CENTRO – Requiem

Libera me, Domine, de morte æterna… sono le ultime terribili parole del Requiem di Verdi, un’invocazione disperata, sussurrata dal soprano che ha esaurito tutte le sue preghiere e non si rassegna all’idea, non accetta l’ineluttabile.
è tradizione ormai che durante la Settimana Santa il programma musicale del Teatro Municipal sia dedicato esclusivamente alla musica sacra e quest’anno grandi interpreti promettono un concerto storico.
Finalmente esco con mia moglie, lasciamo la bambina dai cugini, ci vestiamo per l’occasione, le scarpe italiane e la cravatta mi fanno sembrare un uomo rispettabile. Anche mia moglie è elegantissima, il Teatro Municipal obbliga ad un certa vanità che a pensarci bene è anche piacevole.
Arriviamo prestissimo, prendiamo un caffè.
Siamo a pochi passi da dove mi incontro con i miei meninos de rua, da dove si nascondono e da dove si organizzano per commettere quei piccoli furti quotidiani per procacciarsi qualche soldo per la droga. Tra un’ora comincia. Non resisto.
Scendiamo la scalinata e mi addentro nella Vale do Anhangabau, una immensa zona pedonale con aiuole fontane e giardini. Andiamo ancora più in giù, un’altra rampa di scale dalla parte opposta al teatro ci conduce nel tunnel dove passa l’asse viario principale nord-sud, una strada di otto corsie. La scala è usata dalla gente di strada come water, ci si va esclusivamente per quello, per usarla come water.
L’odore è indescrivibile così come il rumore del traffico che riverbera tutto intorno. Arriviamo fino in fondo, non c’è nessuno. Mentre stiamo risalendo vediamo scendere Rita. Barcolla, ha la faccia gonfia, non mi riconosce, mi da la mano e si allontana appoggiandosi al muretto. Noi, fermi, con la cravatta e le scarpe italiane, la osserviamo mentre entra in un tombino aperto. è lì dentro che i miei bambini dormono quando fa freddo, in un tubo di fogna. Lo usano anche come nascondiglio, o come armadietto: un comodino vicino al letto per tenerci la droga o il prodotto di qualche scippo.
Entra nella fogna, Rita, nel tombino, gonfia e barcollante si cala nel buco per terra in mezzo agli escrementi e la puzza di smog.
Torniamo nella Vale. Da lontano riconosco Anselmo, un ragazzetto simpaticissimo magro e sempre sorridente. Abborda i rari passanti per chiedere soldi o semplicemente per scippare. Stavolta è il turno di un uomo gigantesco, Anselmo è un ramoscello, l’uomo un colosso. Lo chiamo a gran voce prima che faccia qualche sciocchezza, si ferma, mi guarda e non mi riconosce. Neanche Rita mi aveva riconosciuto, è strano, ci siamo visti appena ieri sera. “Anselmo sono io, non mi riconosci?” fermo sul posto apro le braccia. Con un sorriso a tutta faccia si appoggia a me e mia moglie. “è tua moglie?” chiede, non l’ha mai vista ma l’abbraccia e la bacia, si fa abbracciare e baciare.
Mi appoggia la testa sulla cravatta, resta fermo a farsi fare le carezze.
Ci guarda, mi guarda: Tá Cauboi hoje tio: Tio, Zio, è come mi chiamano i bambini, Cauboi signifia Cow-Boy che in gergo definisce la persona elegante oltre misura.
Olha a cara da Rita “guarda la faccia della Rita”… Gli occhi lucidi il viso gonfio e l’andatura insicura stupiscono persino lui che è abituato a conviverci tutti i giorni.
Ci abbraccia con la faccia affondata nel sacchetto della colla da sniffare presa dal tombino del tunnel.
è tardi, saliamo la scalinata ed entriamo nell’atrio di marmo.
Signore in lungo ci ricordano che nonostante i centocinquanta metri che ci separano ci troviamo in un altro mondo. Mia moglie piange.

Verdi era ateo, non si rassegnava all’idea della morte, ad ogni nota è come se dichiarasse la sua disperazione. Il Dies Iræ si scatena furioso, i timpani e la gran cassa fanno tremare l’edificio e tutti noi.
Mia moglie piange, anch’io ho le lacrime agli occhi, ma non sono lacrime di commozione. Mi annuso e mi faccio annusare da mia moglie, ci annusiamo a vicenda e sentiamo che la cravatta, la giacca e le scarpe italiane sono impregnate dell’odore nauseante della colla, ho abbracciato i miei bambini per trenta secondi e sono puzzolente di colla, di droga.
Il Requiem continua, terribile.
Anselmo e Rita appoggiano la testa su di noi e ci abbracciano.
è solo questo che vogliono, essere abbracciati, magari da un padre e una madre che non hanno mai avuto, e mentre rimangono in questa attesa frustrante, cantano, declamano disperati: Libera me, Domine, de morte æterna.
Buona Pasqua Anselmo.
Buona Pasqua Rita.