CENTRO – Meninos de rua?

“Bambini di strada”…
No, questa definizione non potrò mai accettarla: meninos de rua. Mai. Ogni volta che ascolto, leggo o pronuncio queste due parole, ho la profonda sensazione che sia tutto sbagliato, e non soltanto da un punto di vista semantico. Col dire “Tutto sbagliato” intendo esattamente questo: tutto sbagliato.
E allora domando: come è possibile poter catalogare un cittadino brasiliano, minorenne, bambino, in questo modo, con un nomignolo così infame… “menino de rua”? Come se non avesse o non avesse mai avuto un padre o una madre, quattro pareti e un tetto, un fratello, uno zio, una famiglia, una casa, un focolare… Siamo così abituati alla convivenza con situazioni estreme che accettiamo calmamente di guardare ai nostri bambini e, senza batter ciglio, definire subito la specie o sottospecie umana alla quale appartengono: figli della classe media benestante che frequenta club e shopping… bambini che lavorano per strada a vendere caramelle ai semafori per portare a casa qualche soldo (“molto bene: lavorare non ha mai fatto male a nessuno, meglio lavorare che rubare, meglio lavorare che ammazzare qualcuno, meglio lavorare che andare a drogarsi”)… meninos de rua, scugnizzi, bulletti, ladruncoli, delinquenti…
E via di questo passo… e via alla catalogazione della persona… e continuiamo pure ad accettare tutto quello che vediamo come se fosse la cosa più naturale del mondo… Quanti piccoli cittadini brasiliani, minorenni ai quali è stato negato il diritto allo sviluppo, ad una crescita normale, mi compaiono davanti in un quarto ddi’ora, quando semplicemente mi metto a sedere sui gradini della Ladeira da Memoria o sulla panchine della Piazza Dom Gaspar? Dieci, quindici, cinquanta, mille?
E adesso non ha nessuna importanza che ancora una volta cominci a descrivere il modo come vivono migliaia dei nostri bambini: il mondo intero lo sa già, noi brasiliani lo sappiamo, lo vediamo e lo abbiamo visto decine di volte alla TV, sui giornali, ai semafori, nelle vie del centro… quello che non sappiamo è toglierci la maschera dell’ipocrisia e cominciare il lavoro di riscatto della dignità nostra e dei nostri bambini.
Nostra, sissignore, perchè fino a quando permetteremo l’esistenza di situazioni estreme, è anche la nostra dignità ad essere ingoiata dai tubi di fogna che servono da rifugio per i bambini.
“Vieni, oggi fa freddo, vieni con me, andiamo alla Casa di Accoglienza dove potrai mangiare, fare un bagno e dormire in un lettuccio caldo. Vieni che questa notte farà molto freddo…”, “Zia, la terra è il mio letto, il cielo e le stelle sono le mie coperte…” No, non è una frase di San Francesco, queste sono parole di una bambina di undic’anni al rifiutarsi di andare in una Casa di Accoglienza in una notte d’inverno in cui la temperatura scese fino ai cinque gradi…
Casa di Accoglienza… lettuccio caldo… zuppa… bagno… questo è tutto quello che sappiamo o possiamo offrire a questa bambina? Noi, il Brasile, O BRASIL,” gigante per natura”, noi che sentiamo un groppo in gola nel vedere la nazionale di calcio quando canta il nostro inno, è questo che possiamo offrirle?
Penso ai miei figli… quante persone si sono occupate di loro, quanti adulti hanno avuto vicino per aiutarli nella crescita, quante attenzioni hanno ricevuto per poter trasformarsi a loro volta in adulti responsabili? Facciamo i conti insieme: un padre e una madre, sempre vicini; due nonni paterni e due materni; quattro zii. Uscendo dal circolo familiare devo computare tutti gli altri adulti che mi hanno dato ausilio: due maestre a scuola, due professori nella squadra di calcio, il prete in parrocchia… ho perso il conto, ho perso il conto! Quanta gente, quanta gente intorno ai miei figli: tutti pronti ad aiutarli, ad insegnare, a trasmettere esperienza di vita, conoscienze, informazioni, educazione…
E noi, società brasiliana, possiamo offrire… Casa di Accoglienza, zuppa, lettuccio caldo, bagno?
È tutto sbagliato. Tutto.
“E tu cosa fai?”, mi si potrebbe domandare adesso, quasi in tono sarcastico.
Io… per ora posso fare molto poco, comunque è da quasi due anni che mi trovo per la strada a conquistare la fiducia di ogni “piccolo cittadino brasiliano”. Uso la mia esperienza di pedagogista, di insegnante, di madre, in modo che ognuno di loro incontri in me qualcuno su cui poter contare.
Allora comincio semplicemente col togliermi dalla faccia quell’espressione che sta tra la minaccia della paura, la paura di essere derubata, la paura di essere “contaminata” e invece di raggomitolarmi per proteggermi la borsa, spalanco braccia e sorriso…
Scritta così sembra la più grande stupidaggine del secolo. Ma è proprio così.
Ma insomma, un bambino che cosa vuole da un adulto?
Una volta fatto il primo contatto, e questo può durare intere settimane, voglio cominciare delle cose più urgenti, voglio che tutti usufruiscano del sacrosanto diritto alla salute. Ed allora comincio i contatti con le varie istituzioni, gli ospedali, le cliniche specializzate…
Molti bambini sono malati, con la febbre, infezioni, malattie veneree…, niente di più giusto accompagnarli dove possano ricevere le dovute cure.
Questo è il primo modo che ho trovato per riuscire ad essere accettata da loro: interessarmi dei problemi specifici di ognuno.
Conoscere ciascuno per nome, cercare la famiglia o ciò che è rimasto di essa, convincere i responsabili dell’importanza della scuola, andare insieme a fare l’scrizione a scuola, andare insieme all’ospedale, andare insieme, stare insieme. Ma non mi accontento di condividere momenti, gioie e tristezze, no. Sarebbe un compito per un santo ed io, santa, non lo sono, io sono una cittadina brasiliana con diritti e doveri verso la società.
Ed è questo che voglio, che ognuno di questi piccoli minorenni che non hanno mai avuto la possibilità di una crescita normale, riprenda ciò che è suo.
Ma ho imparato che il potere pubblico coi più deboli è sempre crudele e impietoso: potrei raccontare decine di casi di pestaggi e torture perpetrati dall’autorità di pubblica sicurezza contro i bambini di dieci, undic’anni; potrei raccontare le decine di volte che ho visto bambini impediti di entrare nelle Case di Accoglienza notturna per essere senza scarpe o venirne espulsi per aver fatto un po’ di cagnara… potrei denunciare, scrivere, gridare, agitarmi… non servirebbe a niente, persone molto più importanti di me lo hanno già fatto e il mio grido non sarebbe ascoltato.
Ho scelto allora il cammino del lavoro silenzioso, usando i mezzi che ho a disposizione (le mie mani e la mia esperienza) per conquistare insieme ai bambini il diritto che gli appartiene: la dignità.
E siccome la dignità non può essere un privilegio per alcuni a discapito di altri, ecco il mio appello alla coscienza di ogni brasiliano e di ognuno di noi: il futuro comincia oggi e comincia per tutti.