ANCORA PIÙ LONTANO – Continuar Sendo, parte 2

Carote e pomodori.
Carote e pomodori marci da settimane, a marcire tra le zampe di cani rognosi e galline morte di fame, fango e ancora fango ad appiccicarsi a me fino alle fine, fin dove non aveva il permesso di arrivare, sacco di immondizia sulla porta della casa-catapecchia, anti-casa di un anti-luogo in un tempo che è anti-storico, pre-historico, pre-tempo, carote e pomodori di una donazione lasciati a marcire sulla nuda terra marcia tra zampe di cani marci. Marciscono le carote e marciscono i pomodori perchè sobram, “avanzano”, “restano” sono un “di più”. È il destino di chi sobra, di chi “avanza”, di chi “resta” di chi è un “di più”: marcire.
Chi è un “di più” marcisce. Marciscono gli uomini nei corridoi di un ospedale fatiscente dell’assurda periferia della città; marciscono di ozio i detenuti nelle putride prigioni; muoiono gli uomini liberi: di marciume dell’anima immobile.
Carote e pomodori di una anti-donazione: avanzavano, restavano, non li voleva più nessuno, ne avevano fin qui di tutti quei pomodori e di tutte quelle carote. Eccole adesso, le carote, eccoli i pomodori, sparpagliati qui per terra tra fango e immondizia a marcire tra pidocchi e pannolini sporchi di escrementi marci.
Terra rossa bagnata da una sorgente trasformata in fogna nel momento stesso del suo sgorgare.
Il pesce lì pescato è il mangiare del giorno. Pozza di acqua fetida, pesce sopravvissuto all’olocausto nucleare, mutante vivo, testimone muto di un mondo fuori da qualunque parametro che non sia quello dell’anti-mondo, che si confonde con la maggiore e più ricca città dell’emisfero sud.
Visione di una morte in vita, una anti-vita, una morte che morte non è e che vive una vita che non è vita. Visione infernale davanti ai miei occhi.
E questa visione non la tollero più, basta con questa miseria, basta con l’abbandono, basta. Non lo sopporto più questo nostro rapporto basato sulla richiesta incessante di aiuto. Io non voglio aiutare nessuno, non voglio saperne affatto delle difficoltà degli altri. Nessuno tra questa gente si preoccupa di me, nessuno si interessa dei miei problemi, del mio lavoro, dei miei conti da pagare, dei miei debiti, del mio male al ginocchio, nessuno si importa di me perchè sanno solamente chiedere, chiedere e nient’altro che chiedere.
Perchè nessuno mi abbraccia solo per amicizia? Perchè dietro l’abbraccio si nasconde sempre una richiesta?
Soldi, Vestiti, Cibo.
Chiedono, chiedono, chiedono sempre.
La nostra è una anti-relazione, un anti-rapporto in un anti-mondo.
Il nostro è un inutile tentativo di conciliare due visioni inconciliabili della Vita e del Mondo.
Chi si è posto il “problema” etico di una approssimazione esente, rispettosa, sono io.
Loro chiedono, solamente chiedono e sempre chiederanno.
E se per caso un giorno in un anti-futuro, smetteranno di chiedere, sarò stato io ad imporlo, sarò stato io a dire: No, non chiedetemi più niente, mai più.
Da parte loro viene solo una anti-aspettativa, in un atteggiamento di anti-speranza di poter migliorare le condizioni di vita attraverso anti-donazioni di carote-pomodori-vestiti-soldi.
E la spazzatura sulla porta di casa continuerà ad essere pestata e sparpagliata.
Immondizia è immondizia, merda e rifiuti, resti organici e vomito.
Basta, basta. Non ce la faccio più.
Ad entrare nel Tempio la penombra mi avvolge. D’stinto ricordo quando entrai per la prima volta in San Pietro a Roma: dietro il baldacchino del Bernini, da tre finestroni enormi il sole d’agosto tagliava la penombra con tre immensi fasci di luce: ecco la Santissima Trinità, pensai.
Il Tempio è quello di sempre, dignitoso nella sua semplicità di terra cruda, legno e paglia.
