CENTRO – Coro

Accompagno mia figlia allo Shopping Higenopolis, dove con il coro della scuola si canteranno musiche di Natale sotto l’albero gigantesco, tra luci e colori indicibili, tra vetrine e signore truccate ed impacchettate che si vantano della bellezza del loro figlio cantore. Stranamente cè freddo, in piena estate, una bufera che raffredda l’aria dai 40 gradi di ieri l’altro ai 15 di oggi. Piove e tira vento.
La grande piazza è ancora piena di quella gente affrettata che corre alla Metropolitana, ma i gradoni e le zone dietro la grande fontana come al solito sono deserte.
Non è vero. Qualcuno cè. Se ne sta fermo appoggiato al muretto, aspetta.
Mi avvicino e lo saluto, come sempre faccio quando voglio cominciare un contatto. In risposta ammicca, mi fa l’occhiolino, si mette in posizione equivoca. È piccoletto e grassottello, mulatto i capelli alla Ronaldo.
Ben vestito, mi si avvicina e mi si offre per pochi soldi o per l’ombrello: sì, l’ombrello. Mi si offre perché io gli regali il mio ombrello, lo può vendere per dieci reais e comprarsi dieci sacchetti di colla da sniffare o dieci pietrine di crack.
Si chiama Paolo, ed è questa la molla per farlo sorridere, mi abbraccia, si chiama come me, mi saluta col tipico gesto delle mani che si battono una con l’altra prima aperte e poi chiuse a pugno fino a riaprisi di nuovo e stringersi forte. È il gesto che si fa tra chi appartiene allo stesso gruppo, alla stessa gang. Dice che “lavora” sempre lí, ma io non l’ho mai visto. Parliamo. Di anni ne ha dodici, parla come un grande, è intelligente, mi chiede chi sono e cosa faccio, se sono un poliziotto. Si apre. Dice che ha molto mal di pancia, è la droga, gli rispondo. Si convince che sono un medico quando vede che nella borsa ho l’apparecchio della pressione. Quasi lo persuado a venire con me, lo avrei portato nella casa dove sempre portiamo quelli come lui.
Ci provo: potrà mangiare, lavarsi, dormire in un letto pulito e non sotto la panchina, giocherà con altri bambini come lui, ci sarà musica e festa. Potrà mangiare. Mangiare? che cosa? Comicio la lista del menu. Gli piace. Non mi picchiano? domanda. Sta per cedere, la cena lo attira, arriva una coppia di adulti che stavano osservando la scena da un po’. Possono venire anche loro? chiede insistentemente. “Loro” sono quelli che lo sfruttano che gli prendono i soldi dopo il “lavoro”. Si arriva ad un compromesso. Verrà domani, mi da appuntamento alle sette di sera. Mi accompagna per un po’, poi si ferma e mi abbraccia: devo andare a lavorare ma ci vediamo domani, vieni zio? “zio” è come i bambini chiamano gli adulti.
Vengo, aspettami Paolino, aspettami che vengo.
Allo Shopping Higenopolis, il concerto di Natale dovrebbe andare per il meglio, penso. Luci indicibili, babbi natale di plastica e signore infiocchettate. Mia figlia canta bene, le piace, ha fatto le prove tutto l’anno e oggi è il grande giorno, meno male che la mamma è con lei sennó ci resterebbe male. Per la prima volta canteranno a due voci, che bravi, così piccoli e già sanno cantare a due voci.
