La Pastorale indigena

Venerdì mattina dopo aver salutato la compagnia che é andata a prendere l’aereo che partiva alle 7,30, ho pulito la stanza dove eravamo ospitati e poi verso le 8,30 ho preso un taxi che mi ha portato presso la sede della Pastorale Indigena. Qui ho incontrato Victor Ramos, ex salesiano, ora incardinato nella diocesi che è responsabile della pastorale indigena che mi ha parlato per più di un’ora. Dentro di me avevo delle domande per conoscere come realmente la Chiesa si stava muovendo di fronte alla cultura diversa dei popoli andini. Victor mi ha illustrato come l’IPA (Istituto Pastorale Andina) è nato circa 20 anni fa per opera di 8 vescovi della zona di Cusco e Puno, zona di forte presenza Quechua e Aymara e con il passar del tempo i vescovi hanno cambiato linea di attuazione, come il vescovo di Cusco che si è dissociato ed ora sono solo 3, anche se poi molti operatori di pastorale seguono le linee proposte. La pastorale è nata sulla linea della teologia della liberazione e ha promosso una serie di studi per conoscere e comprendere la vita, le tradizioni, la religiosità di questi popoli andini. Victor mi diceva come l’atteggiamento che ha guidato tutto il cammino è stato quello del rispetto per questo mondo e in ogni celebrazione o incontro si fanno sempre dei riti che appartengono a questi popoli. L’istituto ha una rivista che si chiam Allpanchis con studi specialistici su tematiche culturali, la Rivista di Pastorale Andina e un periodico più didattico che esce ogni due mesi rivolto ai circa 200 animatori di pastorale che lavorano nelle comunità. Organizza tre volte all’anno delle settimane formative (una di formazione teologica, una sulla dimensione chiesa e una sui problemi di congiuntura). In questo tempo e per il prossimo periodo la tematica di fondo del lavoro di pastorale è guidata dal problema della riconciliazione. Victor mi ricordava come gli ultimi 20 anni di storia del Perù sono stati segnati dalla violenza sia da parte di movimenti rivoluzionari come Sendero Luminoso e Tupac Amaru, sia da parte dell’esercito, che ha prodotto circa 70 mila morti dove il 75% sono popolazione indigene. Dopo le conclusioni della Commissione di Verità e Riconciliazione (CVR) si è deciso di assumere questa problematica come base del lavoro pastorale. Victor sottolineava come il problema di questa tragedia è il paradigma della storia del Perù. Una storia fatta di razzismo da parte della classe dominante, di indifferenza della maggioranza della popolazione, dove le vittime sono stati gli indigeni. Razzismo ed esclusione criminale è stata la cultura della dominazione spagnola, continuata anche quando c’è stata l’indipendenza che si è approfondita fino ad esplodere negli ultimi anni di guerra intestina. Per questo motivo, ripensare agli ultimi 20 anni, significa ripensare a tutta la storia del Perù, alla violenza strutturale di cui il paese è impregnato. Nella provincia di Cusco e Puno i morti sono stati circa 800, poco in confronto ad altre provincie, ma il tessuto di violenza ed esclusione è presente, per questo motivo parlare di verità e riconciliazione permette di ripensare e rielaborare un vissuto per cambiare la realtà. Come cambiare la violenza strutturale, sanare le ferite, se non attraverso un percorso di assunzione della coscienza di dignità delle popolazioni indigene, passando per la rivalorizzazione della cultura andina prendendo coscienza di essere un popolo dominato e avendo la possibilità di esprimere dialogalmente il valore della propria cultura. Senza questo percorso le popolazione andine resteranno relegate a fenomeno etnico o folcloristico, ma non poste nella reale posizione di una cultura con il suo valore. Victor mi diceva come la Chiesa è passata da un atteggiamento di disprezzo e rifiuto di tutte le manifestazioni religiose andine ritenedole magiche e animiste ad un atteggiamento di rispetto cercando di comprendere cosa ci sta dietro ( cosa esprime quel rito), percebendo che è una cultura che nasce dalla terra e molto differente dalla nostra e non sempre si riesce a comprendere in profondità.
