CENTRO – Sei una forza

Squilla il telefono “è arrivato…” ed è proprio ciò che voglio sentire, e lo ascolto forte e chiaro. Sono felice e commossa, è arrivato, ho lavorato bene, ci sono riuscita, ce l’abbiamo fatta. Intuisco che anche la signora si sente come me adesso, felice, sollevata, commossa. Erano sei mesi che non aveva nessuna notizia del figlio.
Un ragazzo di sedic’anni con la testa e i pensieri di un bambino di dieci, ingenuo, puro, venuto dall’interior, dalla campagna, guarda spaventato e stupito la scala mobile del Terminal, l’mmensa stazione delle corriere, mi dice che non c’era mai salito, non ne aveva mai vista una.
Compro il biglietto e il preposto invita a dirigermi presso il commissariato di polizia della stazione.
Non prendo questa richiesta come un contrattempo, una difficoltà in più, ma come una conferma che le cose devono essere fatte secondo la legge.
La doutora, commissaria e responsabile ultima, si convince dell’urgenza del caso e, cosa ancora più importante, si convince della nostra serietà: in fin dei conti questi anni di lavoro in strada e di contatto con le istituzioni, ci hanno reso forti e convincenti per riuscire a chiarire la gravità di una situazione, e nel momento critico, convincere.
In verità, la doutora avrebbe preferito intrufolarsi tra i cavilli della legge: “… è minorenne, senza documenti, non può viaggiare da solo, dovrebbe farsene carico il Giudice dei minori e per ottenere il nulla osta bisognerebbe che passasse nelle case di accoglienza dello Stato o del Comune da dove verrà successivamente accompagnato all’udienza previamente fissata per ottenere il permesso, ma solo in seguito alla delibera di una sentenza giudiziale…”
La nostra fermezza e la nostra chiarezza di argomenti l’hanno convinta.
Probabilmente mentre spiegava l’iter burocratico amministrativo, come se non lo conoscessimo fino al midollo, neanche lei stessa credeva in una risoluzione del caso; od anche, e chi lo sà, la sua sensibilità di donna, di persona, ha parlato più forte; o, e perché no, ha guardato negli occhi gli occhi persi del ragazzo ed ha guardato negli occhi i nostri occhi decisi e convinti, ed è stato sufficiente… In cinque minuti siamo davanti all’autobus a salutare il ragazzo e a raccomandarci che all’arrivare a casa telefoni subito. Usciamo dal Terminal, ripensiamo al suo sorriso e alla sua timidezza nel negozio di scarpe: “zia, non ho mai ricevuto un regalo…” dice arrossendo imbarazzato al provarne un paio di gran moda.
Eccolo dunque, ripulito e profumato, coi vestiti appena stirati: il Posto de Saúde, l’unità sanitaria locale, continua, nei limiti del possibile, ad accoglierci ed aiutarci. Il ragazzo può fare il bagno e cambiarsi; comprare le scarpe nuove oggi è più facile di prima: gli amici italiani mi aiutano collaborando a queste spese, contribuendo alla sopravvivenza di tutti i giorni: la colazione, uno spuntino, il trasporto.
Il ragazzo sorride felice e ingenuo, racconta la sua storia: litigate costanti in famiglia lo fanno abbandonare la casa del padre e della matrigna, fugge a piedi per il Brasile, arriva fino a Rio, seicento chilometri, torna a San Paolo dove in queste ultime ventiquatrto ore entra in contatto con il mondo cane della strada, con la violenza e la droga, con il costante pericolo che offrono le principali vie e le piazze del centro.
In ventiquattro ore però ha anche la fortuna, ed è proprio il caso di dirlo, di incontrarci decisi e sicuri. “Zia, voglio tornare a casa”. E allora andiamo.
Conoscendo bene le difficoltà dell’mpresa, telefono immediatamente ai miei amici di sempre che oggi come non mai vogliono stare al mio fianco.
La situazione lo impone: se rimane nella strada nelle prossime ventiquattro ore, si mescolerà alla droga, ai furti, alla violenza e alla promiscuità di ogni genere, all’abbandono totale.
Miracolosamente fino adesso gli è andata bene: a piedi, fino a Rio, andata e ritorno. Nessuna casa di accoglienza lo accetterà, ha sedic’anni, un anno in più del previsto. “Zia, quando ti ho visto mi è venuta nostalgia di casa, voglio tornare da mia mamma”. Andiamo ragazzo mio, andiamo a casa, questa volta ci andiamo davvero.
E tutto si accomoda, il bagno al Posto de Saúde, i vestiti puliti, le scarpe nuove, la doutora responsabile che firma il permesso di viaggio, la corriera che parte in orario e oggi, la cosa più bella, la telefonata della mamma: “è arrivato”.

Voglio pensare che oggi è a casa, che è tornato a scuola, che vive la sua vita nel suo paesello di campagna, la sua vita semplice, pulita, vicino alla famiglia e agli amici.
Voglio pensare che oggi la catena di solidarietà tra le persone di buona volontà, ha funzionato rapidamente in favore del bene comune.
Voglio pensare che da oggi in poi sia sempre così: che la persona con i suoi problemi parli più forte della paura di non riuscire, della lentezza burocratica, del far finta che il problema non ci appartiene… oggi ci siamo riusciti.
Entro in casa e mi ricordo del suo viso, della sua espressione quando saluta dal finestrino della corriera, non posso trattenermi, mi guardo nello specchio, mi fisso negli occhi, e come dicono i miei meninos de rua, affermo orgogliosa: “sei una forza zia”.