Belem 15 aprile 2005 – Hebette, “Cruzando fronteiras” e i piccoli agricoltori, ovvero un altro volto dell’Amazzonia.

Vi scrivo una altra pagina sugli incontri avuti a Belem, Stato del Parà.
Su consiglio di Lucio Flavio Pinto, abbiamo fissato un appuntamento per incontrare un professore universitario che mi aiutasse a capire meglio la realtà dell’Amazzonia.

Venerdi 15 aprile incontriamo quest’uomo quasi sull’ottantina, magrissimo e alto. Hebette, belga di origine, è stato missionario in Africa e poi arrivato in Brasile 40 anni fa, ha insegnato all’università di Belem e ha concentrato i suoi studi sui ‘campesinos’ (contadini) e i piccoli agricoltori.
In quei giorni stava per presentare in 4 volumi la sintesi di tutti i suoi studi dal titolo: “Cruzando fronteiras” (passando frontiere). Dopo la mia presentazione comincio a chiedergli, perché mai questo titolo. Mi spiega che la frontiera non è solo il confine tra due stati, ma qui è usato per indicare il confine tra il mondo civile e quello ancora da civilizzare, nel nostro caso l’Amazzonia di città e coltivazioni e l’Amazzonia dove la civilizzazione deve ancora arrivare.
Durante questi 40 anni di presenza in Parà, lavorando e studiando il fenomeno dei piccoli agricoltori, si è trovato spesso a vedere questi limiti. Questo senso di ‘frontiera’ per me ha un suono particolare, un fascino, un valore, un senso drammatico, non so spiegarlo bene, ma sprigiona in me fascino e allo stesso tempo bisogno di proteggerla.

Hebette ha diviso il suo impegno tra l’insegnamento all’università e l’appoggio a varie organizzazioni di piccoli agricoltori in particolare al CAAT (Centro agro-ambientale di Tocantins) e la formazione sindacale degli stessi.
Hebette mi spiega come è iniziata la colonizzazione dell’Amazzonia e come la frontiera sta sparendo progressivamente. L’occupazione dell’Amazzonia è iniziata in modo massiccio con il movimento del capitale e con impresari specie dello stato di Goias per espandere le attività dell’agronegocios (pascoli per produrre carne e adesso soia) e dei madereiros cioè lo sfruttamento del legname. Per queste attività sono necessarie strade e quindi ne è iniziata la costruzione e l’infiltrazione nell’Amazzonia per trasportare le merci e i macchinari. Secondo movimento è stato quello degli avventurieri, cioè di persone che arrivavano in cerca di fortuna e con metodi illegali e violenti entravano in possesso di grandi estensioni. Noto è il fenomeno dei ‘grileiros’, persone che sono proprietari di grandi estensioni di terra grazie a documenti falsificati. Si tratta di avventurieri che diventano progressivamente degli impresari dominando alcune zone. Questi ‘fazendeiros’ senza scrupoli sono quelli che hanno pagato per uccidere la suora, che stava ponendo ostacoli alla loro espansione. Oltre a questi due fenomeni adesso si è aggiunto quello dell’estrazione mineraria. Scoperte le immense risorse di bauxite (da cui si estrae alluminio) e da poco rame e nichel, dello Stato del Parà, sono comparse varie imprese per sfruttare questi giacimenti con vari progetti. L’estrazione mineraria ha anche un altro problema, non solo ha bisogno di strade, ma soprattutto ha un elevato bisogno di energia elettrica per poter estrarre. Ciò ha portato alla progettazione di immense dighe con la previsione di allagare grandi bacini. Sui problemi dell’estrazione mineraria e la costruzione delle dighe è incentrata l’attenzione di Lucio Flavio Pinto. Collegato a questi fenomeni c’è il problema del ‘lavoro schiavo’ (trabalho escravo). La chiesa da tempo sta portando avanti una campagna contro questo lavoro. L’Amazzonia è foresta e per poterla coltivare bisogna tagliare gli alberi e disboscare. Le aree sono grandi e quindi c’è bisogno di molta manodopera. Ci sono delle persone (gatos) che per conto dei proprietari vanno nei paesetti poveri e sperduti, dove c’è poco controllo, alla ricerca di manodopera e alla gente che non ha lavoro (la maggioranza) promettono una paga diciamo di 20 reais al giorno. I poveri che vogliono mantenere la propria famiglia vedono in questo una reale possibilità di sussistenza e ci cascano. Camion di gente viene portata in mezzo alla foresta, magari a un giorno di marcia a piedi e qui messi a disboscare. Loro lavorano ma per mangiare devono comprarsi sia il cibo che gli attrezzi dal padrone stesso. Tutto ciò al prezzo di 25 reais al giorno. Succede che alla fine invece di guadagnare, si ritrovano con un debito verso il padrone e quelli che si ribellano perché scoprono l’inganno e tentano di fuggire vengono uccisi. Questo è il ‘lavoro schiavo’ che continua ad avvenire in Brasile e continuamente si sente parlare di denuncie e di lavoratori liberati dalla polizia federale.
Più di qualche senatore (sono tutti possidenti terrieri) ha processi per lavoro schiavo. Loro dicono di esserne all’oscuro perché hanno affidato ad altri i lavori nelle loro immense ‘fazendas’. Anche la maggior Banca privata del Brasile ha scoperto lavoro schiavo nelle sue terre. Anche imprese statali, perché i lavori vengono terziarizzati e quindi passibili di sfruttamento della gente.