Victor mi ha donato alcuni libri e materiale sulla commissione di verità e riconciliazione e mi ha congedato scambiando gli indirizzi e dando appuntamento ad un prossimo incontro. Uscendo, dentro di me si è confermata la volontà di ritornare sull’argomento della storia del Perù, di comprendere meglio il cammino sapientemente elaborato dalla commissione verità e riconciliazione e ancor di più riprendere in mano il percorso della pastorale andina come paradigma per incontrare le altre culture. Sento che questa realtà che Victor mi ha accennato e che appena intuisco sono una miniera di riflessione su cui lavorare anche per una riflessione su cosa significa relazioni tra culture. Queste problematiche mi hanno preso e inoltre il Perù mi ha affascinato per storia e paesaggio, ci devo tornare, e anche elaborare del materiale (molto) che ho recuperato.
Sono tornato in centro a Cusco dove ho mangiato e verso le 4 sono tornato all’associazione Qosqo Maki e qui ho incontrato Isabel Baufumè, che dirige il centro e le ho chiesto di spiegarmi un po’ la storia.

Qosqo Maki ovvero il DMI (dormitorio infantile municipale).

Isabel Baufumè è la responsabile dell’associazione Qosqo Maki e anche del DMI, si trova in Perù da 25 anni quando è giunta qui con il progetto culturale francese e da circa 20 anni si interessa di bambini lavoratori di strada. Nel ’91 dopo varie vicissitudini ha dato vita a questo progetto diverso da tutti gli altri interventi per (ma è meglio dire con) i bambini di strada. Come vi dicevo in questo lato dell’America Latina i bambini, per cultura e per necessità fanno sempre qualche lavoro. A partire da questo dato, Isabel si è resa conto dialogando con i ragazzi (non li chiamo bambini) e giovanissimi che loro avevano bisogno soprattutto di un luogo per dormire e non tanto di una istituzione che se ne prendesse cura in toto, perchè i ragazzi lavoratori erano in grado di provvedere alle loro necessità. Partendo da questa analisi è nata l’idea di un dormitorio, una realtà educativa dove i ragazzi e giovanissimi partecipassero alla gestione, dove gli educatori avessero una presenza per aiutare la gestione e aiutare in uno stile di libertà i ragazzi, quando e come loro chiedessero.
Per comprendere meglio cosa è il DIM sintetizzo alcune affermazioni.
1.Il Dormitorio è rivolto a ragazzi/e e adolescenti fino ai 18 anni che per vari motivi si trovano sulla strada e non sanno dove dormire. Offre condizione di vita degne per chi liberamente vuole fare uso del servizio e anche un aiuto senza creare dipendenze. Ha una presenza media di 35 maschi, le femmine non ci sono quasi mai venute, con una presenza media di 250 persone diverse all’anno.
2.Il servizio (se così lo possiamo chiamare) è gratuito anche se i ragazzi stessi hanno stabilito una quota di 50 centesimi di soles (20 centesimi di euro) da mettere nella cassa comune.
3.I ragazzi possono venire a dormire per un periodo di tempo illimitato o meglio per quel tempo necessario ai ragazzi per recuperare le forze e affrontare i loro problemi. Dalle statistiche appare che solo un 10% rimane più di sei mesi. Questi ragazzi sono sulla strada normalmente per vari motivi di difficoltà di vita in famiglia e ritornano a casa quando ne avranno la capacità.
4.Nel dormitorio non c’e donazione di vestiti (se li devono comprare con i soldi del lavoro) e la colazione viene dal comune e alla domenica sera si preparano la cena con i soldi della cassa comune. L’idea guida è che loro devono provvedere alle necessità, fare una programmazione della loro crescita, tirar fuori le capacità per affrontare la vita con le sue difficoltà.
