai problemi è solo una delle soluzioni possibili. La diversità è nella natura delle cose, anche se la nostra cultura vorrebbe unificare tutto. Il rispetto delle diversità è l’indicatore di una autentica ricerca. Io che cercavo delle verità adesso mi ritrovo a camminare insieme al diverso.

Il mondo antico che ora è alternativo: i popoli indigeni.

Nel mio primo viaggio, Paolo ed Edith mi dissero che avevano iniziato una relazione con una piccola tribù di indios alla periferia di São Paulo per aiutarli in problemi giudiziari. Io ho chiesto loro di portarmi e di conoscerli, magari per poter fare qualcosa. Ma dentro di me c’era la volontà di capire quale poteva essere il futuro di questa gente. I popoli indigeni erano nella mia mente un paradigma della diversità e dell’inconciliabilità con il mondo civilizzato. Sarebbero stati sterminati come negli Stati Uniti?
O sarebbero stati assimilati come dimensione folcloristica?
Sarebbero stati conquistati dal mondo dei consumi e quindi la loro aldeia (villaggio) avrebbe avuto un centro commerciale?
Oppure si sarebbero estinti per suicidio culturale (sapere di essere inferiori culturalmente, inferiori di numero, ecc..)?

Quella maledetta malattia che ho di immedesimarmi nei problemi degli altri, mi faceva sentire il loro futuro come un dramma personale. Il pericolo per la loro estinzione lo sentivo su di me, come se anch’ io fossi in pericolo di estinzione.

L’incontro è stato molto scioccante perché la tribù era ridotta a un ammasso di mendicanti, come dire il fallimento della loro cultura, la scomparsa del loro mondo, la morte del loro mito. Capivo che la soluzione concreta per questa comunità era recuperare la loro identità distrutta dal fatto che li avevano costretti a vivere in una area di neanche un ettaro, ma soprattutto catturati dal mondo dei consumi.

Ma la risposta al mio problema, quale sarà il destino di questa gente, non era ancora risolto. La risposta inaspettata, ma cercata, è arrivata al forum sociale delle Americhe dove i popoli indigeni dell’America Latina hanno realizzato il loro secondo incontro (II Cumbre Indigena). I popoli andini e quelli del Messico sono discendenti degli Incas e dei Maya e a differenza dei popoli Amazzonici, hanno una storia di civiltà e di organizzazione politica. Nella Cumbre loro hanno rivendicato la loro visione del mondo e il diritto a vivere secondo la loro cultura secolare. Hanno affermato che a loro non interessa il progresso perché non fa parte della loro visone. Il cuore della loro vita è l’armonia, la relazione di equilibrio fra i vari elementi della vita e con le cose. La loro cultura non è inferiore ma è diversa e chiedono di essere rispettati assieme alle loro terre.

Questo incontro, seppur breve, che mi piacerebbe approfondire, mi ha spiazzato e aiutato a valorizzare quel mondo che credevo avesse una fine ineluttabile: l’estinzione. Non solo, ma ho anche compreso che questo mondo (la cultura andina) come le altre culture aiuta ad equilibrare l’occidente e a relativizzarlo.

L’importanza della lingua.

La lingua non è solo l’unico mezzo per poter incontrare gli altri, ma è soprattutto la porta per entrare nel loro mondo culturale. La lingua non è solo tradurre le parole che tu conosci, ma soprattutto incontrare il senso delle parole, visto che spesso non si può fare una traduzione letteralesenza stravolgere il senso delle cose. In questo tempo ho imparato a parlare portoghese e un po’ alla volta sto entrando anche nel mondo del senso. Il viaggio nel mondo di lingua castigliana mi ha acceso il desiderio di imparare anche lo spagnolo.

Viaggio o pellegrinaggio?

