La pietra scartata

Carissimi
É una settimana che non scrivo e di cose ne avrei da dire.
Prima di tutto sto finendo di leggere il libro di Erri de Luca “Montedidio” e lo trovo bellissimo. Dopo “Il dio delle piccole cose” di Arundhaty Roy e questo, mi prende una voglia di vedere le piccole cose, di imparare un altro sguardo, di comprendere un altro vissuto.
In questo tempo le cose che vedo, che sento, i pensieri che si affacciano alla mente, le piccole riflessioni di ogni giorno mi chiedono di essere scritte, ma arrivo alla sera e non trovo la forza per metterli sulla carta, mi lascio distrarre… forse é questo il grande peccato dell´umanitá… lasciare che lo sguardo ti venga portato via e venga rinchiuso negli sguardi preconfezionati e convenienti, funzionali al sistema. Sento anche che il Vangelo, fuori dai luoghi comuni, é una educazione per uno sguardo diverso. Mi hanno sempre insegnato che Gesú guardava oltre, sapeva superare la scorza, cogliere il senso altro. Ma di fatto l´educazione che ho fatta mia é dello sguardo scontato, delle regole che gesticono l´istituzione, della vita che ha le sue regole… e di quelle parole ripetute: “lo dico per il tuo bene”
Mi é piaciuta la frase nel libro “Montedidio” a pag 46:

“Ci sto io: tutt´insieme divento importante. Finora la mia presenza, c´era e non c´era, non spostava niente. Maria dice che io ci sto e cosí ecco qua me ne accorgo pure io che ci sto. Mi chiedo da solo: non me ne potevo accorgere per conto mio di esserci? Pare di no. Pare che ci vuole un´altra persona che avvisa.”

Questo mi fa pensare a me che sono in terra straniera, dove non sono nessuno, uno di passaggio, uno straniero. Comprendo quanto é importante che un volto ti accolga, dica che esisti, che sei importante e non puoi farlo da solo.
Sento di essere uno straniero, e mi vengono a mente tutte quelle letture che ho fatto sui viandanti, sui vagabondi, sugli uomini di passaggio, penso alla visione dello straniero nella Bibbia, penso all´accoglienza della diversitá. Mentre normalmente noi siamo invitati ad accogliere gli stranieri, io mi trovo nell´altra situazione, quella di dover essere accolto. Io non sono un turista, come la maggioranza di quelli che passano di qui e vengono per rapinare con la pelle il sole e con gli occhi le bellezze della terra e del cielo. Non mi sento un Europeo che ha i soldi e puó viaggiare (questo pensano i Brasiliani di me con invidia) e per questo si può permettere di passare sopra alle sofferenze della gente, perché lui vive in un altro mondo. Non mi sento uno che ha molto da insegnare a gente che é vissuta nella schiavitú gestita dalla mia cultura e neanche uno che si puó permettere di criticare in nome della mia visione del mondo o dell´evoluzione della mia cultura.
Mi sento come uno che viaggia per necessitá, per povertá, per i problemi che ha con il suo mondo, come se fosse stato rigettato dalla propria cultura, come il gabbiano Johnatan…
Sento di essere diverso da tutti gli altri stranieri, dai turisti, sono preoccupato da altre cose, la mia testa é altrove…. i miei pensieri.
Io sono veramente uno straniero, un altro, uno che vive con loro, ma che non é come loro. Sono uno che si sforza di imparare la lingua e per me significa chiedere continuamente come si dice questa cosa, quali sono i vari significati delle parole. Mi sembra importante chiedere il senso delle parole, visto che le parole hanno vari “sentidos’. Dal senso capisci molto del popolo, della sua cultura e della sua storia. Io mi porto dentro un mondo che loro non capiscono, ma di cui hanno invidia per il benessere. In questo tempo mi sono scontrato molto con Leandro perché dicevo che non concordavo con alcuni loro comportamenti spiccioli (ad esempio: non soffiarsi il naso con il fazzoletto, ma con le mani…) e lui insisteva con rigiditá che qui é un´altra storia…
Ha ragione lui nel senso che é un´altra cultura. Anche se io non faró mai cosí, devo lasciare lo spazio mentale e culturale per ospitare un altro comportamento.

