CENTRO – E se…

Oggi la mia terra è felice. Lo so che in Italia una giornata come oggi significa poco o niente, ma qui è il giorno più atteso dell’anno, è festa nazionale: o Carnaval.
Tutto il Paese festeggia, danza, gioca, in una euforia popolare traboccante di energia, un inno alla vita, una poesia di amore in cui un popolo intero esprime la sua gioia di vivere, un giorno speciale in cui la nostra gente può guardare se stessa senza vergognarsi della sua povertà e del suo sottosviluppo, un giorno in cui si rivela la grandezza epica di un popolo in divenire, la mia gente.
Forse è difficile capire tutto ciò per chi vive dall’altra parte del mondo e ci osserva con occhi critici, ma oggi è la festa del mio popolo, della nostra gente ed anch’io che sono una del popolo, anch’io che lavoro con la nostra gente, voglio fare festa e commemorare.
Arrivo in Piazza e avverto che il normale via vai è oggi sostituito da una specie di deserto irreale: nessuno, non vedo nessuno. Nei giorni festivi le persone abbandonano le vie commerciali del centro che si trasformano così in terra di nessuno. Siedo per terra e comincio il mio lavoro, sola, ma basta che cominci a togliere il materiale dalla borsa che i primi bambini sembrano sgorgare dalla terra così improvvisamente che se non ci fossi abituato mi spaventerei. Che allegria vedo su ogni viso, che sorriso, che felicità!
Seduti per terra a ritagliare maschere di carta, disegnare adorni e brincar o Carnaval, giocare il Carnevale, senza niente, senza sfilate di lusso, senza televisione, senza attrici famose… La musica siamo noi che la cantiamo con le nostre voci, nella più pura allegria delle tipiche canzoni di quest’epoca. Osservo e constato che tanti sorrisi e tanta partecipazione derivano anche dalla totale assenza della maledetta colla: oggi non vedo gli spacciatori, vedo finalmente dopo molto tempo, la vera faccia dei miei meninos, vedo finalmente gli occhi sorridere felici senza quella patina di assenza e delirio che la droga infonde, vedo mille mani rapide e furbe che ritagliano e pitturano le maschere, vedo salti di gioia, abbracci, baci.
Che giorno, oggi, che bello, in una piazza del centro con quaranta bambini che giocano, liberi per un momento dal dolore, liberi dalla paura, liberi dalla droga, che giorno, oggi, che bello.
Voglio lavorare sempre così, per vedere i miei meninos come li ho visti oggi, voglio che la loro vita possa essere felice come lo è stata oggi, voglio…
Mi accorgo che voglio tante cose che riempirei pagine e pagine, decido allora di volere una cosa sola e di lavorare per riuscirci: il riscatto della dignità di ciascuno di loro, i miei meninos. Una famosa poesia dice Tristeza não tem fim, felicidade sim, la Tristezza non finisce la felicità sì. In un giorno come oggi ho letto sul viso di tutti la richiesta a me e al mondo perché tutto sia diverso, perché nessun menino debba più sentire il dolore della tristezza causato dall’abbandono alla vita di strada. Io, con il mio scherzare di oggi ho cercato di dire loro che potranno sempre contare su di me perché la felicità del carnevale non evapori in un gioco di poche ore ma si trasformi in un sentimento durevole e sincero.

E se la mia gente capisse come è facile un piccolo gesto d’amore…
E se la mia gente imparasse ad avvicinarsi ai miei meninos con le braccia aperte senza quell’espressione della paura minacciosa…
E se la mia gente capisse quella frase di Ernesto Olivero: i meninos de rua non sono il problema, ma la soluzione del problema…
E se la mia gente comprendesse il valore della solidarietà gratuita…
E se la mia gente…
allora questa Mia Terra benedetta sarà realmente felice.