CENTRO – Domenica mattina

Zia, mi porti a messa?… è con questa domanda inconsueta che l’altro giorno sono stata ricevuta dai bambini di sempre nel posto di sempre. Era domenica. Il giorno in cui tutti dovremmo fermarci un poco per riflettere e nonostante tutto ringraziare il Signore.
Andiamo, la mia risposta.
E subito mi dirigo verso la chiesa di San Francesco. È una delle più antiche della città, semplice, povera, in perfetta comunione con lo stile e il messaggio de questo che è il santo della gioia: il Giullare di Dio.
Niente di meglio allora che portarci i bambini… sporchi, affamati, qualcuno ancora sotto l’effetto della droga, comunque… bambini.
Una richiesta come questa, andare a messa, può sembrare assurda ma la voce di Dio parla attraverso i più piccoli, i più deboli, quelli che voce non hanno, i bambini, i miei, i nostri meninos de rua.
Ciò nonostante i meninos de rua non riescono neanche ad avvicinarsi, alla chiesa.
Ho scritto chiesa così, con la lettera minuscola, apposta, considerando come chiesa l’edificio, quello che dovrebbe essere fisicamente la casa di Dio e che per questo dovrebbe meritarsi di essere scritto così: Chiesa.
Però qui a San Paolo, le grandi chiese sono sorvegliate giorno e notte da guardie giurate, come se fossero banche, edifici pubblici o condomini di lusso.
Lo so molto bene che varie volte i fedeli sono stati rapinati o scippati sai dentro che nelle prossimità… tuttavia, far sorvegliare la porta del Tempio, della casa di Dio, la mia, la nostra casa, da uomini in divisa e per di più armati… Mi immagino Gesù, quando cacciò i mercanti dal tempio… ed erano solo mercanti!
Oggi i Templi sono sorvegliati da guardie con il potere di fermare quelli che possano apparire loro indegni di entrarvici…
Immaginate allora se bambini come i miei, che vivono per strada, abbiano qualche volta potuto entrare in una chiesa per pregare o semplicemente per rifugiarsi nel silenzio accogliente del Tempio.
Una richiesta come questa: zia mi porti a messa, non si può lasciarla passare invano.
Da quanto tempo non entravano in una chiesa? Non lo so. Ma che partecipazione fervorosa, che attenzione, che dimostrazione di fede…
Osservavo i visi sporchi e l’espressione concentrata… Generalmente le attività che svolgo in strada durano alcuni minuti, la droga e la precarietà della situazione li rende aggressivi e inquieti, con molta difficoltà di concentrazione e di ragionamento astratto. Ma qui nel Tempio, seduti, cercando di seguire attenti le parole del celebrante… Non li avevo mai visti così concentrati, mai.
Ecco che arriva il momento nel quale, per partecipare coscientemente, la Chiesa chiede una preparazione specifica: la Comunione. Come avrei potuto sapere chi fosse o meno preparato? Che cosa avrei dovuto fare?
Già in piedi, mi hanno chiesto se potevano, me lo hanno chiesto tutti. Io ho trasformato la mia risposta in domanda, ero io che domandavo, un po’ agitata, se loro potevano… Sí, mi hanno risposto. E tutti abbiamo fatto la comunione. Li ho accompagnati fino all’altare: i paramenti splendenti del sacerdote, il candore delle tovaglie sull’altare… i piedi scalzi e immondi, i vestiti vecchi e laceri…
E se qualcuno mai prima d’allora aveva fatto la Prima Comunione, l’ha fatto in quel momento. Sono certa che sia San Francesco che Gesù stesso, hanno steso la mano sulla testa di ognuno di loro e li hanno accompagnati all’altare.
Nel silenzio si è sentito: “che buon sapore”.
Alla fine della Messa, il celebrante ha invitato i fedeli ad avvicinarsi all’altare nel caso avvessero voluto o avessero avuto bisogno di una benedizione speciale: andiamo zia, noi ne abbiamo bisogno.
Ho preso in braccio il più piccolo di tutti e ci siamo diretti verso l’altare.
Tutti i presenti hanno preso parte alla nostra benedizione speciale: chi abbracciava un bambino, chi faceva una carezza… sembrava che la paura delle persone in relazine ai bambini fosse evaporata. No, non è evaporata, in quel momento è la chiesa che riacquista il diritto di essere chiamata Chiesa, con la lettera maiuscola.
Ma i miei meninos continuano ad essere bambini, ingenui, allegri e irriverenti, perfino dentro la Chiesa e alla presenza del Sacerdote che li ha appena benedetti: “Zio mi dai un real?”
Risata generale.
All’uscita un’altra inevitabile domanda: “zia mi sono compartato per benino?”
… E tutto per ricevere un’altro dei miei abbracci.