La mia cultura è quella cristiana e il viaggio è maggiormente rappresentato con la parola “pellegrinaggio”. Anche oggi Santiago de Compostela e altri luoghi mantengono viva questa realtà. Vi devo dire con verità che nessuno dei pellegrinaggi fatti in passato mi ha aperto la mente e il cuore ed è carico di promesse come questo cammino tra movimenti e culture.
Pellegrinaggio significa mettersi in cammino con poche cose e avere come meta quel luogo che pensi sia il cuore stesso della vita e quindi un ritrovare il tuo cuore. Il pellegrinaggio spesso è fatto per chiedere a Dio la conversione da quelle cose che la cultura ci dice che sono peccati, è chiedere la liberazione mediante un itinerario di purificazione verso un luogo santo. Oggi mi azzardo a dire che il cammino interculturale, che molti uomini fanno è l’unico vero percorso liberatorio. Andare dove c’è il diverso, come pellegrini, tra le vittime prodotte dal mio mondo, quelli che noi abbiamo crocefisso. Magari scoprire che proprio là, Dio parla, nel grido degli esclusi. Ascoltare la voce forte e decisa delle donne che rivendicano la loro cultura e scoprirvi una speranza nuova di vita. Se molti riescono a fare un cammino di cambiamento, fermi in un posto, magari in una cella monastica, io non riesco a farlo senza un cammino esteriore. Mi sono liberato, ho tolto le mie presunzioni quando gli altri mi hanno accolto e quando io li ho accolti. Percepisco il mio cammino anche in termini di conversione, soprattutto culturale e per questo sento ancora il bisogno di camminare. Quello che ho intuito stando a contatto con altri modi di vivere mi ha confermato sulla bellezza dell’uomo. Quand’ero in Italia condividevo invece l’idea di Seneca (riportata anche nell’Imitazione di Cristo) che dice :”tutte le volte che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo”.
Il pessimismo che avevo riguardo all’umanità, i discorsi negativi che facevo su di me e sul mondo, che riflettevano una mancanza di speranza, adesso sono misteriosamente scomparsi. Pensavo che l’inferno fossero gli altri. Vivevo il dramma del mondo occidentale, l’individualismo e la competizione. Ma come? La vita adesso mi appare bella? Com’è possibile che a contatto con gli esclusi culturalmente, con la povertà, si riaccenda la speranza? Si questo è il luogo dove abita la speranza, è scritto in tutti i manuali di fede. Forse l’avevo dimenticato.

l’arcobaleno

Questo viaggio mi ha invitato a cercare le fonti dell’umanità o meglio, a percepirla nella varietà dei suoi colori. l’arcobaleno, che nella Bibbia compare dopo il diluvio, non lo avevo mai capito con il mio pensiero razionale. Ne ho scoperto la grandezza solo dopo aver incontrato il popolo della pace, ma soprattutto i popoli andini visto che è la loro bandiera e simboleggia la diversità. I popoli indios della Bolivia ne hanno una con una simbologia più ricca: la wipala. La luce bianca che io vedo non esiste, è una composizione di colori, la stessa cosa vale per l’umanità.

Solitudine e relazione

Il mio viaggio l’ho fatto in solitaria anche se ero in mezzo a tanta gente. Questa volta ero io lo straniero, io il diverso, il bianco in mezzo ai neri, io l’ inferiore, io l’indifeso.

Essere soli è difficile, ma per fortuna avevo già imparato a gestire questa difficoltà emotiva. Il non conoscere l’altro e il suo modo di reagire mi ha mandato spesso in confusione nell’interpretare il suo comportamento, le sue parole. La solitudine ha messo alla prova la mia capacità di stare in piedi, di reggere l’assenza di sicurezze, di reggere lo scontro emotivo che nasce perché ho codici emotivo linguistici diversi. Anche viaggiare da solo è stato faticoso, più emotivamente che fisicamente. Alla fine però è stato più fruttuoso perché non avevo nessuna difesa, dovevo affidarmi alle cure delle persone, al loro amore e anche espormi alla loro possibile violenza.
Io avevo bisogno degli altri, ho dovuto correre il rischio di essere fregato. Ho dovuto lavorare sulla fiducia ed entrare nei meccanismi dell’altro. Per questo ho cercato amici che mi aiutassero a leggere quello che mi accadeva intorno. Ma l’amicizia quella vera, nasce lentamente. Ho dovuto avere la pazienza di offrire il mio cuore incontrando altri cuori che mi sapessero capire e con cui potevo condividere. Questo è capitato specialmente con persone che vivevano delle difficoltà. Viaggiare da solo ha avuto il vantaggio che l’itinerario potevo cambiarlo a seconda delle persone che incontravo. In gruppo spesso dovevo organizzare tutto e i ritmi diventavano stretti. Da solo potevo lasciare lo spazio all’ imprevisto, cosa che normalmente è stata fonte di novità. Sono andato all’estero per costruire relazioni di aiuto, ma prima di tutto ho dovuto costruire relazioni di stima, autonomia e libertà, la valorizzazione reciproca fuori.
Mi ha sempre pesato il fatto di essere uno straniero anche se volontario presso l’associazione. Nonostante loro mi dicano che sembro un “verdadeiro carioca” (abitante originario di Rio de Janeiro) il che significa che mi sono inserito bene, non riesco a scrollarmi di dosso il mondo di privilegi che mi porto dentro. Mi è sorta anche la necessità di avere un luogo dove raccogliermi e riflettere. L’ho trovato nel quaderno di appunti e poi nello scrivere agli amici. Questa è stata una necessità quasi biologica. Scrivere per rileggere quello che vivevo. All’inizio non capivo perché sentivo la necessità di scrivere e perché ho scritto così tanto.

