Cusco, ombelico del mondo

Sono partito da Lima venerdì 6 agosto alle ore 17,30 e come meta Cusco, per reincontrare Stefania, Jenny (educatrice di Generación) e i due ragazzi che dovevano trovare le loro famiglie, Moisè e Norma. Il tragitto di circa 1000 km passava per Ica, Nasca (dove ci sono i famosi disegni) e poi salire la montagna in direzione Abancay, passando a quota 4400 m. per arrivare finalmente a Cusco. Lungo il percorso fatto di molte curve, non sono stato male, ma molta gente ha vomitato. Sono arrivato a Cusco (ritardo di due ore come al solito) verso le ore 16.00 di sabato 7 agosto e ho preso un taxi che mi ha portato all’associazione Qosqo Maki, ovvero il Dormitorio Infantile Municipale, che si occupa dei bambini di strada lavoratori. Qui ho incontrato la compagnia, più Alessandra, una italiana di Verona che è legata all’associazione di Lima.
Il nostro compito principale (io l’ho fatto anche mio) era trovare la famiglia di Norma. La storia di questa ragazza, che viveva in una piccola popolazione spersa in mezzo alle montagne di cui si ricordava appena il nome del paese più vicino, è abbastanza normale. A 9 anni il papà l’ha affidata al fratello, che viveva ad Arequipa, 500 km di distanza, per fare la serva, questa ragazza non si è trovata bene e lo zio l’ha consegnata ad una altra persona di Lima. La ragazza nel tragitto, si è persa e l’autista dell’autobus l’ha consegnata alla polizía e questa all’associazione Generación di Lima. Adesso la ragazza è stata praticamente adottata dalla famiglia dell’educatrice Jenny e si avvertiva la necessita di regolarizzare la situazione con i genitori della ragazza anche se legalmente la ragazza è stata affidata dal giudice all’associazione. Domenica per prima cosa abbiamo cercato il paese di Livitaca e se esisteva un “pueblito” che si chimava “Sawa Sawa” o qualcosa di simile. Dalle nostre ricerche e specialmente di Alessandra (che era in un albergo e il padrone conosceva la zona di Livitaca) abbiamo scoperto che vicino al paese di Livitaca esisteva un pueblo che si chiama Sahua Sahua. Questo era già un buon inizio. Alla ricerca di un bus che ci portasse fino a quella zona abbiamo scoperto che questo tratto (di 8 ore) si fa solo al mercoledì e alla domenica. Troppo tardi per partire, dovevamo aspettare fino a mercoledì. Abbiamo anche valutato la possibilità di noleggiare una macchina o un taxi, ma il costo era troppo alto. Il pomeriggio della domeica l’abbiamo trascorso a visitare un poco la città di Cusco e specialmente i maestosi resti Inca. Io e Stefania abbiamo pensato di approfittare di questo tempo per visitare Machu Picchu. Alla sera, mentre la maggioranza delle agenzie di turismo ci diceva diceva che era tutto pieno, siamo riuisciti a trovarne una che ci offriva due posti lasciati liberi da due persone hanno sentito il male di altura (si dice soroche) e avevano rinunciato. Ci siamo trovati di fronte ad un costo di 110 dollari a testa e questo ci ha fatto stare male, è un costo molto elevato. Siamo usciti dalla agenzia e ci è voluto quasi un’ora per digerire questo boccone e accettare di andare. Quella dell’agenzia ci diceva che eravamo fortunati a trovare un posto per lunedì perchè fino a mercoledì era tutto pieno, mentre io ripetevo che non sapevo ce era una fortuna o una disgrazia.