Accanto a questi attacchi massicci all?’Amazzonia da parte degli sfruttatori c’è anche un altro fenomeno che è quello dei piccoli agricoltori. Gente povera del nordeste (Cearà, Paraiba, Maranhao) emigrati in cerca di terra da coltivare che occupa aree ai margini dell’Amazzonia. Si sono spostati e hanno trovato terra, anche donata dallo stesso stato, visto che in Maranhao esisteva questa possibilità o terreni non era ancora registrati.

La riforma Agraria.
Hebette ricorda che la riforma agraria si stava facendo nel 1964, la dittatura l’ha bloccata e adesso anche se si farà, non sarà più una vera riforma agraria. Il tempo è stato perduto. Nel tempo della dittatura si è praticamente militarizzato l’Amazzonia e nel 1970 lo Stato ha iniziato a donare terre cominciando dallo Stato del Tocantins dando inizio alla costruzione della transamazzonica, strada di penetrazione nel cuore dell’Amazzonia. Hebette sottolinea che lo sfruttamento dell’Amazzonia è lo stesso di 40 anni fa, quello che c’è di nuovo lo ha portato il ‘campesinato’.
I piccoli agricoltori in questo contesto hanno ricevuto l’appoggio della chiesa, delle comunità di base che hanno dato vita al movimento sindacale. Oggi si stima che ci siano 50 mila famiglie di piccoli produttori agricoli organizzati. Il Parà ha 6milioni e duecentomila abitanti e i 2/3 vivono in zona urbana, anche se in verità chi vive nel campo è più di 1/3 perché anche piccoli paesetti vengono considerati zona urbana.
Hebette dice che i piccoli agricoltori adesso sono più organizzati e tempo fa in 10mila hanno occupato la sede dell’INCRA (istituto nazionale per la riforma agraria) e ora il governo non può non ascoltarli. Nello stato del Parà l’MST non è molto forte.
Hebette ci dice che: “la testa del contadino è dura, specie quando si vuole insegnare qualcosa di diverso, per esempio l’alimentazione (che è molto povera) insegnando a fare delle coltivazioni differenti. Spesso bisogna fare un lavoro con le donne per poter cambiare gli uomini. Lo Stato non ha investito quasi nulla nella assistenza tecnica ai piccoli agricoltori, quello che si è fatto è nato dalla organizzazione degli stessi. Noi abbiamo cercato di unire la riflessione scientifica con il lavoro di coscientizzazione e di appoggio ai piccoli agricoltori.”
Dopo un’ora di dialogo Hebette conclude ricordando come in tutto questo lavoro ha fatto esercizio di ascolto. Quando si lavora con la gente, specie il povero, bisogna saper ascoltare. “Questo è ancora più difficile per un intellettuale che ha tante cose in mente da trasmettere. Aver saputo ascoltare è quello che ci ha permesso di fare quello che abbiamo fatto.”

È mezzogiorno e saluto Hebette, ringraziandolo di avermi mostrato un altro lato della grande Amazzonia, quello dei piccoli agricoltori.

Mauro (animadelmondo)