CENTRO – Eccomi

Se sapessi dire, direi.
Se sapessi scrivere, scriverei.
Se sapessi gridare, griderei.
Ma non ho più voce, né forza, né voglia di scrivere, di urlare.
Non ho voglia di fare più niente
Con quali e quante parole è possibile umiliare un Uomo?
Con quali e quanti gesti è possibile toccare il fondo dell’anima dell’Uomo e toglierli l’unica cosa che gli resta, la dignità?

Una telefonata mi chiama alla mia responsabilità di educatrice.
È la Febem (il carcere minorile) che è riuscita ad ottenere l’autorizzazione del giudice affiché io possa visitare un bambino.
Menino, bambino, figlio nostro, figlio di questo mondo cane che gli ha dato la vita e con essa le botte in testa da quando è nato perché impari a nunca mais roubar – a non rubare mai più – come disse la sua stessa madre mentre gli bruciava la mano – a non rubare mai più – come dice una città intera quando ne desidera l’annichilazione.
È bastata una telefonata. E sono andata.
In una stanza, tra il sorriso sarcastico della funzionaria e una risposta a denti stretti dei portinai, anch’o Fui: fui madre di un figlio non mio, fui sorella di un bambino senza essergli perente, fui cittadina brasiliana stritolata dalla macchina del potere e repressione, l’unica cosa che sembra funzionare nel mio Paese, la macchina che fabbrica la disperazione, la sottomissione del cittadino di fronte al Potere inspiegabile e inesorabile.

Fatti
Io, Edith Moniz, pedagogista, educatrice, membro del Consiglio Municipale di Pubblica Sicurezza, membro della Comissione dei Diritti Umani dell’Ordine degli Avvocati di San Paolo, fondatore del Pogetto Lata-Ria, il 4 febbraio del corrente anno mi recai alla Febem per visitare un detenuto sotto richiesta dell’assistente sociale responsabile in possesso di tutte le autorizzazioni legali necessarie.
Nonostate il fatto di essere stata cercata, convocata, invitata, all’adentrare nell’stituzione venni sottoposta per opera dei funzionari preposti al servizio di portineria ad un controllo integrale che definire “rigoroso” potrebbe sembrare una ironia.
Dopo le domande di rito “chi sei; cosa stai facendo qui; dove vai; perché; chi ti ha chiamato”, venni condotta in una sgabuzzino di due metri per due, dove fui obbilgata a rimanere completamente nuda, ripeto, completamente nuda, davanti alla sorvegliante che dopo aver perquisito minuziosamente i miei vestiti mi obbligò a pular o canguru “saltare come un canguro”, ossia saltare completamente nuda aprendo e chiudendo le gambe, accuggiarmi ed alzarmi più volte per avere la certezza che né armi e né droga cadessero da dentro la vagina.

Considerazioni
Non voglio parlare qui della illegalità di questo tipo di perquisizione alla quale venni sottoposta, dell’umiliazione subita, neanche dell’atteggiamento arrogante e strafottente dei funzionari preposti al servizio pur avendo conoscenza dell’autorizzazione ufficiale per poter entrare nell’stituzione.
Voglio invece ponderare come ed in che modo si cerchi la collaborazione della società civile, delle famiglie e principalmente della madri per il recupero dei minori se queste stesse madri sono trattate ancora una volta come potenziali delinquenti e sottomesse a prove umilianti come quella a me inflitta.
Conclusione:
Febem: Fundação Estadual para o Bem Estar do Menor – Fondazionde per il benessere del Minore.
Davvero?
Taccio di proposito tutte le altre domande.