Il mio amico racconta una storia, una metafora della vita, una di quelle storie che si vorrebbe possedesse una morale che insegni qualcosa di profondo. Ascolto e capisco che si tratta di un miscuglio ripugnante di precetti “religiosi” delle tre grandi religioni locali: la cattolica, l’evangelica e lo spiritismo. Il mio amico non si rende conto che ancora una volta lo stanno ingannando, così come lo è stato cinquecento anni fa quando i portoghesi gli hanno comprato l’anima in cambio di uno specchietto… Il mio amico non capisce quanto si stia umiliando né quanto si stia isolando dalla sua propria storia e da se stesso.
Il mio amico sta morendo.
E quasi muoio anch’io ad ascoltare da lui che questa bambina che mi sta davanti, è desiderata da tutti gli uomini del villaggio, “para ser usada” per essere usata, dice.
E proprio lì, nel Tempio, mi viene fatta la richiesta. Non avrei voluto. Non ero qui per questo. Non sono venuto fino a qui per questo, perché mi si chiedesse qualcosa.
Lì è fatta la prima richiesta di una serie interminabile di altre: le magliette per la squadra di calcio del villaggio. Il pallone, me lo chiederanno in seguito. Una chitarra e un violino da suonare nelle cerimonie e nelle rappresentazioni in scuole ed eventi di vario genere.
Ne ho già viste alcune: una ventina di bambini “travestiti” da indios, a far finta di essere selvaggi, che danzano e cantano per una platea annoiata di figli della nostra classe media-alta della città che applaude gli animaletti ammaestrati, i piccoli indios esotici. Ho già visto, dopo lo spettacolo, come nel momento che dovrebbe essere di confraternizzazione tra la platea annoiata ed i piccoli indios esotici, nessuno si avvicina a nessuno, ciascuno rimane sulle sue, immerso nella sua paura e nel suo ribrezzo che sente per l’altro.
Lo so, l’ho visto.
Una chiatarra e un violino.
I soldi, la richiesta finale, quando mi accompagna alla macchina.
Sono consapevole che i soldi servono per il mangiare quotidiano, forse addirittura la cena di oggi. Invento una scusa perché non sono capace di dire la verità, devo mentire, devo dire che sono squattrinato anch’io, che i tempi sono difficili anche per me… Vorrei tanto poter dire: No, soldi no, i soldi non si chiedono, i soldi si guadagnano col lavoro; se mi chiedessero di fare una conferenza sui problemi della salute, se mi chiedessero di organizzare un gruppo di artigianato, se mi chiedessero un passaggio fino alle Segreteria dell’Assistenza Sociale per esigere che l’infermeria venga ricostruita il più presto possibile, se mi chiedessero di scrivere una lettera alla Funai (Fondazione Nazionale degli Indios) per esigere che tutti i bambini del villaggio tornino a scuola, se mi chiedessero un abbraccio…

So benissimo cosa potete pensare in questo momento: che tipo arrogante, non capisce le differenze culturali, non è umile sufficiente per… e blà blà blà… Lo so.
Comunque so anche che in nome del rispetto delle differenze culturali si commettono i più gravi delitti contro queste stesse differenze che si vorrebbe proteggere.
Il bambino non ha il “diritto” di continuare analfabeta; il vecchietto non ha il “diritto” di morire di fame nell’eterna attesa di una donazione di carote e pomodori. Chi dona loro carote e pomodori, chi dona alimenti, soldi, chitarra e violino, chi racconta loro storie che mischiano superstizione a precetti cristiano-evangelico-spiritisti, non sta facendo altro che perpetuare la “subserviência ” il servilismo, l’umiliazione, la miseria secolare di questa gente che, come le carote e i pomodori sparpagliati per terra, continua sobrando, continua ad esser un di più, continua a marcire.

Me ne vado risucchiato dal traffico della tangenziale, incapace di pensare.