Io cerco di essere uno straniero che pesa poco. Apprendendo ad essere autonomo e ad essere di aiuto. Loro mi dicono che sono un uomo in gamba (che vuol dire che gli sono utile), accetto questa mezza veritá e ricordo loro che sono un uomo libero.
Lo straniero ospitato nell´associazione porta con sè una parte di peso in quanto richiede cure, anche se lo fanno con amore, ma lo fanno in parte per necessitá, visto che hanno bisogno dello straniero e dei suoi soldi. Questo lo vedo in modo evidente quando viene qualche straniero (che loro reputano pieno di soldi) si adattano alla sua visione e gli fanno vedere le cose belle (i balletti, la banda musicale…) e qualcuno chiede anche di vedere la povertá estrema. Comprendo che queste sono le nostre visioni. Quanta ipocrisia. Questao modo di fare é diventato anche un’espressione brasiliana che tradotta sarebbe: fare le cose perché gli inglesi vedano. Mario (l´amministratore dell´associazione) ripete spesso: questo é teatro. Ma anche loro spesso non riescono (o non possono) a sottrarsi a questo meccanismo.
Io che vivo il loro quotidiano, ascolto i loro problemi, le piccole cose di ogni giorno mi rendo conto che la gente andrebbe spogliata, denudata di tutta l´autosufficenza che loro si portano dentro e potergli dire in faccia, non ho bisogno della tua bontá, ma che tu condivida con me la mia povertá o che tu cambi il tuo mondo. Anche i Brasiliani ricchi fanno la stessa cosa, fanno delle belle donazioni ma poi pretendono una pubblicitá a volte insopportabile. Mi accorgo sempre di piú che per quanto riguarda il dare Gesú ha ragione: non sappia la tua destra, quello che fa la tua sinistra. Questa é la condizione “sine qua non” che rende limpido il nostro gesto, il resto é ipocrisia: ma questo ragionamento non appartiene a questo mondo.
Io mi domando come sarebbe la vita dove io ho bisogno dello straniero, come io straniero ho bisogno di loro per poter vivere. Cosa é necessario per capire il nostro bisogno. Forse il diventare stranieri, l´essere buttati a forza fuori dal proprio mondo, dalle sicurezze mentali ed etiche della nostra cultura. Anche il nostro mondo europeo scopre di aver bisogno dello straniero per lavorare, ma avverte nello stesso tempo che é un peso, un disturbo, un problema in piú.
L´associazione ripete l´importanza dello scambio interculturale ma anche questa deve fare un percorso per liberarsi da tante impuritá.

