ANCORA PIÙ LONTANO – Continuar Sendo, parte 3

Da mille bocche suoni impronunciabili.
L’oscillazione nella danza dei corpi riuniti insieme nell’esiguo spazio del Tempio grande come il Mondo, un mondo antico e magico che si materializza nell’istante stesso in cui è evocato.
Gente a stringersi tra le pareti di legno e fango senza dar segni di sconforto, bambini dappertutto. Sulla nuda terra rossa, la Terra Brasilis, intere famiglie: la mia idealizzazione di una Storia immaginaria, di tutta un Nazione perduta in leggende esotiche, adesso è proprio qui, fatta di persone vere.
Odore acre del fumo de corda, musica e danza riverberano nel seno del Tempio e di ognuno dei presenti.
Sto nel centro del mondo, e ogni persona qui dentro è agente della materializzazione del Divino e dell’infinito che si fa reale in ogni corpo, in ogni suono delle centinaia di visi Garanì dal colore di Terra.
La Donna-Bambina-Madre onnipresente, è sdraiata in fondo con il figlio al petto.
La Donna-Bambina-Madre danza qui davanti al ambãi, l’altare: una fila di voci e di passi scanditi apparentemente semplici che riescono a muoversi al ritmo dei semitoni della scala pentatonica del canto costante.
L’Uomo-Guerriero-Ragazzo dalla parte opposta, nella danza o seduto abbracciato alla chitarra, canta l’antifona, risponde il coro delle donne. L’Uomo-Guerriero-Ragazzo, batte il petto e il piede, in un ritmo forte di annuncio: la conferma stessa del suo esistere.
Nel mezzo della fila, l’altare: una canoa per trasportare le anime degli antenati.
Il fumo avvolge il Tempio tutto. I petynguá, le pipe, passano di bocca in bocca, il gusto forte forte impregna l’aria.
L’attimo vissuto aggrega i presenti in una preghiera fatta di musica, i suoni raggiungono adesso l’intero universo: un “parlato” corale, un mormorio di fondo che modula i semitoni e si trasforma in “collettività che canta” attraverso tutte le sfumature di cui l’emissione vocale è capace: un canto polifonico che comprende tutti, che fa parte, che penetra in tutti. Un gregoriano ancestrale con l’intento di dar significato alle cose dell’anima.
E all’improvviso tutto si aggiusta. Tutto: la dignità ieratica del Pajé, la musica in trance, la visione della pipa in bocca ai bambini, di questa bambina qui che mi sale in braccio e mi chiede una bambola da giocarci.
Siamo tutti impregnati di una costante aspirazione per una definitiva emancipazione dalla sofferenza, un rituale dionisiaco in un’estasi sonoro per poterci trasformare in uomini più degni: chi è “battezzato” non può dimenticarsi del suo nuovo nome assolutamente mai, dice, severo il Pajé, chi è “battezato” deve sempre ritornare: incliniamo la testa e la mano del Pajé
asperge l’acqua benedetta con il fumo che lui stesso ha soffiato e gli uomini, senza radici, soli, perduti, possono così diventare uguali, riconoscersi nel gruppo degli uguali, adesso miei fratelli di fede e di sangue.
La canoa-altare circondata dalle danze della Donna-Bambina-Madre, dal canto senza fine e dal fumo della pipa del Pajé, è al centro, è il centro, tutto le gira intorno, tutto ha un senso, e questo guerriero che con un coltello simbolico tenta di tagliare le nostre gambe per abbatterci, non può più spaventarci: riesco a saltare, adesso sono più veloce perché qui, oggi, l’aurea di catastrofe che aleggia sul mondo, non entra, non c’è posto per lei.
Qui nel villaggio oggi è festa

Arã Mirin (Edith Moniz)
Verã Jecupé (Paolo D’Aprile)