ANCORA PIÙ LONTANO – Continuar Sendo

Da una profezia di un padre gesuita è scaturito quello che oggi è qui davanti a me.
Intuisco che si estende molto più in là di ciò che la foschia dell’inquinamento mi permette di vedere: una delle città più grandi del mondo.
Laggiù il cuore economico del Brasile, l’Avenida Paulista, dove vengono prese le decisioni sullo sviluppo della Nazione; ecco, un po’ più a sinistra le sinuosità dell’Edificio Copan; a destra, lo Stadio del Morumbí.
Una enorme macchia urbana si estende fino a qui, fino ai piedi di questa montagna che soffre e lotta una battaglia perduta: preservarsi contro il cemento che le rode i fianchi e avanza da ogni parte.
Il Rodoanel, il grande raccordo anulare, ruggisce di camion e le occupazioni abusive invadono quello che resta della foresta primitiva.
Mi trovo qui, sul Picco del Jaraguà. Un parapetto mi separa dall’immensità di una caduta libera di centinaia di metri, un cartello mi avverte: cuidado abismo, attenzione abisso.
La strada scende ripida.
All’uscita del parco l’incrocio e l’indicazione: Marginal Tietê, Tangenziale Tietê.
Dall’altro lato della strada, ai piedi di un muro che sembra potersi sgretolare da un momento all’altro, un tavolino messo lì quasi per caso mi ruba l’attenzione.
Fermo la macchina.
Oggetti di forma e colori esotici esposti in vendita, artesanato índio, artigianato indigeno.
Alzo gli occhi. In un terreno abbandonato, fatiscenti capanne di cartone e legno rimediato chissà dove.
Una favela, penso. Entro nel terreno.
I soliti bambini si avvicinano e subito capisco che non sono entrato dove supponevo: i sorrisi, i tratti dei visi e il modo di parlare rivelano che sono entrato in un villaggio Tupí-Guaraní. Mi indicano subito il sentiero per arrivare alla casa del Capo.
Attraverso la strada. Da questa parte le case sono di mattoni, riconosco la scuola e l’infermeria.
Arrivo alla casa del Capo: una donna.
Mi presento e dico la verità: sono un cidadão, un cittadino di São Paulo, abito in centro e voglio conoscere il villaggio di altri cittadini paulistanos come me. La signora, Chefe, Cacique, responsabile e capo villaggio, dopo un momento di sfiducia naturale, crede nella mia sincerità. Comincia così una lunga conversazione.
La storia del villaggio, la storia della sua famiglia, la storia della sua gente. Ogni tanto rimane in silenzio per guardare un enorme uccello bianco posarsi sulla cima degli alberi.
Arriva il figlio, è lui il portavoce della comunità. Racconta che il Vescovo Sardinha, il cui monumento lo possiamo trovare nel Terreiro de Jesus, la piazza principale di Salvador de Bahia, proprio lì, in quel punto esatto, scoprì l’oro. Sono ancora in piedi le vestigia del periodo, i resti dell’acquedotto usato nel processo di estrazione.
Ci sediamo su una scala che conduce al vascone dove si setacciava la terra. Mentre ascolto, riesco a vedermi: mi trovo in una zona archeologica, il primo posto nello stato di San Paolo dove è cominciata l’estrazione dell’oro, in un villaggio Tupí-Guaraní, a dieci minuti dalla tangenziale.
Questa signora, Cacique del villaggio, mi rivela che il momento di sfiducia iniziale verso di me era dovuto alle tante visite che riceve, nella grande maggioranza dei casi da persone con intenzioni, secondo lei, per niente amichevoli, pronte ad approfittarsi della buona fede e della situazione di bisogno altrui.
Un bambino mi sale in braccio. La Cacique, nonna orgogliosa, dice: è indio puro.
La mia eccitazione iniziale di turista entusiasta, comincia a diluirsi per far spazio ad un più concreto senso di realtà, le parole dei padroni di casa sono vere e dure. Raccontano le difficoltà della vita di tutti i giorni, la lotta per la sopravvivenza, la fame, raccontano come riuscire a mantenere dignità e rispetto di se stessi nonostante la realtà di exclução, di emarginazione, di abbandono e discriminazione nella quale sono costretti a vivere.
Quando nasce, raccontano, il bambino non possiede ancora un nome. Lo riceverà durante una cerimonia che si realizza una volta all’anno nella quale i Pajés, i sacerdoti, dei vari villaggi si riuniscono nel Tempio dedicato al Dio Tupã. Il nome del bambino è talmente sacro che solamente il Pajé nel Tempio può rivelarlo.
Ma questo stesso bambino, che vive a San Paolo, a dieci minuti dalla tangenziale necessita anche di un altro nome, un nome in ligua portoghese, José, João, Maria, affinchè possa essere registrato all’anagrafe ed essere riconosciuto come persona dalla macchina dell’apparato dello Stato.