Un´altra cosa che mi impressiona é la povertá che qui respiri incontrando le persone, anche quelli della casa. Aldair mi dice che si sta costruendo la casa, che significa una stanza di m. 5×5 dove ci sono le cose essenziali: letto, gabinetto, tavola, fornelo a gas… e ci andrá ad abitare con un altro. Leandro anche lui sta costruendo la casa che significa fare il soffitto, visto che adesso il tetto é fatto di travetti in legno e pannelli di eternit. Marilucia e Renata mi dicono che quando piove molto devono mettere le pentole per tutta la casa.
Dialogando con loro comprendo che la povertá é una realtá che mi ha lasciato da poco tempo. La povertá ha abbandonato il Veneto da circa 30-40 anni. Mentre loro mi raccontavano della loro vita pensavo alla mia infanzia e al racconto dei miei genitori e nonni. La povertá loro l´hanno vista e pagata. Quando vedo bambini e ragazzi che camminano scalzi, penso ai racconti dei miei zii che raccontavano come una cosa bella il tempo quando da bambini potevano correre scalzi. O quando si sedevano in riva al fosso a cantare e chiaccherare e le acque erano ancora limpide. Quanto stiamo presto a dimenticare! Comprendo che l´arroganza e l´ipocrisia del nostro mondo nasce da un´educazione e da una cultura della sicurezza, dall´avere i soldi per garantire la vita. Ma qui comprendo che la vita é fragile, da straniero ancora di piú, che il mondo civilizzato si vuole ingoiare questo mondo e quello che non é per la cultura omogeneizzabile o utile (come l´indios) diventa scarto. La pietra scartata…
Uno straniero che viene qua é sempre “qualcuno”, cioé rappresentante di qualcosa o qualcuno, una persona che vale perché porta qualcosa… io cerco sempre di scendere dal piedistallo dove mi mettono, questo non é facile perché hanno sempre delle necessitá, da chiedere qualcosa. Comprendo che é questa la vera povertá, essere come loro, nel senso che sto al loro livello. Ció che amo é l´amicizia e il dialogo con i piú semplici anche dentro l´associazione. Loro non sapendo la mia storia sono liberi di trattarmi come uno che sta in mezzo a loro e non é molto di piú. Gli stranieri che vengono, portano i loro problemi, che a volte pesano e complicano la vita dell´associazione. Se uno non viene come turista, ma per una necessitá di fare un viaggio, si deve interrogare continuamente su cosa veramente cerca. Una terra straniera offre l´opportunitá di comprendere attraverso lo scontro quotidiano con la diversitá, con la solitudine, con l´estraneitá quali sono i veri problemi che si porta dentro. Io mi interrogo continuamente su questo. Capisco che cerco un altro mondo. Nei momenti di solitudine e di viaggio, come nei dialoghi, ho sentito la fatica di vivere fuori dalle sicurezze, dai riferimenti sociali e culturali che ti dicono chi sei, dalle attese programmate di una istituzione e anche la bellezza e la paura di questa libertá. Allora ció che mi tiene in piedi sono le amicizie, le sintonie con persone che incontro, la stessa fatica di vivere e la rabbia di milioni di persone o la bellezza di tanti bambini di cui sono piene le strade del Brasile e piú in profondo, nel cuore, il sorriso di Dio, ma spesso le sue lacrime, e la sua utopia.
Una cosa vedo che devo ancora imparare a gestire é esprimere la rabbia. Quella che mi porto dentro, per il mio carattere, per le disuguaglianze sociali che faccio mie. Imparare a far diventare la rabbia positiva e i sogni parole e azioni.

Concludo questi frammenti di pensiero con altre parole di Erri de Luca a pag.57 che mi sono piaciute:
“Dico ancora le preghiere. Dentro il ripostiglio dove dormo non c´é finestra e mentre mi dico l´Angelo Custode mi pare di stare sui lavatoi con tanto di cielo aperto al posto del soffito. Non credo che questa é una fede, lo faccio per abitudine, per non togliere le ultime parole alla sera. Rafaniello dice che a forza di insistere Dio é costretto ad esistere, a forza di preghiere si forma il suo orecchio, a forza di lacrime nostre i suoi occhi vedono, a forza di allegria spunta il suo sorriso. Come il bumeran, penso: a forza di esercizio si prepara il lancio, ma la fede puó uscire da un allenamento?”

Adesso passo a dirvi alcune cose di questi giorni.
Prima di tutto la situazione della guerra di Rio.
“Come in una malattia congenita, ci sono dei momenti in cui lei compare, si fa presente in modo drammatico… e allora nuove visite e consulti, nuove teorie per affrontarla, medicamenti piú drastici, terapie piú intensive. Ma siccome nessuno vuole andare fino in fondo perché troppo impegnativo si lascia passare un pó di tempo, si da qualche rimedio piú forte e con sicurezza la malattia torna in una forma accettabile, sperando che la prossima ricaduta sia in un futuro lontano…

