mergulhando no Brasil

Rio de Janeiro 30 marzo 2004

Oggi lo dedico a scrivere le tante cose che sono accadute in questi giorni.
Sto bene e il clima oggi è buono con sole e umidità. Ieri sera ha fatto un grande acquazzone e la pioggia entrava in casa a causa dei lavori che stanno facendo sul tetto.
Tutta la sera c’è stato un suono di sparatoria nella favela vicina, cosa che non sentivo da quando ero arrivato. Ma veniamo alle cose serie.

Prima di tutto una bellissima notizia. Giovedì sono andato con Roberto a consegnare dei documenti perchè la SEC Rio, che è un organo che lavora per l’università, ha scelto l’associazione AMAR per sviluppare il progetto pilota di rinforzo scolastico (come il nostro doposcuola) in due favelas di Rio Comprido. Questo significa un nuovo lavoro ma soprattutto un riconoscimento della metodologia dell’associazione di fronte agli organi pubblici dell’educazione. Rinforzo scolastico significa che i ragazzi con una età dai 6 ai 13 anni dividono il loro tempo tra la scuola pubblica (in due turni, mattina e pomeriggio) e l’associazione, per svolgere i compiti e fare altre attività formative e di gioco.
Ieri i responsabili dell’associazione sono andati ad una riunione per organizzare il tutto.

Sabato 27 tutto il giorno è stato dedicato a seguire la troupe televisiva che sta preparando un video sulle attività dell’associazione che Suor Adma porterà in Italia per far conoscere il lavoro che si sta svolgendo ma anche per recuperare altri aiuti per sviluppare i progetti che aprono sempre nuovi fronti.
La cosa interessante è che la troupe televisiva è un progetto sviluppato nella favelas del quartiere di Laranjeiras. La troupe si chiama: “Nos do morrinho”, che potremo tradurre con “noi della favela”, perchè morro che significa collina è sinonimo di favela. Una troupe di giovanissimi che sviluppa progetti educativi nella loro realtà ma che soprattutto hanno una Televisione di quartiere e producono video che riguardano la realtà della favela e dei giovani. Con loro ci siamo scambiati i contatti e certamente andrò a conoscerli.
Mi hanno anche intervistato assieme agli altri italiani presenti e ho anche aiutato nella traduzione. Le domande che loro facevano a tutti sono state due: “Cosa pensate di dare e ricevere partecipando alle attività dell’associazione e a contatto con i ragazzi e giovani di strada” e “cosa pensate che loro ricevano incontrandovi”. Io ho insistito molto sull’importanza del nostro apprendere, conoscere, trasformare la nostra mentalità.
Al pomeriggio siamo andati a Ramos alla scuola di calcio, sempre per le riprese, e li abbiamo trovato piú di 60 tra ragazzi e ragazze, tutti con la nuova divisa (scarpe, pantaloncini, maglietta) sponsorizzata dalla signora Lea Kablin che è la sostenitrice del progetto e anche dell’associazione. Indescrivibile la gioia espressa da questi ragazzi nell’indossare le nuove casacche. Ho passato due ore circondato dai piú piccoli facendo lezione di italiano, ma soprattutto una piccola peste di bambina di 8 anni che correggeva il mio portoghese, mi prendeva in giro per la mia pronuncia. È stata veramente terribile nel puntualizzare ogni parola che lei non capiva. Una cosa che ho notato in tutti i posti in cui sono stato che parlare con i bambini è la cosa piú diffcile, perchè gli adulti anche se sbaglio la pronuncia o non conosco una parola, intendono, i bambini no, avendo una conoscenza limitata, devi pronunciare la parola giusta.

Alla sera siamo andati alla Fiera di San Cristovão dove abbiamo ballato axè e forrò in un clima nordestino che si fa sempre piú commerciale. Una marea di gente che continuava ad arrivare anche a mezzanotte quando noi siamo tornati a casa. La festa in Brasile non finisce mai.

Domenica siamo andati a messa con Suor Adma nella chiesa parrocchiale di Grajaú. Le parole, i gesti, la litrugia è uguale a quella dell’Italia, niente di nuovo, che tristezza che tutto sia appiattito, e si che qui avrebbero un loro modo di esprimere la fede. Tenendo conto anche della realtà sociale di Rio, potrebbero elaborare percorsi di fede adatti alle esigenze di questa terra.

