Caldo e pioggia per il mio ritorno a Rio

Rio de Janeiro 15 novembre 04,
Festa Nazionale della Repubblica

Carissimi
Sono arrivato a Rio, Giovedì (quinta feira) 11 novembre alle 6 del mattino. Al suolo erano 24 gradi ed é appena primavera, immaginatevi gennaio e febbraio. Oltre che verso l´estate si va anche verso la stagione delle piogge con quella serie di allagamenti che flagella la baixada fluminense (periferia di Rio). Il giornale brasiliano che ho letto in aereo giá parlava che dopo le prime piogge ci sono stati smottamenti di terra nella collina di Santa Teresa, vicino al centro di Rio.
Dopo il mio arrivo non sono andato a dormire, ma mi sono diretto all´associazione Amar per salutare tutti e portare gli abbracci dall´Italia. Sono andato in Autobus e ho preso quello che fa il tragitto piú lungo (un’ora) che mi ha dato la possibilitá di attraversare il centro di Rio e di immergermi nel caos e affollamento di questa cittá. Vedevo l´andirivieni di gente indaffarata, le persone sedute al bar a bere una birra o mangiare un “salgadinhos”, bancarelle in tutti i lati dove si compra di tutto e i bambini di strada presso alcune fontane che si lavavano e giocavano con l´acqua. Durante l´estate le fontane o dove c´é acqua sono i luoghi dei poveri, per lavarsi o rinfrescarsi.

Tutta questo caos e affollamento, mi ha fatto venire alla mente una parola per descrivere tutto ció: mistura(=miscela, mescola). Si, perché a Rio tutto convive e si mescola, per tutto c’è un suo spazio e nulla vieta.
A cominciare dagli edifici, dove vedi palazzi e baracche, edifici nuovi accanto a quelli fatiscenti, banche, belle insegne e chioschetti con scritte fatte a mano. Non parliamo dei colori della pelle e delle razze: qui incontri dal nero profondo africano al bianco nordico, con tutte le tonalitá intermedie, anche i volti orientali sono sempre piú frequenti (anche qui i cinesi comprano i bar e i negozi). Una miscela di stili di vita, che vanno dal manager della classe media che passa in giacca scura e cravatta al mendicante vestito di abiti colorati inzuppati di sudiciume. Una “mistura” di ambienti e di luoghi, ci sono le colline con la foresta di Tijuca di verde intenso che cadono nel mare verde-zzurro e le grosse pietre nere che hanno per centro il Pan di Zucchero. Ci sono le strade caotiche del centro e i viottoli con le scalinate delle favelas dove si va solo a piedi. Una miscela anche di paure che vanno dall’uomo della classe media con la sua paura di essere derubato o di prendersi in mezzo ad una sparatoria fino al mendicante che non sa se troverá da mangiare. La paura del bambino che non sa se va bene a scuola all’estremo del bambino che non sa dove dormire o cosa mangiare. E i turisti, che da tutto il mondo vengono, i “gringos” come li chiamano i carioca, con i loro volti attratti dalle bellezze di Rio e dalle sue donne.
Leandro mi ha ripetuto più volte che il Brasile accoglie tutti, non si nega a nessuno, trova uno spazio per tutti. Nei giorni feriali (come era giovedì) Rio é una esplosione di vita, tutto si anima, tutti per le strade dove si svolge la vita, un milione e piú di persone in movimento. Gli autobus stracolmi che corrono come pazzi contro il tempo o per la fretta degli autisti di arrivare a casa. Anche io in autobus (il mio mezzo di trasporto normale) guardavo il volto di questa cittá, la gente che saliva e scendeva, e tutto mi sembrava nuovo e familiare. Mi ritrovavo dentro uno sguardo che mi era sembrato normale, come cose consuete, ma mi sentivo dentro anche un senso di stupore verso il familiare, il consueto di Rio. Forse é questo andirivieni dall´Italia che mi permette di rileggere le cose scoprendo continue novitá e sensazioni, forse ancora troppo con la testa.
Mentre guardavo le donne che camminavano per strada (e come non si puó non guardare le donne di Rio?) mi é arrivata alla mente una risposta alla domanda che mi ero fatto un anno fa:i ero chiesto perché qui le donne-ragazzine hanno figli abbastanza presto? Perché anche se non c´é un uomo fisso accanto a loro fanno figli lo stesso? Perché non sanno stare senza un uomo? Le risposte che mi avevano dato non mi soddisfavano e adesso ho ricevuto il flash. Ho capito che la donna che vive nella povertà può esistere solo in quanto donna e madre. Le ragazze della classe media vanno a scuola e all’università e non pensano a fare figli, ma al lavoro che potranno fare, non si sposano presto e pensano a divertirsi. Le giovani delle favelas non hanno ne’ studio, ne’ lavoro e possono far valere solo la loro femminilità. Essere donna desiderabile dall’uomo, questo imparano le ragazzine fin da piccole, ad essere donne e lo vedi anche da come si vestono fin da piccole, e quello che noi occidentali riteniamo provocante, per loro é normale. Essere madri, anche giovani, avere un figlio da accudire, anche se ragazzine non é un problema, tanto loro hanno imparato fin da piccole a prendersi cura del fratellino, quando la mamma era al lavoro. Essere madri senza paura di stare da sole perché l´uomo-ragazzo le abbandona, perché voleva solo andarci a letto e non certo farci un figlio. Essere madri, senza vergogna di essere una ragazza madre, la morale cattolica occidentale qui non arriva, e ogni creatura con la sua mamma é benedetta. Come non hanno vergogna a mostrare il pancione, non perché é moda, ma perché la maglietta (quella di sempre) non arriva a coprire, la moda premaman non la vedi neanche in televisione.

