CENTRO – Oggi è una giornata diversa

Oggi è una giornata diversa

è cominciata nella Piazza di sempre ed è finita in un…
Non importa quanti chilometri ci sono tra la Piazza di sempre e il “Centro di Salute”, l’abbiamo fatta a piedi, noi tre.
Avremmo potuto prendere il metrò ma il camminare è un modo di svegliarsi, per liberarsi dal torpore della droga e di una notte mal dormita.
Il piccolo L. si trascina con gli occhi socchiusi, si ferma ogni dieci passi vuole sdrairsi e dormire ancora. Ma il fatto di aver risposto al mi invito di andare a fare il bagno e cambiarsi, giustifica la mia insitenza nel caricarlo, letteralmente, con me.
La ragazza al contrario, sa perfettamente l’mportanza di andarci e collabora come poche volte l’ho vista fare. è incinta e sembra comportarsi con un po’ più di responsabilità, però, nonostante le attenzioni e le precauzioni, la vita di strada marchia, lascia tracce profonde che per fortuna oggi hanno “solamente” le sembianze di pidocchi. Si è tagliata i capelli da un paio di settimane, e un giono sì uno no andiamo insieme al “Centro di Salute” per mantenere un minimo di igiene.
Il piccolo L. non resiste, dorme sulle panche della sala d’attesa.
Sporco fino all’inverosimile, i vestiti laceri, i piedi neri sozzi, senza scarpe: è l’archetipo stesso dell’abbandono: L, nove anni, menino de rua.
T. approfitta della doccia fino all’ultimo istante, continua a mantenere la tipica vanità femminile di una ragazza di diciassette anni consapevole della sua bellezza.
è vero, è proprio bella, mulatta, alta, un sorriso aperto, radioso, maestoso, che dimostra quella famosa opulenza delle donne brasiliane. Un foulard sbarazzino copre i capelli cortissimi.
Esce dal bagno e sceglie vestiti puliti che il “Centro” ci mette a disposizione.
La pancia aumenta e i vestiti devono adattarsi alla situazione. La scelta è lenta e pur sapendo che rimmarrà pulita solamente fino a sera, quando di nuovo si sdraierà sul marciapiede, continua a provare e riprovare magliette e sottane cercando la mia approvazione. Il piccolo L continua sdraiato, dorme. è il solo momento in cui sta fermo, ne aprofitto allora per dargli una guardata alla testa… sospetti fondati! Anche lui pieno di pidocchi e larve. Entra sotto la doccia, si insapona, sfrega, lava, lava di nuovo.
Ne esce irriconoscibile. Sembra perfino… un bambino. Non è più un grumo di sporco ambulante, ha riacquistato i lineamenti e la graziosità di un bambino.
Vuole scegliersi i vestiti da solo.
è mezzogiorno e abbiamo fame. Avevo promesso loro una merenda.
Il mio lavoro di strada è basato sulla “presenza”, nel condividere le varie situazioni occupandomi dei problemi concreti di ogni menino; la peculiarità del mio lavoro non mi permette di fare uso dei soldi in modo palese: sarebbe come un invito affinchè tutti si sentano nel diritto di chiedere un “contributo”.
Ma ogni regola ha la sua eccezione: e oggi è una giornata diversa.
Siamo puliti, abbiamo appena fatto un bel bagno, i vestiti semi nuovi, abbiamo perfino le scarpe ai piedi. E oggi è sabato. Non voglio mangiare uno spuntino in piedi, non voglio. Abbiamo fame e siamo belli. Vogliamo, una volta nella vita, andare al ristorante. Lo so che posso aprire un precedente, lo so che tutti gli altri lo sapranno subito e me lo chiederanno anche loro, lo so che questo non si fa, lo so che può sembrare una irresposabilità mettere idee “strane” nella testa di un menino de rua… lo so. Ma non mi importa, oggi siamo belli e profumati. Dunque: abitiamo per strada e abbiamo i pidocchi, ma il foulard sbarazzino li mantiene ermeticamente chiusi e le larve sono state ritirate una ad una. Allora, niente di meglio che andare al ristorante. Un posto semplice, ma il piattone di riso e fagioli, carne, insalata, patete fritte è garantito. è un ristorante popolare, un self-service, e tutta quella roba buona esposta risveglia la voglia di mangiare: “di più, zia, riempimi il piatto”, “guarda che è troppo e non ce la fai”, “ce la faccio sì, zia, ho fame, ce la faccio”.
Eccoci qui, seduti a tavola a mangiare, parliamo tranquilli, non abbiamo nessuna fretta. Non abbiamo paura di essere espulsi, non abbiamo paura di essere picchiati, non abbiamo paura di sorridere.

Dopo tanto tempo di lavoro, ho imparato a camuffare molte delle mie emozioni perché so perfettamente quello che succederà tra poco: li accompagnerò in metropolitana fino alla Piazza di sempre da dove siamo usciti sporchi affamati e pieni di pidocchi e li lascierò là. Mi sento come se avessi trovato un diamante nell’immondizia, lo pulisco per benino e lo restituisco all’immondizia dove lo avevo preso. Allora solo io so qual’è il sapore di queste lacrime che mi bagnano il viso, perché per tutti sono lacrime di allegria: ma oggi è una giornata diversa.