Lunedì 9 agosto Machu Picchu (montagna vecchia)
Ci siamo alzati alle 5,30 perchè dovevano essere davati all’agenzia alle 6,15. Soliti ritardi e verso le 7 partiamo in autobus per Ollantaytambo, dove si doveva prendere il trenino che ci portava ad Agua Calinte (1700 slm), paesetto alla base di Machu Picchu (2400 slm). Un numero enorme di turisti da tutto il mondo, ci dicevano che le rovine sono visitate da circa 8000 persone al giorno. Verso le 9,30 eravamo ad Ollantaytambo e dopo un tempo di attesa siamo saliti sul treno. Il cammino del treno di circa una ora e mezza fino ad Agua Caliente (1700 slm), si snoda lungo una valle tracciata dal fiume, con squarci fantastici. Il costo di tutta la visita è così elevato perchè il treno è stato privatizzato e ceduto ad una ditta cilena che fa pagare un costo di 60 dollari, poi c’è il costo dell’autobus fino ad Ollantaytambo, il costo di salita del bus da Agua Calinte fino a Machu Picchu e il costo di entrata alle rovine e il costo della guida. Verso le 11 siamo arrivati ad Agua caliente e subito abbiamo preso il bus per salire, con un tempo di circa 25 minuti. In cima abbiamo aspettato la guida che ha comprato i biglietti e verso mezzogiorno abbiamo cominciato la visita. Il sito archeologico si trova in mezzo a due montagne al centro di una valle circondata da montagne più alte. Le fotografie che normalmente si trovano sui libri mostrano le rovine davanti ad una montagna, che si chiama Huayna Picchu (montagna giovane). La visita l’abbiamo cominciata dal punto più alto, la zona delle guardie e della parte terrazzata, cioè la zona riservata alla coltivazione agricola. Poi siamo passati all’area che era riservata alla corte e poi a quella riservata ai sacerdoti e al popolo. Le rovine aiutano a comprendere la maestosità di questo luogo, massima espressione della cultura Inca, visto che questa città era un luogo sacro e l’università Inca. Il culto del sole e soprattutto la sua importanza per la vita di queste popolazioni, si percepisce in ogni angolo. Tutto è regolato dal sole, ogni cosa è posta nella sua direzione, tutto fa riferimento al suo nascere e tramontare. La visita è durata fino alle 15 e poi la guida ci ha lasciati liberi per andare a mangiare (per questo si doveva scendere ad Agua Caliente) o continuare da soli la visita. Io e Stefania abbiamo scelto di rimanere nelle rovine (ci eravamo portati qualcosa da mangiare), visto che la guida ci aveva fatto vedere solo alcune cose principali, spiegandoci a tratti anche la filosofia e la religiosità Inca. Io mi sono addentrato verso la zona che la guida non ci aveva mostrato, mentre Stefania è andata verso la parte alta. Sono stato attratto dalla montagna che mi stava di fronte e dalle terrazze che si vedevano in cima, chiedendomi se si poteva salire. Amaramente ho scoperto che si poteva salire ma l’entrata libera era fino alle 13 perchè ci voleva una ora per salire e una per scendere e si doveva assolutamente prendere il bus alle 16, perchè alle 17 partiva il treno del ritorno. Le rovine di Machu Picchu, sono state scoperte nel 1911 e quello che si vede è per 80% una ricostruzione reale. Su un lato si vede ancora una zona da ricostruire con la base degli edifici e una montagna di pietre. L’elemento caratteristico di tutte le costruzioni Inca è la pietra e la sua lavorazione perfetta. Esistono due tipi di muri: quelli fatti di sola pietra ad incastro perfetto e quelli fatti con riempimento di terra. Impressiona la precisione della lavorazione della pietra e per creare i blocchi perfetti si usava una altra pietra più dura con il metodo che noi usiamo per spaccare la legna con le biette, con i cunei. Un lavoro immane. Machu Picchu come anche la città di Cusco ha sentieri che vanno nelle quattro direzioni (nord, sud, est e ovest) e questa cultura dimostra una conoscenza evoluta dell’astronomia, esprime una dipendenza dalla natura e dai suoi ritmi. La natura con i suoi ritmi e leggi è la base della cultura Inca e della sua religiosità. Tanto per fare un paragone, anche se è scorretto, potremmo pensare alla vita dei nostri paesetti agricoli, quelli del Veneto, prima della era della industrializzazione, dove i ritmi naturali, regolavano e decidevano la vita delle comunità e delle persone. Coscienti di aver visto poco di tutta la belleza del luogo e di aver appena sperimentato la sua energia e la spiritualità, ci siamo incamminati verso il ritorno. Il fastidio che avvertivo, è che come sempre la presenza di una folla di turisti, che trasforma il luogo in una reltà di massa, togliendo la possibilita di percepire tutta la sua magia. Dentro di me mi sono detto, se ritorno in questi posti, vado a vedere l’infinità di altri luoghi dove ci sono resti Inca (e sono davvero molti) fuggendo dalla massa. Molti turisti scelgono di fare un percorso, che si chiama “cammino Inca” e sono 4 giorni a piedi in mezzo alle montagne, sul sentiero che conduce a Macchu Picchu, ma anche qui è un percorso organizzato (è vietato farlo da soli) ed è molto frequentato. Altro percorso conosciuto è la “Valle Sagrada”, un percorso in autobus nella valle dove ci sono città con imponenti resti di costruzioni Inca. Qui ci vuole un altro giorno per fare questo giro. Anche i dintorni di Cusco e la valle che porta a Puno (8 ore di autobus) è ricca di resti Inca, per non parlare della zona di Puno e del lago Titicaca, fino a La Paz, in Bolivia.
