Betinho

29/01/2004
Cari amici,
vi dono un’altra pagina di Brasile, la storia di una persona che ho respirato in Brasile. Respirato perché questa persona che tutti chiamano Betinho soprannome di Herbet de Souza, è morta nel 1997, ma la sua presenza e la sua ispirazione la si incontra in tanti movimenti sociali, specialmente nella Ibase che lui ha creato.
Molte persone mi hanno parlato di lui e del segno sociale profondo che lui ha tracciato nella realtà brasiliana, con il suo continuo risvegliare le coscienze.
Ho tradotto un suo testo stupendo che ho incontrato nella biblioteca del sito del movimento nazionale bambini e bambine di strada (www.mnmmr.org.br) e aggiungo la lettera scritta a sua moglie prima di morire. Sono testi di una grande bellezza e spero di aver fatto una buona traduzione (quella alla moglie l’ho trovata già tradotta).
Tra le tante cose che ha ispirato esiste a Rio l’organizzazione “se essa rua fosse minha” (se questa strada fosse mia) che recupera i ragazzi di strada con le attività del circo.
Buona lettura

CHI ERA BETINHO.
Betinho (1935-1997), diminutivo di Herbert de Souza, fu un importante sociologo brasiliano e un militante politico negli anni ’60, ha partecipato del movimento della gioventù cattolica dopo si è dedicato alla causa del socialismo e della giustizia sociale che mai ha abbandonato.
Esiliò in Cile di Salvador Allende in seguito al Colpo Militare del 1964. Amnistiato, è tornato in Brasile e ha creato l’Istituto Brasiliano di analisi sociale ed economiche (IBASE), del quale è stato il direttore fino alla morte. Emofiliaco contrasse il virus HIV attraverso una trasfusione di sangue infetto. I suoi due fratelli, il vignettista satirico Henfil e il cantautore Chico Mário morirono nelle stesse circostanze qualche anno prima di lui. Betinho è stato il più eminente leader delle recenti campagne contro la fame e la miseria nel Brasile, anche noto come il “Don Chisciotte brasiliano”. L’ultimo suo desiderio prima di morire fu un bicchiere di birra gelata, alla brasiliana.

SE QUESTO RAGAZZO FOSSE MIO
Il numero esatto nessuno lo conosce. Sono molte migliaia e stanno nelle strade e piazze delle principali città brasiliane. Sono i bambini che vivono e dormono sulla strada. Sono alcune migliaia quelli che sono stati assassinati negli ultimi anni.

Il numero esatto non lo conosco e in verità non è importante. È sufficiente uno, perché sia già un assurdo. Basta un assassinato per essere uno scandalo inaccettabile.

Un reporter della BBC di Londra mi ha chiesto se io conoscevo altri paesi del mondo dove si uccidono i ragazzi, ho dovuto ammettere che non lo conoscevo. Mi chiedeva perché non si ferma questo infanticidio e non sapevo rispondere. Da ultimo voleva sapere se il governo federale faceva effettivamente qualche cosa per fermare tutto questo. Ho risposto che quando il governo vuole fare qualche cosa la fa, ma in questo caso quello che si faceva era un discorso perché lo vedesse gli inglesi.

In verità, mai avrei pensato di vivere questi giorni e di vivere in un paese che arriva a questo punto, al punto di gettare i bambini sulla strada, al punto di uccidere i bambini che ha buttato sulla strada, al punto di non fare niente per fermare tutto questo che sorpassa ogni immaginazione e ci mette nel campo dell’assurdo.

Yung parlando sopra il nazismo e lo sterminio in massa degli ebrei, diceva che la società tedesca e europea aveva permesso e in fondo voleva che questo succedesse. Hitler ha eseguito quello che molti volevano anche se non si prendevano la responsabilità e non facevano niente, ma hanno lasciato che questo succedesse.