l’autobus, una seconda casa

Ho sempre viaggiato in autobus. Credo che di aver fatto in tutto quasi 30 mila km. Concretamente vuol dire che in un anno ho passato più di un mese seduto in autobus, giorno e notte. Questo per chiari motivi economici perché avevo più tempo che denaro. Inoltre, come ho già detto, permette di fermarsi, di incontrare, ti da libertà di orario e di decidere le partenze.
L’aereo annulla tempi e distanze, ma soprattutto sfasa i tempi e le reali distanze della vita.

Straniero privilegiato

Viaggio significa diventare stranieri e chiedere di essere accolti. Le posizioni si invertono fuori dalla propria cultura. Io sono la minoranza, io il diverso, io quello che deve capire. Essere italiano, mi dà una posizione di vantaggio perchè faccio parte del mondo civile e dei paesi ricchi, del paese che loro sognano. Io non ero uno che cercava lavoro, non facevo parte di un paese povero e questo fa una grande differenza. Mi chiedevo se mi avessero trattato lo stesso in quel modo pur non conoscendo la mia nazionalità. Spesso capitava che non riconoscessero immediatamente la mia italianità, anche se percepivano che ero straniero. Spesso mi hanno scambiato per un argentino o un paraguaio, e io mi divertivo a farli indovinare: al terzo tentativo ci riuscivano. Cercavo di fare il meno possibile per distinguermi. Stavo nella fila con gli altri, nessun privilegio, nessuna comodità. Non mi sentivo a disagio e ho incontrano sempre persone che mi hanno aiutato nei momenti di difficoltà, pronti a difendermi e proteggermi. Saper essere discreti è una virtù che ho imparato e saper attendere vuol dire lasciare il tempo alle cose di crescere. La mia difesa come straniero risiedeva nell’accoglienza che l’altro mi dava.

Invitato alle feste.

Essere straniero significa imparare ad interrogarsi e a porsi delle domande. Significa saper ascoltare come gli altri interrogano la vita e soprattutto il loro modo di percepire il mondo.

Io incontravo le persone per conoscere la loro realtà sociale, i problemi che pensavo affliggessero la loro vita. Loro, come risposta, mi invitavano alle feste. Io ho sempre avuto un’avversione per le feste e quindi mi interessava discutere dei problemi. Loro invece mi volevano veder ballare, mi parlavano delle cose belle della loro cultura e volevano che sperimentassi le gioie della loro vita. Sempre mi invitavano ad ubriacarmi con loro. Io odio ubriacarmi e la birra in Brasile si beve a fiumi. Quando capivano che non volevo alcol, mi preparavano un succo di frutta o un “refrigerante”. Loro non si spiegavano il mio comportamento, ma anch’io non capivo il loro. Adesso mi appare chiaro che, prima di tutto, l’incontro con le persone non è condividere i problemi, ma partecipare insieme alla dimensione festiva della vita o meglio della vita che è una festa. E’ condividere la bellezza, la dimensione della gioia.

I poveri sono stanchi, tanto stanchi, di vederci andare da loro per conoscere i problemi e per dare soluzioni. Loro vogliono vivere la bellezza della vita, che esiste anche nella povertà. Questo è ciò che vogliono si conosca. Io ero lo straniero, ma soprattutto mi sono sentito l’amico invitato al banchetto imbandito dall’altra cultura.