Siamo ritornati a Cusco verso le 8 di sera e ad incontrare Jenny, i ragazzi ed Alessandra; ci mettono al corrente che durante il giorno erano andati a trovare la famiglia di Moisè nella città di Poroy, appena fuori Cusco e avevano comprato i biglietti del bus per mercoledì per andare a Livitaca, avendo avuto varie conferme che il villaggio di Norma si trovava in quella zona. Il giorno seguente era prevista di nuovo la visita alla famiglia di Moisè per andare a prendere il certificato scolastico dei primi 4 anni di scuola che gli servivano per continuare il suo percorso scolastico a Lima.

Martedì 10 agosto, Poroy e la famiglia di Moisè.
Verso le 9 abbiamo preso un taxi (siamo sempre saliti in 6) che ci ha portato a questo paesetto appena fuori Cusco che si chiama Poroy e ci siamo fermati davanti alla scuola comunale. Qui ci aspettava la mamma di Moisè e dentro la scuola i fratellini. I ragazzi/e della scuola tutti in divisa blu mezza scalcagnata, con sandaletti aperti, e i piedi con le piaghe causate dal freddo. Tutti interessati alla nostra presenza, per le faccie bianche tipiche degli stranieri. Abbiamo aspettato un po’ di tempo e il segretario ci dice che per scrivere il certificato dei quattro anni che Moisè ha frequentato ci vuole una penna a inchiostro e non una a sfera normale. Per questo sono uscito dalla scuola e ho comprato la penna e il segretario quando l’ha vista è rimasto contento e dopo 20 minuti ha consegnato il certificato. Mentre aspettavo i ragazzi stavano uscendo dalla scuola e giocavano con le trottole sulla terra con una abilità sorprendente. Verso mezzogiorno ci siamo incamminati verso la casa di Moisè a dieci minuti a piedi dal centro salendo per una collina. La sua casa come tutte, fatta di mattoni di argilla, pavimento in terra. La stanza dove c’era la cucina era anche il pollaio visto che si trovavano pulcini e galline. Siamo saliti dietro la casa e con i ragazzi abbiamo preparato il luogo per cuocere le patate. Le patate, si chiamano “papa”, sono il cibo normale dei “cusquegni” e di tutti i paesi andini assieme al mais. La preparazione della cottura prevedeva la creazione di una specie di forno (buca) fatto di terra, dove si faceva bruciare della paglia e della legna, poi si estraevano le braci, si introducevano le patate e poi si spaccava la grotta fatta di zolle di terra e le patate si cucinavano con il calore accumulato dalla terra. Dopo mezz’ora, abbiamo tolto la terra e trovato le patate cotte. Mentre si aspettava la cottura, la mamma di Moisè (piccola donna andina, della statura di 1,60 m., come tutte le donne, probabilmente a causa della alimentazione carente di vitamine), ha preparato la salsa da mangiare assieme alle patate. Su una pietra liscia che si trovava fuori della porta della casa, ha preso varie verdure, specialmente peperone e salvia e le ha pestate con una altra pietra a forma di mezzaluna, fino a formare una poltiglia verde, che poi mangiandola con le patate si è rivelata molto (ma molto) piccante. Abbiamo mangiato le patate seduti per terra in mezzo al campo, pelandole e mettendoci sopra questa salsetta, assieme ai suoi tre fratellini. Il papà era al lavoro, perchè impiegato nella manutenzione delle strade dell’aereoporto. Le patate con pasta gialla erano veramente saporite, più di quelle che ho mangiato in Italia. Verso le 15 abbiamo lasciato la casa di Moisè e siamo andati in comune a ritirare il certificato di nascita, dove abbiamo avuto la conferma del nome vero, perchè Moisè è il nome che lui ha scelto quando è entrato all’associazione Generación a Lima. Il suo nome vero è David Mamani Huallpayunca ed ha 17 anni (e non 16 come diceva). La zona di Poroy è agricola, abbastanza povera, collinare, con terra più o meno argillosa, dove si coltiva la patata e i campi sono lavorati a mano con la zappa e con l’uso dei buoi.
