CENTRO – È bestiale

Oggi io sono più meglio io, non mi sono mai sentito tanto io come adesso. Eccomi qui, nella mia carta d’identità, nella mia mano: questo qui della foto sono io. Mi viene da urlare dalla gioia, di farla vedere a tutto il mondo: io, la mia carta d’dentità, il mio nome firmato sotto, sono io che ho firmato senza metterci il ditone e questo qui, sono io.
Qui c’è scritto che ho ventidue anni.
Io mi ricordo quel giorno quando ne avevo nove, fu la prima volta che mio zio mi portò qua, sulla strada. Non ho smesso più. È stato subito dopo quella notte dell’incendio, quando ho dovuto fuggire in fretta per non bruciare vivo, il fuoco ingoiava la baracca e la favela s’illuminava come se fosse giorno e tutti gridavano, e anch’io.
Non ho più smesso di venire. Mio zio mi dava tutto, le canne da farmi, il crack, tutto.
E mi piaceva stare qui tutto il giorno a fumare. Per far soldi scippavo e correvo, mi nascondevo nel buco… oppure chiedevo e tutti me li davano i soldi, e in fretta, per liberarsi di me.
Mi piaceva più stare qui che andare a scuola, là mi chiamavano “asino” e “orecchione” e allora non ci sono tornato mai più. “Asino” perchè ripetevo tutti gli anni la prima elementare e non imparavo mai a leggere e a scrivere.
“Orecchione”, per colpa della cicatrice. Ma non la cicatrice del fuoco. Questa rimane sotto i vestiti e non si vede: comincia sulla spalla e scende fino alla pancia, sembra Freddy Kruger, ma non la faccio vedere a nessuno. “Orecchione” è perchè ho l’orecchio tutto disfatto: sì, lo so che non è niente bello da vedere, ma che vuoi che ci faccia?
È stato il topo che me lo ha rosicchiato, io ero piccolo, dormivo nella baracca e mia mamma se ne stava sdraiata, svenuta di tanto ubriaca che era, e il topo è arrivato e mi ha mangiato l’orecchio. “Orecchione e Asino”, è così che mi chiamavano, e allora sono venuto qua. Quando ho cominciato a bazzicare con la droga, mi sono indebitato e i trafficanti mi hanno minacciato di morte. È da cinque anni che non ci torno, lá nel mio quartiere.
Cinque anni che non vedo mia madre…
Ma lei di me non gliene è mai fregato niente…
Lei pensa solo a bere…
Ma oggi è un po’ diverso, adesso sono qui, a colori, nella foto della carta d’identità, e l’orecchio non si vede neanche, è bestiale. I piccoli della piazza dicono che ne vogliono una uguale, ma loro mancano agli appuntamenti, io no. Io so curare le mie cose, lascio tutto sul tetto dell’edicola e avvolgo tutto in una coperta. E nessuno prende niente, mi conoscono tutti e mi rispettano. Quando succede qualcosa i piccoli mi chiamano come se fossi il loro babbo.
E io non permetto che gli succeda niente, ai piccoli. E se la polizia arriva posso far vedere alle guardie che adesso non sono un vagabondo, no, ho la mia carta d’identità qui, guarda.
È stata la mia “zia” che l’ha fatta insieme a me. Lei è andata fin là, nel mio quartiere, dove non posso neanche arrivarci vicino sennò mi ammazzano, lei è andata lá, nella mia scuola, ha attraversato la città. Prima è andata all’ufficio dove io pensavo che c’era il mio certificato di nascita, ma non c’era, mi ero sbagliato.
Allora la “zia” è andata nella mia scuola dove ho fatto la prima elementare quattro volte e ha preso il certificato di nascita. Bestiale… la segretaria si ricordava di me e mi ha mandato un abbraccio, la “zia” ha detto che tutti si ricordavano e che mi volevano bene, ma a scuola non ci vado più, adesso è la mia “zia” che mi insegna a leggere e scrivere. Lei, la mia “zia” viene sempre qui e mi insegna a scrivere. Per questo che ho firmato la carta d’identità, lei dice che non potevo più mettere il ditone, allora ha cominciato a sedersi con me qui, sul muretto della piazza e mi ha insegnato a scrivere.
Ci ho messo un po’ ma ho imparato e adesso ho voglia di studiare e voglio che la mia “zia” mi insegni. Se ho imparato io, possono imparare anche gli altri e quando hanno imparato possono farsi i documenti, come me.
Lo vedi questo qui, guarda la mia foto, questo sono io e questo è il mio nome.
Non è bestiale?