Da quello che ho capito la dimensione dell’accoglienza dello straniero la troviamo in tutte le culture. Quando uno è visto come un ospite e non un nemico, è normale invitarlo alla festa. La festa e non i problemi mi ha introdotto nelle altre culture, nei riti religiosi, . E’ qui che ho visto cosa vuol dire per loro essere felici. Qui ho scoperto la loro vita di comunità e la loro visione del mondo, ho incontrato il loro mondo simbolico che parla della bellezza della vita. A contatto con loro ho scoperto che si difendono quando percepiscono che l’invitato vuole farla da padrone. Se al posto di accogliere i cibi che mi erano offerti con gioia avessi voluto rubare il cibo dalla tavola, o avessi preteso chissà quale privilegio, io da straniero sarei diventato il loro nemico.

Il passato ritorna.

Incontrando culture e visitando paesi dell’America Latina, ho visto molto del mio e nostro passato. La povertà, l’analfabetismo, una vita con poche comodità, senza tanti beni. Mi sembravano cose mai esistite nella mia vita.
Invece queste cose sono il mio passato recentissimo. Le avevo dimenticate.
Mi si sono presentate nella povertà degli altri e forse poichè ho sperimentato nella mia giovinezza poca agiatezza, non mi sono mai lamentato delle difficoltà. Non ho visto la povertà come negativa e forse per una sorta di rispetto verso il mio passato, non mi sono mai permesso di giudicarla.

Un’altra cosa interessante delle altre culture che ho sperimentato nelle celebrazioni religiose è il legame con gli antenati e con la storia. I popoli andini e tutti i popoli che noi consideriamo primitivi celebrano nel culto dei morti il legame vitale che hanno con i loro antenati. La loro storia personale è legata alla storia della propria famiglia in un vincolo impossibile da spezzare e questo è continuamente celebrato. Le culture andine nei riti religiosi celebrano le relazioni vitali, mentre nelle mie celebrazioni cristiane al centro c’era il dover essere. Sento che mi manca questa coscienza e spesso penso di aver vissuto da orfano.

Fuori e al centro del mondo

Nella mia mente non ho mai accettato di essere marginale e sapere di non contare mi creava angoscia. Il mio ruolo in comunità mi faceva sentire importante e al centro del mondo, o comunque di un sistema di riferimento per altre persone. Inoltre la tv, i giornali, mi davano la sensazione che ero al centro, che potevo conoscere tutto quello che capitava nel mondo, che potevo partecipare alle cose più interessanti che cambiano il corso della storia, che potevo vedere l’ultimo film, ascoltare una canzone nuova, procurarmi le cose di cui avevo bisogno, ecc.. Essere un uomo di quella chiesa che si sente la portatrice della verità, ancor di più mi faceva sentire che stavo nel posto giusto. Insomma io ero nel cuore. Ero il cuore: io pulsavo con il ritmo dell’umanità.

Quando sono uscito da questo mondo, ho smesso di essere importante per gli altri e vedere che un altro poteva tranquillamente sostituirmi, mi ha mandato in crisi e ho dovuto fare i conti con il sentirmi psicologicamente un marginale. Ricostruire un insieme di relazioni non funzionali, di amicizia è stato il mio cammino e ancor di più fuori da quel mondo che ritenevo il centro. Sono rimasto sorpreso quando mi sono trovato alla fine del mondo, in quelle casette di argilla in mezzo alle pecore e a gente semplicissima, che parlava quechua, perché la sensazione non era di essere fuori del mondo ma nel suo centro. Non riuscivo a decifrare questa sensazione. Comprendo ora che viaggiare per me ha voluto dire rimettere in moto la ricerca del farmi uomo. Mentre prima ero impegnato a eseguire un modello di vita cristiana già fissato, regolato da norme morali e dentro una cultura che ritiene di essere la migliore (un credo assoluto) appena fuori da quella porta ho scoperto che quella bella costruzione che avevo dentro, non reggeva più, non perché ho perso la fede, ma perché intuivo che la fede è altro. Alla sensazione spesso avuta di abitare un edificio vuoto, di portare avanti l’istituzione e non il suo cuore, alla fine del mondo ho ritrovato un nuovo senso e forse un nuovo centro: camminare con gli uomini e i loro dei.