Verso le 16 siamo tornati a Cusco dove abbiamo mangiato e abbiamo fatto un po’ di spesa per il viaggio del giorno successivo e alle ore 18 abbiamo imbarcato Moisè sul bus per Lima. Lui aveva fretta di tornare per il venerdì e ritrovare la sua nuova vita con i suoi ritmi. Bisogna dire che Moisè aveva paura di incontrare la sua famiglia, anzi non lo voleva e motivava questa retrosia specialmente per i suoi vestiti che non erano molto presentabili, ma noi comprendiamo che la vera motivazione è ben più profonda e appartiene alla sua storia. Moisè era diventato un ragazzo di strada prima a Cusco e poi era passato a Lima. Per Moisè la missione era compiuta e per questo poteva tornare serenamente a Lima. Alla sera verso le 9,30 abbiamo partecipato all’assemblea dell’associazione dove eravamo ospitati. Ancora non avevamo avuto molto tempo per conoscere questo Dormitorio Municipale che si chiama Qosqo Maki e per questo ci avevano invitato a partecipare alla assemblea settimanale che fanno tutti i martedì, educatori e ragazzi insieme. La cosa anomala ed eccezzionale è che il tema di questa assemblea era la presenza di un italiano che da vari anni viene a Cusco, ha contatti con i ragazzi lavoratori della strada, aiuta qualcuno di loro con denaro, voleva adottare uno dei ragazzi, ma che non aveva collaborato con gli educatori di Qosqo Maki e specialmente (come è stato detto all’assemblea con la presenza stessa di questo italiano) creando divisione e privilegi tra i ragazzi, ma ancor di più contrastando la linea educativa dell’associazione, dove i ragazzi si devono guadagnare, con il loro impegno, la vita e la loro crescita. L’assemblea era presieduta da uno dei ragazzi che dava la parola a chi alzava la mano, compresi gli educatori. L’assemblea è stata per me una novità, mai avevo visto in un’associazione un’assemblea dove educatori e usuari(come in questo caso del dormitorio) discutono di tutte le cose che regolano la vita comune. La responsabile che si chiama Isabel ed è di origine francese, mi ha spiegato che fin dall’inizio, questa cogestione, anche se guidata, è stata la forma privilegiata del percorso educativo dei ragazzi. La discussione nell’assemblea è continuata tra pareri contrastanti dei ragazzi che da un lato non vedevano male l’aiuto di questo italiano, ma che non percepivano (come hanno sottolineato i 4 educatori) la divisione e i privilegi che creava questo sistema di aiuto rivolto solo ad alcuni e anche il contrasto con la metodología educativa di Qosqo Maki. Alla fine gli educatori hanno espresso la loro decisione di allontanare ufficialmente la presenza di quest’italiano dall’associazione. Ho scoperto che la sostanza inalante (droga) che i ragazzi usano è il Terocal (colla per le scarpe) e che la linea educativa non è represiva, ma invita alla crescita libera, appoggiata dallo strumento degli educatori affinchè i ragazzi comprendano la direzione della loro crescita, dove l’autosostentamento (il lavoro) è l’elemento di base.
Dopo questa imbarazzante (ma interessante) discussione ci hanno invitato a presentarci e quando l’ho fatto io i ragazzi mi hanno preso in giro per il mio portoghese, con qualche parola di spagnolo, ma soprattutto perchè parlavo del Brasile, che nella loro testa è soprattutto calcio.
Verso le 11 siamo andati a dormire, sapendo che il giorno successivo ci avrebbero aspettato delle sorprese e io ho detto che sicuramente saremo andati a vedere i confini del mondo.