Vedendo come la società brasiliana produce la povertà e i poveri, vedendo come l’economia brasiliana esiste e si organizza soltanto per rispondere alle necessità di una minoranza a scapito della maggioranza, vedendo come la persona povera in Brasile è condannata alla marginalità, arrivo alla conclusione che questi bambini e ragazzi vivono sulla strada perché le loro famiglie sono state distrutte dalla società brasiliana, con il nostro assenso, e che alla fine del percorso, quando cala la notte, questi ragazzi sono assassinati perché non esiste nulla da fare con loro, salvo impedire che continuino a vivere. E tutto questo succede a partire dalla nostra omissione.

Come Yung aveva ragione a proposito della Germania, credo, tristemente, ha ragione anche per la realtà brasiliana. I 7 mila bambini e adolescenti che sono stati assassinati negli ultimi 4 anni, secondo i dati della commissione parlamentare di inchiesta che ha investigato la violenza praticata contro ragazzi e adolescenti, non sono stati uccisi dalle nostre mani, ma sicuramente sono morti senza la protezione delle nostre braccia e senza la nostra voce di protesta.

Come siamo arrivati a questo punto? Perché un essere umano di 7 anni, povero, negro, senza nessuno, abbandonato, disorientato, affamato di tutto è condannato a morire nel fondo delle omissioni di ciascuno di noi e nel desiderio non rivelato della maggioranza? Quando fu che questa creatura smise di essere bambino per diventare un minore che è andato contro la legge? Lasciò di essere una persona, un essere umano, per trasformarsi in un pericolo che lo rende diverso e nemico, come un animale selvaggio che si deve uccidere a fucilate.
In quale esatto momento lo abbiamo abbandonato? Cosa è successo dopo che non siamo usciti per proteggerlo e portarlo indietro nella nostra casa? In quale esatto momento diventò un estraneo, un selvatico, fiera pericolosa, un animale da essere abbattuto? In quale momento uno è diventato Caino e l’altro Abele e non si riconobbero?

Mi metto a immaginare cosa potrebbe accadere se vengo a sapere che mio figlio di 9 anni uscito di casa non è ritornato. Fermerei tutto. Mi metterei a telefonare in tutti i posti. Mobiliterei tutti gli amici. Uscirei e andrei a cercarlo in tutti i luoghi possibili. Controllerei tutti i numeri di telefono per capire dove possa stare. Mi metterei a gridare il suo nome in tutte le piazze dove potrebbe passare. Mi sentirei addosso il dolore della sua morte in ogni momento. Immaginerei il peggio ad ogni passo. Mi ricorderei la sua breve vita con una intensità che mi strazierebbe. Fino a poterlo incontrare di nuovo per abbracciarlo, baciarlo con una gioia immensa. Solo allora potrei tornare ad essere me stesso, ritornare alle mie attività normali, al mio lavoro, alle riunioni, seminari, viaggi fino al bicchiere di birra alla fine di una giornata di lavoro.

Lui, mio figlio, sono io, è la mia umanità, la mia società, la mia città e il mio mondo. Senza di lui io non sono me stesso e la mia felicità è un incubo.

Quando è stato che questo bambino che vedo nella strada e che mi offre un limone ha lasciato di essere mio figlio? Perché, è stato in quell’esatto momento in cui io mi sono trasformato in un connivente del suo assassino. Il non uscire per incontrarlo lo ha consegnato. Al non prenderlo con me l’ho abbandonato alla sua sorte. Al non fermare tutto per affrontare la sua situazione, ho trasformato la sua situazione in una lotteria della morte che segna le sue schedine nel corpo dei bambini e bambine che abbandoniamo nelle strade delle nostre città.

Se non faccio tutto il possibile per qualcuno, devo prepararmi per ascoltare qualsiasi notizia e assumere la mia parte di responsabilità per l’omissione. Una società che abbandona e uccide i bambini è arrivata ad un punto di disumanità che sorpassa tutti i limiti accettabili di umanità.