In Brasile tutte le edicole mettono esposta la prima pagina dei quotidiani, e tutti si fermano a leggere i titoli, specie quelli sportivi, e anch’io lo faccio per cui dai titoli sono sempre al corrente delle notizie più importanti. I titoli di giovedì riguardavano la scoperta di una banda (qui si dice quadriglia) che commerciava carburante adulterato e il capo della polizia stradale di Rio ne era coinvolto. Hanno anche scoperto che l´avvocato del più famoso capo del narcotraffico, che ora è in carcere, stava comprando i giudici per la sua scarcerazione.

Sono arrivato all’associazione Amar verso mezzogiorno e qui grandi abbracci per tutti e pranzo con l’immancabile riso con i fagioli. Dopo mezzogiorno é arrivata anche suor Adma, che mi ha dato il benvenuto. Poi ho fatto un salto alla casa dom Helder e dopo aver salutato suor Fatima e compagnia ho scoperto che il corso “Buffet Pão com banana” si era concluso alla fine di ottobre, con 7 giovani che hanno ricevuto il diploma. Quest’anno il gruppo di giovani che hanno fatto il corso é stato difficile gestirlo. Dopo i primi due mesi, di 20 giovani metà sono stati mandati a casa perché non erano motivati ad apprendere e disturbavano gli altri. Come ho detto in altre occasioni i problemi dei giovani delle favelas sono molti. La maggioranza non ha terminato le scuole dell’obbligo, ai più manca un reddito per cui devono lavoricchiare. A molti di loro mancano le motivazioni per studiare e tutti hanno difficoltà di concentrazione. L´associazione conosce bene tuttodocumento=caldo e pioggia per il mio ritorno a Rio

Rio de Janeiro 15 novembre 04,
Festa Nazionale della Repubblica

Carissimi
Sono arrivato a Rio, Giovedì (quinta feira) 11 novembre alle 6 del mattino. Al suolo erano 24 gradi ed é appena primavera, immaginatevi gennaio e febbraio. Oltre che verso l´estate si va anche verso la stagione delle piogge con quella serie di allagamenti che flagella la baixada fluminense (periferia di Rio). Il giornale brasiliano che ho letto in aereo giá parlava che dopo le prime piogge ci sono stati smottamenti di terra nella collina di Santa Teresa, vicino al centro di Rio.
Dopo il mio arrivo non sono andato a dormire, ma mi sono diretto all´associazione Amar per salutare tutti e portare gli abbracci dall´Italia. Sono andato in Autobus e ho preso quello che fa il tragitto piú lungo (un’ora) che mi ha dato la possibilitá di attraversare il centro di Rio e di immergermi nel caos e affollamento di questa cittá. Vedevo l´andirivieni di gente indaffarata, le persone sedute al bar a bere una birra o mangiare un “salgadinhos”, bancarelle in tutti i lati dove si compra di tutto e i bambini di strada presso alcune fontane che si lavavano e giocavano con l´acqua. Durante l´estate le fontane o dove c´é acqua sono i luoghi dei poveri, per lavarsi o rinfrescarsi.

