CENTRO – Normalità

Oggi mi sento confusa, vorrei che fosse un giorno normale… ma cosa significa la parola “normale” per chi, come per i miei meninos, la normalità è questa vita senza punti di riferimento?
Cosa significa “normale” per me?
E mentre penso eccomi giunta in Piazza da Sè, il centro, la Cattedrale e i giardini formano un bellissima immagine della nostra città… ed anche… le decine di bambini que lì ci vivono. Sì, perchè loro sono belli, allegri, vivaci, strafottenti… ladri, violenti, drogati, delinquenti… simpatici, sorridenti, innocenti, ingenui… prostituti… Le strade e le piazze della nostra città, un giorno “normale” non lo potranno mai avere, neanch’o.
Il lavoro e le attività fluiscono, oggi partecipano tutti, sembra che la droga ancora non sia riuscita a devastare le menti e i corpi.
Mi allontano e vado in direzione alla “Valle dell’Anhangabaù”.
I bambini vivono in gruppi di quindici, venti persone, ogni gruppo occupa un’area specifica del centro e raramente ne ultrapassa il territorio. Rivali tra loro, non di rado arrivano alle vie di fatto. Io ho libero accesso a tutti, sono rispettata e accolta da tutti con grande gioia, in me hanno fiducia.
Ascolto una voce che mi chiama, mi chiama per nome, in centro, vicino al Teatro Municipal. È una voce sottile, acuta, un bambino.
Io, nella “Valle”, ascolto la voce venire da su, dal Viaduto do Cha, il ponte principale del centro.
La riconosco, è la voce di Johnny, un bambino biondino, rapato come l’idolo Ronaldo, dieci anni, occhi chiari, una cicatrice a sfigurarne il lato destro della testa. Johnny mi chiama, urla, piange, nel centro di San Paolo.
Dalle urla mi avvedo che il problema è serio.
Salgo la scalinata con il cuore in gola e la scena che mi si presenta è ciò che non vorrei vedere mai: un gruppo fitto di gente a guardare due agenti della policia militar, la polizia di ronda, che trattengono con forza il piccolo e pericoloso fuorilegge Johnny.
Il bambino piange disperato mentre gli agenti lo tirano senza molta delicatezza in direzione al “posto di polizia mobile” (una sorta di roulotte che percorre i punti caldi e funge da commisariato volante). Mentre mi faccio spazio tra due ali di curiosi, comincio col tentare di calmare gli agenti: uno sta storcendo il braccio di Johnny dietro la schiena mentre l’altro gli pizzica con forza il petto.
Johnny implora in lacrime “Portami via di qua, mi daranno la scossa elettrica, come hanno fatto l’altra volta, guarda la mia mano…” dice mettendo in mostra una enorme bruciatura sulla manina piccola e sporca. Gli agenti non smentiscono l’affermazione, anzi, continuano a maltrattarlo in modo sempre più truculento. I presenti approvano. Johnny non la smette di dire che non è vero che stava rubando, “io stavo prendendo…” . Nel linguaggio della strada, Rubare, significa rapinare a mano armata, Prendere, invece, è semplicemente prendere e correre via, niente violenza o minacce, una specie di prestito a fondo perduto.
Si “prendono” soprattutto orologi e cellulari di persone distratte o che ne fanno ostentazione eccessiva. Si “prende” per rivendere seduta stante al ricettatore, per avere gli spiccioli che alimentano il vizio, la droga, la colla da sniffare, il crack.
“Prendere” è semplice, chiunque lo può fare, perfino il piccolo Johnny.
Un assalto, implica molta organizzazione, coraggio e l’uso delle armi.
Johnny “prendeva”. Le mie parole riescono a calmare la situazione, gli agenti fanno mille domande, come se non mi conoscessero, il tono ironico… ” Il tuo lavoro non serve un bel niente, guarda qua il risultato…” La conversazine assume poco a poco un altro tono, non più sarcastico od ostile, sembra quasi un discorso tra persone per bene.
Alla fine arrivano perfino a liberare il piccolo “prenditore” con la mia solenne promessa che l’avrei accompagnato nella Casa di Accoglienza notturna.
Ed è esattamente ciò che faccio. Arriviamo, ceniamo. È ora di andare a letto, all’abbracciarmi Johnny giura in lacrime che non ha mai rubato niente, ha solo preso. Voglio calmarlo, gli parlo piano piano, arriviamo perfino a parlare di sua madre: “Lei dice che ho nove anni, ma io ne ho dieci, è vero zia?…”
La normalità del mio lavoro oggi è stata questa. Evitare che un piccolo ladruncolo cadesse nelle mani della polizia per essere di nuovo torturato, accompagnarlo alla Casa di Accoglienza, assicurarmi che nei prossimi giorni rimanga sotto la custodia degli assistenti sociali.

Per lo meno questa notte le vie del centro si sono liberate di un pericoloso bandito… di dieci anni.