CENTRO – Anni

Sono passati anni.
Quando un giorno è uguale all’altro, quando non esiste differenza tra ciò che è stato ciò che è e ciò che sarà, il tempo non fluisce, il tempo rimane appeso al filo che non si spezza di un tedio senza fine sempre uguale a se steso per sempre, rimane dentro una bolla dentro cui non esiste alcuna possibilità di riuscire a intravvedere ciò che vive fuori di essa, neanche di sapere se per caso esista qualcosa d’altro che non sia questo maledetto eterno presente.

Davanti a me un bambino con la stessa età, la stessa espressione e le stesse ferite di tutti gli altri bambini che ho incontrato per le strade, le piazze e nelle fogne di questa città, che continua ad essere, nonostante l’opulenza dei festeggiamenti per i suoi 450 anni, la città senza pietà, la città-cane che tritura i suoi figli più deboli. Adesso non rappresenta più nessun pericolo, una enorme inferriata, molte guardie, muri, filo spinato, polizia, difendono la città-cane dai sui assalti, dal suo vagabondare senza meta dal suo chiedere incessante, dall’orrore che emana dal suo vivere: è stata lei stessa, la città-cane, che ha deciso di prenderlo qui perchè si possa cominciare il processo di socializzazione, affinchè questo bambino possa imparare a comportarsi da bravo bambino.

Ricordo me stessa uno di questi giorni (quanti anni, giorni, quante ore sono passate?) a discutere con un soldato che lo stava torturando in pieno centro, davanti ai passanti che incitavano al massacro. Ricordo le urla del bambino, i presenti, le parolacce, e gli insulti del sodato. Ricordo la sua piccola mano bruciata dalle tante scosse elettriche, ricordo di essere riuscita che la guardia me lo consegnasse. Ricordo di averlo incontrato in seguito con la testa lacerata da un calcio, ricordo tutto, ricordo di tutto…

E adesso, l’assistente sociale ha detto che io sono il suo unico riferimento, che io sono l’unico anello sano che gli è rimasto con il mondo esterno, che io posso aiutarlo nel recupero.
Io…
Oggi sento il peso della responsabilità gravare su di me. Sento come se tutti gli altri meninos mi stessero chiamando, sento che ancora una volta devo svogere il mio ruolo di Educatrice, Professoressa, Nonna, Madre, Zia, zia di strada.
Io, senza niente, senza appoggio alcuno, senza risorse, senza soldi, solamente con l’aiuto degli amici di sempre, io cittadina del País do Futuro il “Paese del Futuro”, cittadina della città-cane, entro nella Fundação do Bem Estar do Menor, il carcere minorile.
Penso che questo bambino vive nelle strade, in quella bolla di eterno presente, da sempre, da quando fu obbligato a fuggire per non morire bruciato, da quando diede la sua prima sniffata ad un sacchetto di colla, la prima fumanta, il primo sorso…
Ricordo quella notte in cui il soldato dopo averlo obbligato a sdraiarsi con la faccia a terra, rompeva le sue poche cose con il tallone dello stivale, un accendino, un portachiavi… Penso a questo bambino che ha me come unico riferimento… penso a tutti i “progetti”, “chiese”, “educatori di Strada, “volontari” coi quali è entrato in contatto in tutti questi anni, penso a tutte le “autorità” che hanno saputo della sua esistenza e penso anche a quanti di questi “progetti” quante di queste “autorità” sono qui con me oggi…

Febem… um bello eufemismo per non chiamarla prigione.
Qui i muri, le inferriate, la polizia in assetto di guerra… i bambini che conosco da anni e anni…
Zia Zia… l’abbraccio caldo stringe e toglie il fiato
Mille parole. Domande. E ancora abbracci.
Quanto tempo zia… vieni, guarda, sai zia…
Lo guardo, è cresciuto. Io… non so cosa dire, le parole escono da sole automanticamente, non hanno bisogno di essere pensate, e i silenzi ancor di più… Quello che realmente conta, la cosa più importante è come sempre, esserci, essere lì perchè lui stesso si senta protetto, senta che ha valore, senta quanto è importante per me, per il mondo, per se stesso.
Stare con lui affinchè il mondo faccia senso, affinchè il mondo abbia un senso.
Stare insieme perchè si riesca a far esplodere la maledetta bolla e lasciare spazio alla vita perchè finalmente possa cominciare.
Una volta a settimana.
Sarò il suo mondo una volta a settimana.
Qualcuno mi aiuti.