Tutta questo caos e affollamento, mi ha fatto venire alla mente una parola per descrivere tutto ció: mistura(=miscela, mescola). Si, perché a Rio tutto convive e si mescola, per tutto c’è un suo spazio e nulla vieta.
A cominciare dagli edifici, dove vedi palazzi e baracche, edifici nuovi accanto a quelli fatiscenti, banche, belle insegne e chioschetti con scritte fatte a mano. Non parliamo dei colori della pelle e delle razze: qui incontri dal nero profondo africano al bianco nordico, con tutte le tonalitá intermedie, anche i volti orientali sono sempre piú frequenti (anche qui i cinesi comprano i bar e i negozi). Una miscela di stili di vita, che vanno dal manager della classe media che passa in giacca scura e cravatta al mendicante vestito di abiti colorati inzuppati di sudiciume. Una “mistura” di ambienti e di luoghi, ci sono le colline con la foresta di Tijuca di verde intenso che cadono nel mare verde-zzurro e le grosse pietre nere che hanno per centro il Pan di Zucchero. Ci sono le strade caotiche del centro e i viottoli con le scalinate delle favelas dove si va solo a piedi. Una miscela anche di paure che vanno dall’uomo della classe media con la sua paura di essere derubato o di prendersi in mezzo ad una sparatoria fino al mendicante che non sa se troverá da mangiare. La paura del bambino che non sa se va bene a scuola all’estremo del bambino che non sa dove dormire o cosa mangiare. E i turisti, che da tutto il mondo vengono, i “gringos” come li chiamano i carioca, con i loro volti attratti dalle bellezze di Rio e dalle sue donne.
Leandro mi ha ripetuto più volte che il Brasile accoglie tutti, non si nega a nessuno, trova uno spazio per tutti. Nei giorni feriali (come era giovedì) Rio é una esplosione di vita, tutto si anima, tutti per le strade dove si svolge la vita, un milione e piú di persone in movimento. Gli autobus stracolmi che corrono come pazzi contro il tempo o per la fretta degli autisti di arrivare a casa. Anche io in autobus (il mio mezzo di trasporto normale) guardavo il volto di questa cittá, la gente che saliva e scendeva, e tutto mi sembrava nuovo e familiare. Mi ritrovavo dentro uno sguardo che mi era sembrato normale, come cose consuete, ma mi sentivo dentro anche un senso di stupore verso il familiare, il consueto di Rio. Forse é questo andirivieni dall´Italia che mi permette di rileggere le cose scoprendo continue novitá e sensazioni, forse ancora troppo con la testa.
Mentre guardavo le donne che camminavano per strada (e come non si puó non guardare le donne di Rio?) mi é arrivata alla mente una risposta alla domanda che mi ero fatto un anno fa:i ero chiesto perché qui le donne-ragazzine hanno figli abbastanza presto? Perché anche se non c´é un uomo fisso accanto a loro fanno figli lo stesso? Perché non sanno stare senza un uomo? Le risposte che mi avevano dato non mi soddisfavano e adesso ho ricevuto il flash. Ho capito che la donna che vive nella povertà può esistere solo in quanto donna e madre. Le ragazze della classe media vanno a scuola e all’università e non pensano a fare figli, ma al lavoro che potranno fare, non si sposano presto e pensano a divertirsi. Le giovani delle favelas non hanno ne’ studio, ne’ lavoro e possono far valere solo la loro femminilità. Essere donna desiderabile dall’uomo, questo imparano le ragazzine fin da piccole, ad essere donne e lo vedi anche da come si vestono fin da piccole, e quello che noi occidentali riteniamo provocante, per loro é normale. Essere madri, anche giovani, avere un figlio da accudire, anche se ragazzine non é un problema, tanto loro hanno imparato fin da piccole a prendersi cura del fratellino, quando la mamma era al lavoro. Essere madri senza paura di stare da sole perché l´uomo-ragazzo le abbandona, perché voleva solo andarci a letto e non certo farci un figlio. Essere madri, senza vergogna di essere una ragazza madre, la morale cattolica occidentale qui non arriva, e ogni creatura con la sua mamma é benedetta. Come non hanno vergogna a mostrare il pancione, non perché é moda, ma perché la maglietta (quella di sempre) non arriva a coprire, la moda premaman non la vedi neanche in televisione.