E in verità, tutto questo è cominciato quando sono diventato capace di vedere nel mio figlio un essere umano, l’umanità. Quando non sono stato capace di vedere in qualsiasi bambino il mio, in qualsiasi essere l’umanità, negli altri l’essere umano, in qualsiasi bambino l’inizio e il re inizio della propria umanità.

Non avevo mai immaginato di essere vivo per vivere in un paese dove uccidere bambini è un atto che non scandalizza, paralizza, mobilita tutto e tutti per far finire quello che mai avrebbe dovuto aver inizio.

LETTERA A MARIA
Questa lettera, scritta alla moglie Maria pochi giorni prima della sua scomparsa, è stata resa nota un anno dopo la sua morte, durante una cerimonia nel Centro Culturale Banco do Brasil, a Rio de Janeiro:

Una lettera a Maria
Questo testo è per Maria affinché lo legga dopo la mia morte, cosa che, secondo i miei calcoli, non tarderà molto a venire. E’ una dichiarazione d’amore.

Non ho fretta di morire, come non ne ho di finire questa lettera. La riprenderò le volte che mi sarà possibile e lavorerò con attenzione e cura ad ogni sua parola. Una lettera a Maria richiede, infatti, ogni premura. Non ne voglio una triste, voglio renderla un frammento di vita attraverso il ricordo che è la nostra eternità.

Noi due ci conoscemmo alle riunioni dell’AP (Aliança Popular – il movimento della sinistra extraparlamentare brasiliana) nel 1970, in una fase di condiviso Maoismo. Regnava allora un’atmosfera di settarismo e di paura, per niente propizia all’amore. Prima di tentare l’approccio con lei ho fatto un po’ d’indagini, i segnali erano promettenti anche se misteriosi.

In qualche modo il nostro rapporto doveva iniziare. Fu sull’autobus Vila das Belezas, a San Paolo. Siamo scesi verso la fine della linea come chi cerca un inizio. Lì ci siamo dati il primo bacio, goffo, schiacciato, ma piacevole, un bacio pubblico. Il muro della nostra distanza era finalmente abbattuto per dare inizio ad un rapporto che ha già compiuto 26 anni!

Il Maoismo era in Cina, il nostro amore nel Viale São João. Era molto più forte di qualunque ideologia.

Era la vita dentro di noi, sacrificata da una clandestinità senza senso e senza futuro. Andammo a vivere in un minuscolo locale con cucina, relegato al fondo di una casa molto povera, vicino all’Igreja da Penha. C’era appena lo spazio per il nostro letto, un piccolo tavolo e per gli utensili della cucina, nient’altro. Ma come facemmo l’amore a quei tempi! È stato veramente incredibile. Non ci capitò mai più di provare tanto piacere.

Erano tempi di piombo, di paura, spavento e d’insicurezza. Allarme durante il giorno, amore durante la notte. E’ così che abbiamo vissuto per quasi un anno. Fino a quando tutto cominciò a vacillare, braccato dalla polizia politica. E poi prigioni, torture, poliziotti da tutte le parti, l’inferno dinanzi a noi. E’ allora che ci rifugiammo in Cile. Lì fui chiamato da Garcez a redigere dei testi, i quali ottennero poi il favore di Allende che li usò nei suoi discorsi ufficiali. È stata la prima volta che ho visto l’amore farsi discorso politico…

Successero molte cose prima del nostro ritorno. Prima che l’amnistia arrivasse e ci sorprendesse.

E ora, cosa farne del Brasile?

Fu un turbine di emozioni: il sogno è diventato realtà! Era vero, ora il Brasile era nostro un’altra volta! La prima cosa che abbiamo fatto è stata saziarci di tutto quello che non avevamo potuto mangiare in esilio: polenta! con pollo al sugo pardo, il quiabo con carne macinata, il chuchu con maxixe, la zucca, il cozido, la feijoada. Un festival di saudades culinarie, un ritrovarsi col Brasile attraverso la bocca.