Una cerimonia sacra nel Tempio, i Pajé in contatto diretto con Tupã, il Creatore che rivelerà il nome del bambino… e un registro fatto da un burocrate qualunque in un’anagrafe qualunque che ti rilascia un foglio di carta qualunque, senza vita, con su scritto José, João, Maria.
Vuole farmi vedere il Tempio. Entriamo in una costruzione di legno e foglie priva di decorazioni o immagini, sufficientemente grande per accogliere molte persone e piccola quanto basta per non distrarsi né disperdere l’attenzione durante le cerimonie. La Cacique si inclina in una leggera genuflessione con le braccia lungo il corpo e il palmo della mano girato in avanti, dice che questo gesto è come se fosse il segno della croce.
Non mi lascia fotografare, il luogo è sacro.
Questo Tempio è solo un simbolo, spiega la Cacique, a dire il vero Dio mora em toda parte, abita dappertutto e quando tagliamo un albero per costruirlo, prima abbracciamo il tronco e a Lui, Tupã, chiediamo perdono e che ci permetta di usarlo.
Ricordo la visione delle occupazioni abusive che invadono la foresta vergine: la nostra gente chiamata in città da tutti i punti del Paese per costruirla forte, prosperosa e potente per poi da lei stessa esserne espulsa e obbligata a raggrupparsi in periferie senza nome, senza volto e senza senso dove ha perso e continua a perdere la sua identità, le sue tradizioni e la sua storia.
Qui nel villaggio Tupì-Guaranì, sto parlando con amici che usano una lingua così antica quanto il latino, così ricca di sottigliezze quanto l’inglese di Shakespeare o l’italiano di Dante.
Tutti i bambini vanno a scuola nello stesso villaggio e la maestra insegna in portoghese e in lingua nativa di cui ha dovuto adattare la sua tradizione orale ai segni della scrittura.
La ricchezza culturale si esprime anche attraverso gli oggetti: un lungo bastone che al girarlo lentamente a testa in giù mormora il suono della pioggia al bagnar la terra. Attenzione, non muoverlo molto, dice la Cacique, funziona davvero: ricordi quell’incendio nelle foreste di Roraima qualche anno fa? Ricordi che non sapevano più come fare per domarlo? Ricordi? Chiamarono due Pajé e… quella stessa notte cominciò a piovere, dichiara con il sorriso di chi sa quello che dice.
Nonostante il clima di cordialità che da subito si è instaurato tra noi, c’è qualcosa in questo villaggio che mi disturba come una nota stonata. È questa maledetta miseria che vedo, questa precarietà delle capanne di legno e cartone, è il capire che la Comunità tenta disperatamente di resistere ma che, per la prossimità con la città non riesce ad essere autosufficiente, autonoma per supplire alle sue necessità, ha bisogno di utilizzare gli strumenti che la città stessa le offre e ai quali sembra non avere la possibilità di accesso.
Mi disturba l’entusiasmo che ho sentito ad entrare qui: come se stessi vivendo un’avventura esotica e non un normale contatto con altre persone.
Mi disturba il razzismo dentro di me che mi obbliga a “confrontarmi”, “paragonarmi” con loro, che mi obbliga a vedere l’altro come qualcosa di diverso che in qualche modo minaccia le mie convinzioni e i miei schemi mentali.
Quasta gente che quando arrivò il Vescovo Sardinha, stava già qui da secoli, contava una popolazione di più di cinque milioni di persone.
Condivideva la terra e il cielo attraverso un modello di convivenza in armonia con il Creato, parlava una lingua nella quale non esisteva l’aggettivo possessivo “mio”, nella quale non era contemplato il concetto di “possedere”. Questa gente che viveva di e per se stessa, non voleva convertire i padri gesuiti ma, per l’usanza di incorporare lo straniero alla comunità, li accolse con corone di fiori ed in cambio dovette ricevere nomi cristiani e un battesimo diverso da quello determinato da Tupã.
Fu espropriata della sua terra, schiavizzata ed infine derubata della sua stessa anima attraverso una “conversione” che umiliò la sua coscienza.
Questa gente non vuole che io sia l’ennesimo interlocutore, non vuole sentirsi visitata, non vuole continuare a produrre “artigianato esotico” per il sollazzo dei turisti. Questa gente non vuole essere protetta, aiutata con la compassione paternalista di una cesta basica, l’ausilio alimentare. Questa gente non vuole sopravvivere, questa gente vuole la dignità alla quale ha diritto e che le togliamo ogni qual volta la “visitiamo” con la macchina fotografica al collo per provare l’emozione della vita selvaggia. Questa gente, a dieci minuti dalla Tangenziale, nonostante l’assedio della città che non si importa di niente e di nessuno, vuole continuare ad essere, continuar sendo, quello che è da sempre: il popolo Tupì-Guaranì.