La paura della fuga

Ho pensato molto e a volte ho avuto paura che il mio viaggio fosse una fuga, da me, dai problemi, dalla chiesa, dal mondo, dalle difficoltà. Questo è stato anche l’interrogativo esplicito o implicito degli amici.
Tralasciando la visione negativa che abbiamo della fuga (ma chi l’ha detto poi che è negativa) e avendo scoperto che spesso la fuga è segno di sanità mentale come lo è per i bambini di strada per non soccombere, sempre mi sono portato dentro questo tarlo. Che il mio viaggiare sia una fuga? Non mi interessa oggi rispondere a questa domanda. Posso dire soltanto che lontano dal mondo civilizzato mi sono sentito dentro al mondo, come se il viaggio mi avesse riportato alla mia responsabilità di uomo. Non posso fuggire dalla mia umanità, e non ne voglio fuggire. Mi sembra di intuire che se non rompevo rischiavo grosso, diventare una larva istituzionale .

Mi sembra anche di intuire che c’è qualcosa di altrettanto pericoloso ed è perdere la propria identità. In America Latina comprendi come la chiesa occidentale sta perdendo la sua responsabilità di contestare il mondo in cui si è sviluppata, preoccupata di difendere il potere acquisito. A suo tempo non ho colto nella chiesa quel margine per poter fare un cammino differente e allora non ho visto altra strada che uscire, spogliandomi.
Oggi mi sento “spoglio” e questo non solo in termini economici, ma soprattutto culturali, mi sento al centro del mondo, o meglio in cammino con tutti quelli che cercano di essere uomini di pace.

Uscire per vedere la luce

Uscire dal mio mondo, dalle strutture mentali che avevo fatte mie, ed incontrare l’altro con le sue idee e le sue strutture mentali, mi invita a non assolutizzare nessuna cultura e a pormi la domanda fondamentale: Cosa significa essere uomo?
E quella successiva: Quale dialogo tra me e loro?

Ho compreso che il vero problema del rapporto tra culture non è tanto fermarsi sulle forme concrete elaborate nel tempo, ma condividere i vari significati dati alle cose, scambiare la differente percezione del mondo. E’ qui che mi sono arricchito e su questo cammino ho trovato il dialogo. Uscire dal mio mondo, pensavo significasse morire, essere estromesso dal cuore della vita. Invece ho scoperto che ne sono dentro più che mai, perché l’incontro con l’altro mi ha riportato al cuore stesso dell’essere uomini, cioè alla relazione. Ho appreso a criticare il mio mondo non perché è sbagliato, ma perché ne ho visto la sua parzialità e spesso povertà . I movimenti sociali mi hanno aiutato a capire la cecità imposta dal sistema culturale che fa vedere solo le cose funzionali a sé. Come poter sapere che c’è altro, che si può vivere in altro modo, se te lo nascondono? E’necessario uscire per vedere.

Un esempio. In America Latina le informazioni sulla guerra in Iraq, gli attentati, il terrorismo, chiaramente si vivono in maniera differente e poi sapere di essere nella lista nera degli Usa fa tifare per i terroristi. La tv occidentale invece fa passare immagini e discorsi che costruiscono la logica della paura e giustificano la politica militare. Tutti sappiamo che è sbagliato ma tutti si guardano bene di mostrare alternative.

Dalla politica alla cultura

Il mio viaggio è partito dai bambini di strada e ultimamente ha toccato il problema dei movimenti indigeni. E’ stato un continuo interrogarmi e approfondire la dimensione politica e sociale che poi è diventata la coscienza che il vero problema è la relazione tra le culture. Costruire un altro tipo di società passando per il rispetto delle diversità a tutti i livelli (culturale, etnica, sessuale, ambientale ,economica) contro una visione unica del mondo, è l’elemento che alla fine di questo percorso, mi invita a continuare il mio cammino di riflessione e concretamente anche il mio viaggio.

Il problema del volontariato.

Secondo la nostra idea noi andiamo in un paese povero per aiutare, vogliamo fare qualcosa, sentiamo che la realtà di quel paese e una situazione concreta interpellano il nostro desiderio di aiutare. Anch’io sono un po’partito con questa idea. Questa visione nasceva dalla coscienza di avere un
grande bagaglio di conoscenze e capacità in grado di aiutare. A contatto con le associazioni e i movimenti sociali, loro mi hanno fatto capire che il problema non è esattamente in questi termini. Non si tratta di fare i volontari, ma di condividere e di fare un cammino di ricerca con loro. Il bisogno di aiuto è reciproco ed è quello di scoprire insieme il cammino di ciascuno, dei movimenti e di quel popolo, di me e di quelli del mio mondo.
I movimenti non hanno bisogno dei nostri consigli, ma di un confronto, un dialogo per scoprire l’originalità reciproca. L’idea è che sia l’identità di ciascuno e anche il cammino nasce dalla relazione che si costruisce, fuori dalla dialettica amico-nemico, vincitore-vinto, ricco-povero. Non ho mai usato per me la parola volontario anche se concretamente ho aiutato senza essere pagato, ma di amico, compagno, che sono termini che pongono sullo stesso livello. I movimenti sempre ti chiamano compagno.