Questa é la situazione di Rio e forse del Brasile.
Cosa é successo. Come sapete le favelas di Rio sono abusive e quindi il covo della illegalitá e per la maggioranza sono gestite dal potere parallelo del narcotraffico che é diviso in fazioni continuamente il lotta per la gestione delle loro “bocche di fumo” (luogo della commercializzazione della droga), ma anche luogo per tutta una serie di traffici specie armi e tutto ció che é legato al fare soldi in modo non legale. La favela diventa l´altro mondo dove la polizia non entra. Questo mondo fa girare i suoi soldi, ha la sua cultura e le sue leggi, il suo esercito, i suoi complici, i suoi sicari.
Il luogo dei fatti é la favelas della Rocinha che si trova a ridosso del Morros de dois irmãos dopo la Gavea e prima di São Conrado. Tutti dicono che é la favela piú grande dell´america latina, con 150 mila abitanti (ma chissa quanti sono veramente). Da tempo la favelas era gestita da un uomo che si chiamava “Lulú”. Un altro uomo che si chiama “Dudú” e la sua banda era stato espulso dalla favela alcuni anni perché la polizia lo avevo catturato e la sua banda espulsa. Per banda si intende molte persone, non solo 20-30 assoldati, ma anche le loro famiglie, i loro amici e simpatizzanti, i loro contatti. Quando una banda perde significa che se ne vanno dalla favela anche 100-200 persone e se non se ne vanno in tempo vengono uccise. Non si guarda in faccia a nessuno. La legge del narcotraffico non fa eccezioni per nessuno.
Il nostro caro “Dudú” scappato dal carcere tempo fa, cosa facile in Brasile per chi puó, giustamente ha voluto riprendersi quello che é suo e il giorno 7 di aprile con circa 30-40 uomini ha dato l´assalto alla favela. Ha tagliato la luce , ha bloccato la superstrada molto frequentata che collega cabocabana con la barra da Tijuca e ha attaccato. Panico totale non solo per la favela, ma anche per la gente che passava per la strada. La prima notte giá parecchi morti. Ma non sono riusciti a occuparla e durante il giorno é intervenuta la polizia, ma senza entrarvi, solo circondandola, specialmente dal lato sopra la montagna dove la favela confina con la foresta, uno dei luoghi di entrata della banda. Cosí hanno tagliato le possibilitá di rinforzi e hanno esaurito la spinta degli invasori. Questo nei giorni di Pasqua. In questi giorni la gente é rimasta in casa, normalmente sdraita per terra, nella stanza piú protetta della baracca o della casa. Molta gente ha preso le poche cose che aveva ed é scappata a suo rischio e pericolo. Negozi e scuole chiuse. Per chi non sapesse o non riesce ad immaginare é una vera guerra con delle armi sofisticate. Ci sono pallottole traccianti, fucili mitragliatori, bombe a mano, vari titpi di fucili automatici e pistole. A forza di sentire gli spari, un po’ alla volta impari a distinguere il tipo di arma. Tutta la gente che abita in favela conosce lo sparo delle differenti armi, tutti ti sanno dire se lo sparo é per fare festa o per guerra, tutti mi sanno dire se la sparatoria é contro la polizia o tra di loro. Qui a Rio é una vera cultura che si deve apprendere per sopravvivere. Passati i giorni, dopo varie morti (anche tra i poliziotti e passanti) bloccata l´offensiva, la polizia (con circa 1500 uomini) ha cominciato ad invadire la montagna dove sorge la favela e ne hanno preso possesso. Hanno ammazzato il capo “Lulú” e nella sua casa hanno insediato il comando della polizia (lo fanno sempre come atto simbolico). Nel frattempo, nei giorni difficili, i governanti si sono divisi sulla possibilitá di far intervenire l´esercito e questo ha fatto il giro del mondo. Questa é una antica discussione che spunta nella guerra contro il narco-traffico nei momenti difficili, di maggior recrudescenza (in Sicila non era la stessa cosa?) e dove il capo dell´esercito si era sempre mostrato contrario perché l´esercito non ha la preparazione adeguata. Alla fine la richiesta fatta al ministro della giustizia é stata rifiutata. I giornali in contemporanea hanno nuovamente riportato le statistiche della morte per arma da fuoco, che adesso non ho sottomano, ma il dato interessante che ricordo é che la percentuale di morti rispetto alla popolazione é aumentato del 300%. Grandi discussioni sulle pagine dei giornali sulla realtá della violenza e delle favelas. La proposta di alcuni politici era di circondare la favela con un muro, che ha avuto la risposta di un NO secco da parte degli abitanti. Adesso sui giornali c´e la proposta di spostare le favelas che sono vicine alle zone dei ricchi e della spiaggia. Mi verrebbe da dire: cose da pazzi!
Per quanto mi riguarda io sono lontano un’ora di autobus dal luogo dei fatti, quindi non sono stato coinvolto.
Ieri ci sono stati i funerali di Lulú e sui giornali la notizia che il traffico ha imposto il lutto alla favela, tutto i negozi chiusi, anche le scuole della favela e di comunitá vicine. Tutti hanno obbedito. Ai funerali, cosa non normale, hanno partecipato 600 persone della comunitá, amici, complici, parenti di Luciano Barbosa detto Lulú, che gridavano contro la fazione rivale e sotto gli occhi della polizia.
Il resto dei commenti lo lascio a voi e in aggiunta vi allego un testo che ho tradotto. È il testo di un reportage mandato in onda nel maggior programma brasiliano di attualitá il mese scorso dove un bambino racconta l´uccisione di fronte a lui della propria madre. Questo servizio suor Adma lo ha fatto vedere all´associazione e lo porterá in Italia e io ho tradotto quello che il bambino dice perché sia legendato. La cosa eccezionale é che questo bambino si chiama William e partecipa alle attivitá del progetto e ieri l´ho incontrato.
Il testo lo leggete cliccando qui.

