ANCORA PIÙ LONTANO – Con la bocca piena, il prologo

E io, figlio dei figli di Michelangelo e di Leonardo, io che ho letto tutto Proust e Sartre, io che analizzo cartesianamente perfino Kant, io, che ci faccio qui?
Io io io… mi riempio la bocca con la parola IO. Soprattutto ogni volta che vengo qui.
E non manca mai il paragone: “…sì, bello, ma io…” oppure, se illuminato da sentimenti più socievoli: “… sì bello, ma noi…” in modo da definire ed enfatizzare subito le differenze.
Confesso però che l’abbraccio di Jandira mi commuove. È una donna minuta che mi ha accolto fin dall’inizio con un grande sorriso, il sorriso di Jandira è servito da lasciapassare, un permesso per essere sempre amici. In fin dei conti Jandira è il capo, la Cacique, colei che ha il potere di decisione sulla vita del villaggio.
Oggi finalmente è arrivato il giorno del nhemon gray, il battesimo, il giorno in cui mi sarà dato un nome nuovo, un nome in língua tupí-guarani.
La mia domanda iniziale è dovuta ad innumerevoli fattori che vanno dai più ameni, come lo può essere il pestare nel fango e sporcarsi le scarpe, per arrivare alla consapevolezza che qualunque intervento individuale come il mio può al massimo influire in un micro cambiamento ma mai raggiungerà l’esito di un obiettivo più grande, mai cambierà la società, il mondo.
Io, io, io.
E impregnato di presunzione cammino all’incontro del Pajé, che mi saluta a mala pena senza degnarmi di uno sguardo, a me, a IO. Al contrario, me ne dice quattro a muso duro, mi accusa di essere come tutti i bianchi, di venire qui oggi per poi sparire per sempre. Evidentemente non sa o non ricorda.
Continua affermando che da oggi in poi quando lui avrà bisogno di qualcosa IO devo correre qui per soddisfare la sua voglia.
Dentro di me cerco di giustificare questo comportamento ricordando i secoli di colonizzazione e alla miseria in cui fu buttata questa gente. Poi invece penso che siamo a San Paolo nel 2004 e che questo Pajé avrebbe tutti i mezzi di poter uscire da questa condizione di eterna sottomissione in cui vive.
Un amico mi invita ad entrare in casa sua, parliamo su ciò che mi ha appena detto il Pajé; l’amico mi calma e mi conforta, dice che potremo chiarire la nostra posizione e il nostro lavoro in un’altra occasione.
Oggi è il giorno del battesimo, il nhemon gray, la grande festa che succede una volta all’anno e riunisce gente di varie tribù e a cui partecipano alcuni bianchi, tra i quali si trova sia chi desidera sperimentare il gusto dell’avventura, sia chi ha serie intenzioni di collaborazione.
Ma in casa di questo mio amico vedo lo scenario di sempre, vedo lo stereotipo della miseria che ho visto in giro nelle favelas di questo mondo: il sudiciume più immondo che domina tutti gli ambienti dove convivono cani gatti galline pulcini bambini uomini e donne.
Ascolto la tosse dei bambini scalzi, malati e senza denti. Cerco di non pensare ai pidocchi e neanche all’acqua con cui è stato fatto il caffè che bevo e che non ho il coraggio di rifiutare.
Con lo spirito ancora una volta dominato dalla totale assenza di speranza e dalla malinconia, mi avvicino al tempio dove pure IO, figlio dei figli di Michelangelo, Leonardo, Proust e Kant, sarò battezzato.
IO che vivo ricordando il discorso di Ulisse: “fatti non fosti a viver come bruti…”
IO che arrivo perfino a giustificare il mondo di oggi pensando che se la supremazia è dell’occidente, lo è perchè in fin dei conti se lo merita spinto com’è sulla linea del tempo e dello spazio in direzione all’avvenire di un futuro raggiante, da una forza di un imperativo categorico che dice “Navegar è preciso…”.
Io so che ad entrare nel tempio mi incontrerò faccia a faccia con l’immobilismo cosmico di un popolo in miseria che utilizza il rito catartico per spiegare il mondo incomprensibile, con l’accettazione passiva del convivio sociale così com’è perché sempre è stato e sempre lo sarà.
Io, io, io, mi riempio la bocca con questo IO ed entro nel tempio.