Arrivo all’Anhangabau che sono le nove di sera. Venti ragazzi se ne stanno seduti per terra, raggomitolati uno sull’altro. I più piccoli si alzano e mi abbracciano, prima uno per uno e poi tutti insieme. Sono tanti, molti i piccoli, molta droga, molto freddo. Vedo facce nuove, c’è un costante ricambio, a mano a mano che crescono scompaiono, muoiono o vanno in prigione, ma ne arrivano dei nuovi, sempre. Oggi sono allucinati come raramente li ho visti, si picchiano, urlano, corrono. Una ragazzina mi guarda fisso negli occhi, lo sguardo è appannato da una patina di dolore e le pupille cominciano a distanziarsi, ha uno spasmo, vomita e cade. Zio zio raccontami comè l’talia. Ci sediamo per terra in circolo, alcuni ascoltano altri si picchiano, si bastonano. Mi alzo e me ne vado. Chi vuol venire mi segua, vengono in cinque. Per strada ne ho due per mano, piccoli, nove anni uno e dieci l’altro. Gli altri tre ci seguono a distanza. Sanno che non potranno entrare nella casa di accoglienza, sono troppo grandi, ma vengono lo stesso. Mi seguono a poca distanza, continuano a sniffare colla e a far confusione. Li sgrido sonoramente, la gente che passa mi guarda stranita: ho un piccolo in groppa, l’altro per mano e sgrido tre ragazzoni che potrebbero farmi a pezzi. Mi danno retta per tre minuti poi mi salutano e se ne vanno. Quello che mi sta in groppa ruba da un bar una pasta e mi imbocca passandomi con la mano sopra la testa. Sento l’odore nauseante della colla, gliela faccio buttare. Si ferma e decide che non viene più. Ne è rimasto uno solo, il più piccolo, si chiama Vanderson. La lunga camminata lo sveglia. Le strade del centro sono tutte illuminate. Zio Zio babbo natale verrà anche per me? Lo prendo in groppa perché non so cosa rispondergli. Arriviamo. La casa è piena, quaranta posti occupati, sono le dieci e mezza di sera ma la cucina si apre per Vanderson che ha fame.
Il concerto allo Shopping Higienopolis a quest’ora sarà già finito, mia figlia sarà a casa a dormire contenta. È ora di andare.
Ciao Vanderson.
Zio zio, vieni anche domani?
***
Arrivo in piazza, nessuna traccia di Paulo, il bambino che si prostituisce per dieci reais.
Seguo il cammino abituale tra le strade del centro. Tre bambini, dietro un’edicola stanno prendendo bastonate da un poliziotto in divisa, sniffano la colla e i poliziotti hanno l’ordine di reprimerli a tutti i costi. Mi vedono e mi vengono incontro, il poliziotto urla, me li porto via. Venite con me ma comportatevi bene: durante il tragitto mi seguono un po’ da lontano un po’ tenendomi per mano, rubano due bancarelle, scippano una vecchietta, picchiano un altro bambino incontrato per caso. Naturalmente devo intervenire nei casi di furto, ma quando sono tra loro a fumare sniffare o menarsi, me ne vado, se mi vogliono seguire bene, sennò pazienza. Solo uno di loro non conosce la casa di accoglienza, lo convinco a venire con la promessa che non lo picchieranno e neanche che gli ruberanno il suo yo-yo.
Arriviamo, fanno il bagno, si cambiano e mangiano. Allora di andare a letto li cerco ma non li trovo, sono fuggiti dalla finestra del pian terreno e hanno scavalcato il cancello. Il richiamo della droga è molto più forte di quello di un letto. La sera è trascorsa in allegria, si cantavano le musiche per le feste di natale e dell’anno nuovo, si facevano drammatizzazioni sulla vita in strada, recite in cui si rappresentano cose brutte ma anche episodi divertenti della vita di tutti i giorni.
Due piccolini mi adottano come compagno di scenette: io farò la prostituta e loro i poliziotti, inutile dire il risultato della commedia. Al momento dei canti di Natale uno scricciolo magro magro con gli occhi scavati e le mani lunghe e callose si ritira in un angolo della sala, con la testa appoggiata al muro piange in silenzio. Perché ti sei messo in castigo da solo? perché è quello che mi merito, sono scappato di casa senza necessità. Ma perché? mi picchiavano. Mi viene in braccio e continua a piangere.
Le canzoni di Natale fanno piangere molti, almeno sei non si trattengono più.
Si va a letto, quaranta bambini sono molti, il più vecchio ha qundici anni, il più piccolo cinque. I miei due colleghi di teatro vogliono che io stia lí con loro mentre si addormentano: zio zio, come sarebbe bello se ci fosse uno che rimanesse con noi tutti i giorni.
Come sarebbe bello.