Ma cosa produco?
La mia cultura e io come buon veneto ne sono impregnato, mi chiede di produrre. La mia vita è basata sul fare, sull’attivismo. Io che sempre ho organizzato, gestito, celebrato mi sono sempre giudicato in base alla produzione di qualcosa e alla sua riuscita e rilevanza sociale. Viaggiare è stato allontanarmi da questa logica, non essere inserito con funzioni precise e compiti mi ha fatto stare fuori da una valutazione produttiva. Ma dentro di me il problema c?era. Cosa produco, così da giustificarmi con il mio mondo? Cosa faccio per avere la coscienza tranquilla? Lo scrivere è stato quel luogo che in parte mi ha tolto dall’angoscia di essere inutile, che ha aperto una finestra sull’esterno, ha fatto in modo che il viaggio non avesse solo una dimensione personale. Non so se quello che ho scritto può essere stato di aiuto, ma per me è diventato luogo per raccogliere e comunicare. Si può non produrre, ma non si può non comunicare.

Luoghi privilegiati per capire il mondo : i Forum sociali.

Il mio cammino è stato segnato da appuntamenti importanti che sono stati i Forum Sociali. Da quello europeo, al mondiale, a quello delle Americhe.
Questi luoghi li possiamo definire la festa della diversità. Prima che essere l’incontro tra coloro che portano avanti un pensiero critico, sono celebrazione della festa della diversità e apertura alla speranza. La lettura del mondo con tutti i suoi processi non è compito della cultura evoluta, ma di tutti gli uomini, se vogliono essere protagonisti. Il forum è spazio democratico per il confronto tra visioni differenti e non solo elaborazioni di alternative, ma prima di tutto richiesta di rispetto delle differenze perché le alternative e la diversità sono sempre esistite.

Il problema, non è il problema.

La mia visione occidentale, mi porta a vedere i problemi degli altri (povertà, ingiustizie, ecc) ma se vogliamo dirla bene gli altri sono un problema per noi.

Quando si passa dall’altra parte può apparire completamente l’opposto, che i veri distruttori dell’ umanità siamo noi e il nostro mercato di rapina.

Oltre questi due estremi l’incontro con i movimenti mi ha aiutato a capire che il vero problema non è la povertà ma la giustizia e cioè la relazione tra noi. Per essere più chiari faccio un esempio. I problemi sempre esisteranno, quello che fa la differenza e quindi cambia la risposta al problema, è quello che io metto in atto per risolvere quel problema. In altre parole il metodo, il processo democratico. La decisone può venire dall’alto (il capo, il sistema economico) o può venire dal basso coinvolgendo nella riflessione le persone. Può essere imposizione del mio modo di vedere o ricerca comune, può essere molte cose, insieme si decide. Il vero problema è la relazione.

E il futuro?.

Dopo il cammino fatto in questo anno si pone il problema del mio prossimo futuro. Mi pare di intuire che il viaggio non è terminato. Sto cercando un luogo dove abitare, un luogo mentale e fisico, un luogo affettivo e sociale, ma forse devo viaggiare ancora molto. Allora dopo questa sosta riprenderò il viaggio, con un visto per il Brasile per un anno, con sede a Rio de Janeiro, ma con pagine che voglio scrivere dai vari luoghi dell’America Latina. Adesso sento le parole che Gesù dice al paralitico: “Alzati e cammina”.

E lo zaino sarà di nuovo in spalla?

Concludo con le parole della canzone di Battiato: invito al viaggio.

Ti invito al viaggio
in quel paese che ti somiglia tanto.
I soli languidi dei suoi cieli annebbiati
hanno per il mio spirito l’incanto
dei tuoi occhi quando brillano offuscati.
Laggiù tutto é ordine e bellezza,
calma e voluttà.
Il mondo s’addormenta in una calda luce
di giacinto e d’oro.
Dormono pigramente i vascelli vagabondi
arrivati da ogni confine
per soddisfare i tuoi desideri.
Le matin j’écoutais
les sons du jardin
la langage des parfums
des fleurs.

Mauro Furlan.