In Brasile tutte le edicole mettono esposta la prima pagina dei quotidiani, e tutti si fermano a leggere i titoli, specie quelli sportivi, e anch’io lo faccio per cui dai titoli sono sempre al corrente delle notizie più importanti. I titoli di giovedì riguardavano la scoperta di una banda (qui si dice quadriglia) che commerciava carburante adulterato e il capo della polizia stradale di Rio ne era coinvolto. Hanno anche scoperto che l´avvocato del più famoso capo del narcotraffico, che ora è in carcere, stava comprando i giudici per la sua scarcerazione.

Sono arrivato all’associazione Amar verso mezzogiorno e qui grandi abbracci per tutti e pranzo con l’immancabile riso con i fagioli. Dopo mezzogiorno é arrivata anche suor Adma, che mi ha dato il benvenuto. Poi ho fatto un salto alla casa dom Helder e dopo aver salutato suor Fatima e compagnia ho scoperto che il corso “Buffet Pão com banana” si era concluso alla fine di ottobre, con 7 giovani che hanno ricevuto il diploma. Quest’anno il gruppo di giovani che hanno fatto il corso é stato difficile gestirlo. Dopo i primi due mesi, di 20 giovani metà sono stati mandati a casa perché non erano motivati ad apprendere e disturbavano gli altri. Come ho detto in altre occasioni i problemi dei giovani delle favelas sono molti. La maggioranza non ha terminato le scuole dell’obbligo, ai più manca un reddito per cui devono lavoricchiare. A molti di loro mancano le motivazioni per studiare e tutti hanno difficoltà di concentrazione. L´associazione conosce bene tutto questo e sa che non basta aiutare il ragazzo, ma si deve operare con la famiglia e spesso si deve lottare contro il contesto sociale (narcotraffico) che impedisce la crescita normale del ragazzo e tende a demotivarli. Questa é la sfida continua di tutti coloro che lavorano con i poveri, una fatica che ti sfianca.

Nella casa dom Helder mi sono anche incontrato con i tre italiani presenti. Laura e Pierluigi del Gruppone e Daniele di Bologna. Li ho trovati bene e anche inseriti dopo un mese che sono qui.

Aggiungo anche un’altra notizia che ho trovato domenica nel giornale “Folha de São Paulo”, una notizia sconcertante che merita un approfondimento.
Titolo: Cresce l´omicidio di bambini e ragazzi a São Paulo.
Una ricerca fatta ha messo in evidenza che in São Paulo (compresa la periferia) tra i 1.614 morti di etá tra i 5 ai 14 anni, 283 sono omicidi(17,53%). Nei cinque anni precedenti (1994-98) erano 240. Se si pensa che durante l´intifada in Israele sono morti 322 di etá fino ai 17 anni dal 2000 al 2002, nello stesso periodo a São Paulo ne sono morte 225 a causa di aggressioni. Nel 94-98 la prima causa di morte dei bambini era l´incidente con auto (20,86%) adesso é passato al 13,69%, l´omicidio era al 4° posto con il 10,76% e adesso é al primo. I ragazzi rappresentano l´1% del totale di 27.395 persone di tutte le etá vittime di omicidio nella città dal 1999 al 2003. Gli uomini dai 15 ai 39 anni sono il principale obiettivo degli omicidi. Nel 2003 rappresentava il 77% dei morti. L´area piú colpita é la periferia di São Paulo e il quartiere con piú morti bambini, guarda caso si chiama come il mio di Rio, Grajaú. La povertá e il degrado umano sono ancora una volta i responsabili numero uno.
Questa notizia é da notare per due aspetti che il giornale stesso evidenziava. Primo i bambini non dovrebbero essere coinvolti nelle vicende di omicidio e di coinvolgimento con il narcotraffico. Secondo, i numeri sono cosí elevati che siamo in presenza di una Intifada, una guerra non dichiarata. In Brasile il numero degli uccisi con armi da fuoco è spaventoso, specialmente le uccisioni di campesinos e di indios e di coloro che lottano per una maggiore giustizia sociale. Comunque la morte di bambini assassinati è una cosa assurda, da far accapponare la pelle. Ho visto spesso qui a Rio foto di ragazzi o giovani uccisi perché si sono trovati in mezzo ad una sparatoria e ho letto della disperazione dei genitori.
Con questa vi saluto.
Un abbraccio da Mauro Furlan.