CENTRO – Il Prezzo

Non riesco a trovare la metafora giusta per spiegare ciò che ancora una volta vedo e per il quale ho esaurito la riserva delle mie parole.
A questo punto posso solo pormi domande che non hanno risposta, domande che cadono nel vuoto, domande urlate che a poco a poco diventano sussurro ed infine si trasformano in pensiero, in un vago pensiero apatico e informe, una sensazione di impotenza legata ad un nulla cosmico di disperazione che avvolge la mia anima e la ricopre di una sostanza gelatinosa e appiccicosa, la immobilizza a più di cento catene, la ammutolisce cucendole la bocca, l’acceca cavandole gli occhi…
Il fatto che esista una situazione come questa e che la veda davanti a me.
Il bambino e la sua mamma… più che un’magine è un archetipo, il simbolo stesso dell’umanità, dell’appartenenza ad un mondo, una cultura, della conferma del nostro esistere: un bambino appena nato accoccolato tra le braccia di sua madre.
Questa immagine dice tutto.
Ma non riesco ad isolarla dal contesto in cui si affoga, non riesco.
Non ne sono capace.
Il contesto è intollerabile, è più forte dell’archetipo, il contesto, questo contesto, è il male assoluto.
Ma una piazza non può essere definita il male assoluto, la biblioteca municipale tutt’altro, immaginiamo poi la sede di una grande corporazione commerciale, un negozio di macchine fotografiche, un altro di scarpe, un altro ancora di dischi, un’edicola, i giardinetti… Il male assoluto.
Una mamma dorme abbracciata alla sua bambina nata sei giorni fa.
Dorme sul selciato della piazza davanti agli occhi ciechi della biblioteca municipale, della sede di una grande corporazione, dei giardinetti, davanti agli occhi del mondo, davanti ai miei.
La conosco da tanto tempo ormai… posso dire di averla vista crescere, la madre.
La sua storia… uguale a quella di migliaia di altri, uguale a quella di intere generazioni, uguale alla miseria del mio Paese e della mia gente.
Miseria sì, miseria opulente, miseria dei grattacieli di cristallo della mia città, miseria della ricchezza ostentata ad ogni angolo e ad ogni momento, miseria nel sogno di questa ricchezza che ipnotizza milioni e milioni di persone e le costringe ad ammazzarsi e farsi ammazzare pur di concretizzarlo e di chegar lá arrivarci, dar certo riuscirci, ser alguém na vida, diventare qualcuno.
Con quale metafora, con quali parole posso descrivere l’inversione di valori cui si sottopone una intera nazione che docile e sottomessa accetta l’inaccettabile, l’inaudito, un’intera nazione che paga il prezzo del suo sottosviluppo macellando i suoi figli?
Una madre, milioni di madri, un bambino di sei giorni, milioni di bambini di sei giorni, davanti a me e alla mia mente obnubilata e confusa.
Sorride la madre, è bella, grande, forte, sorride e mi dà la sua bambina che stringo al petto mentre degluttisco lacrime e impotenza.
È appena stata dimessa dall’ospedale. Minorenne, è stata dimessa.
Pur sapendo che avrebbe dormito in piazza, è stata dimessa.
È come se un destino inesorabile, la mannaia di un boia, si abbattesse su di lei, su questa bellissima bambina di sei giorni e sulla mia mente confusa: io so cosa succederà.
Io so che arriveranno nottetempo gli assistenti sociali e le strappereanno la bambina dalle braccia.
Io so che questa giovane madre affogherà la sua disperazione nel crack, che non vedrà mai più questa bambina di sei giorni che adesso dorme beata tra le mie braccia e non immagina neanche di essere in piazza, dietro la biblioteca municipale.
Io so che tornerò a casa e comincerò a scrivere e dire che non ho parole per raccontare quello che vedo e quello che sento.

Vivo in un tempo dove tutto è uguale a se stesso e dove la speranza lascia il posto al pianto universale di questa bambina di sei giorni.

Vivo in un baratro di buio dove l’eco del silenzio è così forte da farmi diventare sorda.

Vivo sorridendo di felicità stringedomi al petto questa bambina di sei giorni che ora apre gli occhi e sembra guardarmi.

È così bella…