CENTRO – Uno più, uno meno

Mattina presto, nella piazza, la incontro che è ancora mezza addormentata, sporca, quattro stracci addosso: una specie di camicia maltrattata, incolore, sopravvissuta ad innumerevoli lacerazioni e una paio di bermude miserabili rimediate chissà dove.
La pancia enorme annuncia al mondo che sta per arrivare un altro figlio.
Per lei è il primo, per questo mondo uno in più…
La giovinezza, il sorriso, la bellezza, non riescono a nascondere l’agitazione di oggi. Nonostante i consigli e le indicazioni dei medici che hanno accompagnato la gestazione, la ragazza continua a dare ascolto ai soliti “consiglieri” che sempre abbondano in piazza a qualsiasi ora ed in qualsiasi circostanza. è apprensiva, ansiosa, è sicura che sia femmina… che sia maschio… che la pancia è scesa molto… che è troppo rotonda… che avrebbe dovuto nascere ieri… che può soffocare con il cordone ombelicale… : decine di opinioni colte nella piazza dove vive da sempre.
La osservo e mi domando pur sapendo, quanti anni può avere questa ragazza.
Ha l’età dell’abbandono, della miseria morale e sociale nella quale vive la nostra gente.
Ha l’età della sofferenza dell’umanità, ha l’età degli innocenti massacrati da Erode, maciullati dalle bombe cadute su Baghdad. Ha l’età di tutte le schiave negre che generarono figli dei loro signori per moltiplicare la forza lavoro nelle piantagioni di canna da zucchero. Ha l’età, il colore, l’incoscienza del Brasile.
è bella, mulatta, sorride, la bocca grande e i denti forti definiscono una espressione esuberante e intrigante come qualunque ragazza sua coetanea.
Oggi, domenica, darà alla luce una creatura, un piccolo essere sul quale dovremmo depositare le speranze di un mondo migliore, di un modo di vivere più solidadale, più umano. Un piccolo cittadino al quale non possiamo più negare il diritto alla casa, alla famiglia, alla scuola; una creatura che aspetta da noi solamente una opportunità, quella opportunità che milioni di brasiliani fino ad oggi non hanno mai avuto: crescere ed essere felice.
La ragazza vive per le strade da sempre con il consenso di tutti: della famiglia che l’ha abbandonata; dei vari “Comitati per l’infanzia” che si sono succeduti in tutti questi anni; della “Segreteria per l’infanzia” delle varie amministrazioni statali e comunali; della Polizia che nonostante i miglioramenti visibili, continua truculenta; della Chiesa Cattolica e di tutte le altre organizzazioni religiose che lavorano con i meninos de rua…
La ragazza ora è qui, davanti a me, da sempre, perché sempre l’ho lasciata stare qui, e la mia unica preoccupazione è sempre stata quella di non farla avvicinare troppo perché non mi assaltasse.
è così che la ragazza cominciò la vita: con tutto ciò che la vita ha di peggiore.
La nostra città assiste complice al consumarsi di una intera generazione: nelle favelas della periferia è più facile vedere forni a microonde che bambini andare scuola. La nostra città permette che nascano bambini all’adiaccio, alla mercè di tutto e di tutti. Le istituzioni pubbliche: Comune, Governo, Chiesa, si fanno in quattro per raccogliere fondi e organizzare “gruppi” e “progetti” che “si occupino della reintegrazione nel tessuto sociale””-tanto per usare una espressione cara al gergo burocratico- : milioni di dollari che finanziano un giro enorme di interessi che vanno dalla soddisfazione personale degli individui spesse volte avventurieri senza scrupoli, reclutati come “volontari” nei “progetti”, fino ad arrivare al più spudorato sistema di clientelismo e scambio di favori. Mi rifiuto di pensare in sana coscienza che un Paese come il Brasile, uno Stato come il nostro, che la città di San Paolo non riesca ad affrontare e risolvere il dramma dei bambini che non hanno mai avuto la possibilità di crescere e svilupparsi “normalmente”, di bambini che, per enfatizzare ancora una volta la separazione tra noi – “i normali”- e loro, sono chiamati meninos de rua, bambini di strada.
Ci fermiamo sulla porta dell’ospedale per farci una foto. Aspettiamo la chiamata.
Prima di entrare un ultimo controllo ai vestitini del bebê, ricevuti in regalo per la strada: una mano pietosa che ha donato un bellissimo corredo.
Entriamo. La dottoressa, cerca di convincerla con molta calma a sdraiarsi affiché possa eseguire i controlli, osservare un’eventuale dilatazione… Nonostante oggi non sia il giorno indicato dai medici, eccoci qui. I consigli della piazza e l’instabilità emotiva della ragazza formano una miscela esplosiva capace di destabilizzare e smentire qualunque opinione più coerente, più sensata.
La dottoressa tenta in tutti i modi, senza successo. La ragazza è irriducibile, non permetterà che nessuno le metta le mani addosso, che nessuno la tocchi, nessuno può toccarla dentro. Esce dall’ambulatorio nervosa, irritata, in guerra con se stessa e col mondo che l’ha messa in questa situazione. Chiede bruscamente di restituirle il corredo, dice che lo venderà in piazza e spenderà i soldi in crack. Maledice il ventre ed il bambino che racchiude, non vuole che nasca vivo, dice che lo ucciderà con tutta la droga che si farà.
Cerco di convincerla.
Se ne va sbraitando contro il mondo.
La guardo attraversare il viale a sei corsie.
Piove.
Una bestia spaventata, circondata dalla paura, frutto dell’esperienza diretta di tutta una vita, di milioni di vite.
Alcuni giorni dopo i suoi compagni di strada mi accompagnano in un altro ospedale… Nasce una sana e bella bambina. Sono loro che l’hanno accompagnata all’ospedale, i suoi compagni di strada. Dov’erano lo Stato, il Comune, il “Comitato per l’infanzia”, la Chiesa, i “gruppi”, i “progetti”, dove?
Dopo qualche giorno di degenza la incontro di nuovo nella stessa piazza di sempre.
Le hanno permesso di uscire, l’hanno dimessa, l’ospedale è rimasto con la figlia.
Il seno duro di latte rappreso, i punti del parto cesareo, lo sporco della strada: la bestia spaventata grida allucinata, nessuno riesce ad avvicinarsi alla ragazza. Grida il suo diritto ad essere madre, il suo diritto ad essere protetta, il suo diritto a non venire dimessa dall’ospedale, il suo diritto ad essere indirizzata ad un centro di disintossicazione, il suo diritto alla dignità.
La figlia…
ma chi si importa della figlia…
uno più uno meno…
andrà ad ingrossar le fila degli orfanatrofi…
meglio così…
vedrai che sarà pure adottata, così carina, mulatta, negretta, così bellina…
adottata da stranieri, svedesi, tedeschi, italiani…
questi stravedono per le negrette brasiliane…
Fino a quando?