5.Il dormitorio apre alla sera dopo le 17 e c’è una biblioteca e la casa chiude le porte alle 11 della notte. I ragazzi che arrivano si iscrivono, depositano la piccola quantità di denaro e vanno a dormire. Alla mattina sveglia, colazione, pulizia e verso le otto tutti vanno a lavorare. I lavori più diffusi sono quello del pulire scarpe, lavare macchine, vendere cartoline o caramelle o altro.
6.La maggioranza di loro ha anche iniziato la scuola serale, ma per vari motivi l’ha abbandonata e per rispondere a questo problema c’è una biblioteca e ci sono educatori che accompagnano chi vuole apprendere, quindi si lavora in ambito di educazione non formale (la chiamano educazione in libertà) a due livelli. Quello individuale contribuendo a dare strumenti perchè sappiano comunicare e dialogare, invitare ad una riflessione critica e rendendo presente la dimensione comunitaria. Concretamente significa fare assemble e riunioni per apprendere ad ascoltare e a parlare, fare analisi di quello che si vive, dare compiti e responsabilità nella gestione del DIM. A livello collettivo significa attivare meccanismi di responsabilità e impegno all’interno del DIM.
7.Il DIM non insegna attività professionali perchè non ci sono strutture e forze adeguate.
8.Non si fa nessuna attività con le famiglie dei ragazzi perchè si è visto in molti casi che i problemi sono a questo livello. L’aiuto è dato al ragazzo per poter fa si che affronti la realtà familiare, quando e come lui ne sarà capace e inoltre essere un ragazzo lavoratore non è sempre una realtà negativa e andare via da casa a volte è una necessità per conservare la salute.
9.Gli educatori normalmente presenti sono tre con l’apporto di vari volontari e specialisti.

Grosso modo queste sono le caratteristiche del DIM, quello che io ho trovato originale è il fatto che l’istituzione non si sostituisce in nessun caso al compito del ragazzo o adolescente, stimolando sempre la sua responsabilità anche con durezza, pronta ad offrire strumenti, ma non soluzioni, creando premesse e non sostituendo i passi di nessuno, rispettando i tempi di ciascuno. Anche la gestione del DIM è come l’ha definita Isabel una cogestione, non è affidata solamente ai ragazzi perchè diventerebbe un luogo dei più forti, di una banda, ma in continuo ascolto dei ragazzi con una valutazione continua dei problemi che sorgono. Dalla storia di Isabel risultava chiaro come la nascita e la evoluzione del DIM sia stato un ascolto continuo di quello che dicevano i ragazzi e io lo vedevo anche dal materiale che l’associazione ha prodotto, soprattutto discorsi e analisi di quelli che sono passati per il dormitorio. È forse questa la cosa più interessante che Isabel mi faceva notare. La riflessione sistematica sul DIM è solo il prodotto finale di continue modifiche e perfezionamenti elaborate assieme ai ragazzi.
Concludendo questa presentazione con la parte finanziaria, diciamo che per l’80% l’associazione vive di contributi esterni, un 10% viene dal comune e l’altro 10% dalla cassa comune dei ragazzi.
La sede del DIM è a 15 minuti dalla piazza centrale, in “calle Fierro” in un edificio stile coloniale con una ampio patio interno, dove anche io sono stato alloggiato (assieme agli amici di Lima) in una stanza riservata agli ospiti o volontari, dove c’è anche la biblioteca e la sala giochi. Il dormitorio e la cucina si trova dietro questo patio.
Salutando Isabel e ringraziandola per l’ospitalità mi ha chiesto che se viaggiando incontro altre esperienze di dormitorio le piacerebbe scambiare idee, perchè fino ad ora non ne ha trovate di similari. Questa è anche la conferma, come avevo percepito nel racconto della sua storia, il suo atteggiamento di un continuo imparare dalle esperienze della vita. Mi comunicava anche il suo desiderio di riflettere sulla educazione non formale, perchè le sue esperienze precedenti avevano finito per cadere nella linea della scuola formale.
Per chi passa per Lima è una esperienza da conoscere. Scrivo l’indirizzo.
Associazione Qosqo Maki
Calle Fierro n. 525. Cusco, Perù
Responsabile Isabel Baufumè.