CENTRO – Nove domande e una affermazione

Capitães de areia… moleques, pivetes, pixotes, infrattori e chissà quant’altre definizioni meno poetiche e più tecniche, più colte, elaborate da consigli di specialisti, psicologi, assistenti sociali, sociologi e pedagogisti, riuniti in congressi mirabolanti per studiare il "problema"… per definire direttrici di intervento, per concretizzare proposte e dibattere la scoperta dell’acqua calda… quante riunioni e quanti studi e libri e articoli e film e servizi alla televisione. Sempre a dire la stessa cosa, sempre a usare lo stesso linguaggio tra il sensazionalista, il pietista, il clientelare, il paternalista, e il farfugliare intelletualoide della "Repubblica" universitaria degli accademici di San Paolo…
Sempre le stesse cose, tutti a dire le stesse cose. Il problema dei bambini di strada… il problema dell’infanzia abbandonata… il problema della mancanza di politiche strutturali legate alla medesima infanzia, il problema, il problema, il problema. Ed ancora uma volta associamo alla parola "bambino" quest’altra: "problema".
Arriviamo persino a forgiarne um’altra, più efficace ancora: "bambini a rischio-sociale". Darò una medaglia a chi mi spiega che cosa vuol dire.
Domando: problema per chi?
Domando: che tipo di problema?
Domando: rischio di chi, per chi e per che cosa?
Affermo: non esiste rischio-sociale in uma società che fabbrica e vive di certe e sicure incertezze: la certezza della disoccupazione, la certezza dell’abbandono, la certezza della fame, la certezza della mancanza di una abitazione decente, la certezza della mia incertezza sul mio futuro e sul futuro dei miei figli. Non esiste rischio sociale perchè tutto, proprio tutto è messo in rischio sempre e dappertutto. È il rischio di scomparire, è il rischio di diventare una volta per tutte evanescente come lo è questa vita effimera strutturata sull’immediatismo spicciolo, il nichilismo e la soddisfazione estemporanea delle necessità fisiologiche.
Allora continuo a domandare: che cosa significa rischio-sociale? è il rischio di non adattarsi alle regole vigenti, è l’inconformismo, è la vita "marginale", è il non condividere gli stessi valori propugnatici ad ogni istante? che cosa significa allora rischio sociale?
L’associazione ipocrita menino-rischio, menino-problema, implica una grande dose di disperazione e di totale mancanza di prospettive di colui che la propone: "non riesco ad inquadrare questa determinata realtà nei miei schemi socio-mentali ed allora la catalogo senza ombra di dubbio come "problema", come "rischio-sociale".
Continuo a domandare: chi è che corre più rischi di perdersi per la strada sbagliata, chi è che corre più rischi di frequentare cattive compagnie, il bambino che convive in una baracca di favela con il padre alcolizzato ed il fratello spacciatore, o quell’altro, quello blindato tra lo shopping, la palestra e la telenovela, trattato come consumatore in erba affinchè un giorno possa essere approvato all’esame di ammissione dell’università della logica di mercato per adattarvisi senza restrizioni? Chi tra questi due bambini corre effettivamente più rischi, chi rappresenta un rischio per gli altri? Dov’è il pericolo?
Ascolto come una você cavernosa, nefasta, le parole di un importante Senatore della Repubblica che, come se non bastassero gli anni in cui collaborò alla repressione politica del nostro recente passato, invoca ora, a guisa di soluzione magica per risolvere il "problema" del menor infrator, la diminuzione dell’età imputabile e l’aumento della pena di reclusione affinchè questo stesso menor infrator senta sulla sua pelle la severità del castigo e possa accorgersi che sta ricevendo la pena corrispondente al delitto compiuto.
Questo mostruoso ragionamento, indica realmente a quale impasse è arrivato il pensiero dominante attravero il quale lo Stato, tutti noi, si fa presente nella vita del cittadino-menino solamente come forza punitiva. Volendo "risolvere" il "problema" lo si incatena al più presto e il più a lungo possibile dietro muri e istituzioni come la nostra Febem (Fondazione per il Benessere del Minore), per annichilire definitivamente qualunque segno di vita dei reclusi. La nobile finalità ufficiale di inserire il menino in un programma socio-educativo, nasconde una realtà oscura di umiliazione e di tortura molto simile a quella del carcere per adulti.
È necessario affrontare il problema a muso duro: è tutto sbagliato, le nostre basi di convivenza sociale si sono "evolute" in um processo regressivo di deterioramento che viene da lontano, nel tempo e nello spazio.
La spazzatura culturale che si abbatte su di noi ad ogni momento e sulla quale fondiamo il nostro vivere quotidiano, i valori che beviamo come acqua, hanno un prezzo altissimo: il prezzo della nostra identità individuale e il prezzo della nostra identità come società, come popolo, come nazione, come Paese.
Considerare che esista un "problema" o un "rischio-sociale" chiamato menino significa affrontare l’argomento alla rovescia: chi fabbrica i problemi è il mondo adulto, istancabile produttore di situazioni, queste sì, perniciose.
Il menino riflette semplicemente la realtà nella quale è condannato a vivere e, nel caso specifico di quelli considerati "a rischio", condannato ad arrangiarsi.
Il menino non può più essere catalogato come problema o come rischio sociale, il bambino è e deve essere la soluzione del "problema".
È a partire dall’osservazione dei suoi desideri e dei suoi bisogni, è dal nostro riconoscere il suo diritto ai diritti, che deve sorgere la "soluzione" affinchè non ci azzardiamo mai più a definirlo bambino-problema, bambino-a rischio sociale.