Su tutti i giornali di ieri, in prima pagina a grandi titoli:
Un terzo dei brasiliani vive nella miseria. Sono 56 milioni i miserabili nel Brasile che vivono con meno di 79 reais al mese (al cambio 25 euro) che é il valore minimo che l´organizzazione mondiale della salute stabilisce per una alimentazione minima. La povertá del Brasile é disegnata dalla “Mappa per la fine della Fame n.2” della fondazione Getulio Vargas. La povertá é molto forte e si concentra nella periferia della cittá. Nelle 5 maggiori favelas di Rio (Rocinha, Complexo de Alemão, Maré, Jacaresinho, Cidade de Deus) si concentra la popolazione che lavora di piú, guadagna meno, poca scolaritá e con discriminazione professionale.
Gli articoli sono lunghi e con molte tabelle, ma la cosa piú importante é che la soluzione deve venire dai brasiliani e specialmente dal cambiamento della cultura con il superamento delle disuguaglianze sociali.

Un’ultima notizia. Come vi dicevo in questo tempo i bambini di strada della zona dove normalmente si fa abbordaggio (praça Saens Peña, zona Tijuca) sono di meno, variano tantissimo perché la polizia assieme alla prefettura fanno repressione. Per questo Sebastião é stato invitato (o ha saputo) di una riunione vicino alla praça per discutere il problema, due giorni fa. Si é trovato di fronte ad una riunione ad alto livello, c´erano tutti, ed hanno scoperto che erano giá al terzo incontro… Responsabili del comune, della polizia, dei giudici, degli industriali della zona, degli abitanti, del consiglio tutelare, di alcune banche della piazza. Loro (Sebastião, Roberto, Marcia e Tatiana) erano gli unici senza titoli, ma con tanti anni di esperienza di lavoro con i bambini di strada.
La riunione é cominciata dicendo che la raccolta (cattura) programmata dei bambini dalle 4 alle 5 di mattina non funzionava perché era sempre in ritardo. A questo punto Sebastião si é levato e ha cominciato a dire che questo modo di prendere i bambini o giovani come cani é un insulto ai diritti, che poi loro li portano in istituti che loro stessi dichiarano inumani, che nessuno potrebbe stare nelle case di accoglienza del comune dove tutti fuggono. A continuato affermando che quello non é il modo per risolvere il problema, che non é quello il modo per andare incontro a bambini o adolescenti. L´intervento forte dei 4 di Amar ha praticamente spaccato l´andamento programmato della riunione, preoccupata solo di far sparire i bambini che disturbano. La reazione é stata quella di sollevare tutti i problemi, di raccogliere ammirazione di qualcuno e odio di altri (la rappresentante degli industriali). Alla fine la discussione, di fronte a questi fatti, si blocca nel problema-rifugio: non ci sono i soldi per fare le cose bene. Sebastião li ha provocati dicendo che dalla prefettura e dagli altri non ci si deve aspettare niente, visto che non hanno soldi, ma con le persone che sono presenti si puó fare molto, esempio avere uno spazio per accogliere, come da tempo chiesto dall´associazione. La riunione si é conclusa con un altro appuntamento a fine aprile.
Lotte quotidiane….

Un grande abbraccio
dalla terra dove vivere non é mai scontato
dove la lotta per sopravvivere ha il volto della violenza
e l´ingiustizia con le sue domande non ti lascia mai.
Dove la povertá spinge a pensare solo all´oggi
E la speranza non la perdi perché continuamente rinnovata
dalla musica e dalla voglia di far festa.
Il carnevale é il volto festivo della schiavitú e della povertá.