Una delle più grandi emozioni della mia vita è stato vedere il nostro Henrique sorgere da dentro di te. Emozione senza fine e senza limite che mi ha fatto ritrovare l’infanzia. Dopo l’esilio, le nostre vite diventarono vite comuni. Lavoravamo, viaggiavamo durante le vacanze, facevamo visita agli amici, l’Ibase* funzionava e persino l’emofilia sembrava avermi dato una tregua. Henrique cresceva, Daniel a poco a poco si riavvicinava a me, come un figlio e un amico.

Ma, come una tragedia che avanza impercettibilmente per arrivare alla fine a spodestare le nostre vite, eravamo di fronte a qualcosa che mai avrei potuto immaginare. L’AIDS.
Nel 1985 comincia a diffondersi la notizia di un’epidemia che faceva le sue vittime tra omosessuali, drogati e emofiliaci. Il panico fu generale. Ed io, chiaramente, non avrei potuto non prenderne parte.

Non era stato sufficiente l’essere nato nel Minas Gerais, cattolico, emofiliaco, maoista e mezzo deficiente fisico. Era anche necessario partecipare al movimento mondiale, la piaga del secolo, micidiale, definitiva, incurabile. Ed è stato allora che tu, più che mai, mi hai rivelato che eri in grado di vincere la tragedia, soffrendo, ma affrontando tutto con gran tenerezza e sempre piena di attenzioni. L’AIDS suggellò un amore più forte, definitivo, perché capace di sfidare tutto; la paura, la tentazione dello sconforto, lo smarrimento di fronte al futuro. Capace di continuare nonostante tutto con i baci, le carezze, la sensualità.

Ho dichiarato pubblicamente la mia condizione di sieropositivo e tu mi hai accompagnato. Non hai mai aggiunto un “però” oppure un commento sulle precauzioni necessarie. Mi hai dato la mano e hai proseguito insieme a me come se fossi l’altra metà di me, inseparabile. E così è stato. Dai tempi della rabbia, della non-speranza, della scomparsa di Henfil e di Chico, passando crisi che hanno sfiorato la morte, fino al cocktail di farmaci che alimentò le speranze. Un periodo troppo breve per essere descritto e un’eternità per essere vissuta.

Uno dei problemi più gravi dell’AIDS è il sesso.

Avere rapporti con tutte le precauzioni o non averli per niente?

Le misure sono sufficienti o non si deve far correre mai nessun rischio alla donna amata?

Abbiamo attraversato tutte le fasi, dal sesso con uno o due preservativi fino a nessun tipo di rapporti sessuali, solo carezze. Ho preferito la sicurezza totale al benché minimo rischio. Ho smesso, abbiamo smesso, senza tragedie, carenti ma senza alcun dramma, come se fosse normale vivere contraddicendo tutto quello che avevamo imparato come uomo e come donna, vivendo solo la sensualità della musica, della buona cucina, della letteratura, dell’invenzione, dei piccoli piaceri e della pace.

Vivere è molto più che fare sesso. Ma nel mio caso per essere in grado di vivere così, era necessario che anche Maria lo pensasse e che fosse all’altezza di questa metamorfosi. E lei lo è stata.

Per parlare di una persona nella più totale libertà bisogna che questa sia morta e io so che presto sarà questo il mio caso. Andrò al mio funerale senza grandi sofferenze e soprattutto senza alcuno sforzo, trasportato dagli altri. Non sono curioso di sapere quando sarà, ma so che non tarderà molto. Voglio morire in pace, sul mio letto, senza dolore, con Maria accanto e senza tanti amici, perché la morte non è un’occasione per piangere, ma per celebrare una fine, una storia.

Mi dispiace per quelli che muoiono da soli o in cattiva compagnia, è un morire diverse volte in una sola. Morire senza l’altro è come partire da soli. Lo sguardo del compagno è ciò che ti permette di vivere e poi di riposare in pace. L’ideale sarebbe che potessi morire nel mio letto, senza alcun dolore, bevendo un sakè freddo, un buon vino portoghese o una birra gelata.

Ti amerò per sempre,

Betinho
Itatiaia, Gennaio 1997