Alle 9,30 abbiamo salutato Lorenzo e Federica che ritornavano in Italia. Con suor Adma e assime a Mariarosa siamo andati a vedere la foresta di Tijuca, le spiagge della Barra e poi a pranzare nella churrascaria Crizeiro do Sul.
Mentre stavamo pranzando ho chiesto ad Adma come è stato l’incontro con Roberto Dos Santos, suo principale collaboratore.
Qui è iniziato il suo racconto che è continuato anche in macchina fino al ritorno a Grajaú.
Mi pare interessante questa storia che meriterebbe essere scritta in modo dettagliato. Ve la racconto in breve.

Suor Adma prima di tutto ha detto che bisognava cominciare dalla sua vocazione. Suo padre è di origine libanese di religione cristiano maronita. È nata a Rio nel quartiere vicino a piazza della bandiera e ha frequentato le suore salesiane di quella comunità. A tredici anni una domenica pomeriggio nella casa delle suore dove andava, alla fine del momento di gioco, arriva una donna della favela che chiede alla suora di accompagnarla urgentemente in favela. La suora, che era sola, ha detto ad Adma che poteva restare nella casa da sola od accompagnarla in favela. Lei ha detto che preferiva accompagnarla. Così Adma entrò per la prima volta in una favela, poverissima, in una casa dove una donna aveva appena partorito e il bambino giaceva in una bacinella morto. La suora era stata chiamata per benedire quel bambino. Per Adma è stato uno shock molto forte che l’ha segnata. Ha deciso di diventare suora e di lavorare per i poveri.
Poi la formazione delle salesiane l’ha sempre portata a vivere in collegi come educatrice, fino a diventare direttrice di istituti importanti e a farsi una grande esperienza specialmente in Belo Horizonte. Siamo negli anni ’81-’82 e Adma aveva 45 anni è stata mandata a Rio de Janeiro a dirigere un nuovo collegio, che essendo piccolo, le permetteva di avere del tempo libero. Un giorno ha letto nel giornalino di un giovane, Roberto dos Santos, che lavorava nella FUNABEN (attuale Febem) istituto per minori abbandonati o che avevano commesso dei crimini, che chiedeva aiuto di volontari. Pensò di mettersi in contatto, ma non sapeva come. In quello stesso periodo arrivò a Rio il generale dei Salesiani che iniziò l’incontro dicendo: “sono andato a Sao Paulo e i salesiani mi hanno detto che ci sono migliaia di bambini di strada, sono arrivato a Rio e mi hanno detto che ci sono migliaia di bambini di strada, il nostro fondatore don Bosco ha creato i salesiani per i bambini di strada: dobbiamo fare qualcosa”. Per suor Adma quelle parole sono state decisive: il semaforo verde per cominciare a lavorare.

Tornata a casa ha parlato con una suora anziana dell’incontro e che voleva mettersi in contatto con Roberto, ma non sapeva come. La suora anziana le disse che lo conosceva molto bene perchè lui veniva in carcere a fare pastorale carceraria dove anche lei andava. Si combinò l’incontro alla Funabem. Dopo le prime volte che lei andava disse a Roberto che quello non era posto per lei perchè non sapeva fare niente, non era preparata per questo, non c’era lo spazio per fare niente. Roberto la pregò di continuare. Adma un giorno scoprì che un bambino aveva segni di percosse sulla schiena e su sua insistenza denunciarono il fatto. Poco dopo Roberto fu allontanato presso un ufficio. Nello stesso periodo Roberto andava anche ad insegnare alla scuola navale e un giorno propose una sfida ai giovani, di andare con lui sulla strada ad incontrare i ragazzi. Un piccolo gruppo accettò. Il venerdì pomeriggio dopo la scuola andarono alla piazza Tiradentes dove avevano notato un gruppo di bambini che pulivano le scarpe. La prima volta fu soltanto un vedere, mancava un punto di aggancio. Decisero che il prossimo venerdì sarebbero andati con le scarpe di cuoio (e non con le scarpe da ginnastica come era abitudine per loro perchè faceva moda) così i ragazzini potevano lustrarle. Quel venerdì poterono parlare con i bambini e chiesero quali erano i luoghi che loro frequentavano e i bambini risposero che quel luogo, la piazza Tiradentes e le strade vicine erano i piú popolati dai bambini. Al pagare il servizio loro non diedero il dovuto (un cruzeiro, che era la moneta di allora) ma di piú. Il venerdì seguente c’erano il doppio dei bambini, un ragazzo per scarpa. Adma disse che la prima scoperta fu che i bambini si dividono i buoni clienti. Poi uno di loro chiese se potevano portare la colazione che loro al venerdì pomeriggio non mangiavano ed erano cose molto costose da comperare, come yogurt, biscotti, merendine ecc…

Anche questo contribuì a comprendere come agganciare i bambini. In quel tempo, anni ’82 – ’84, nessuno sapeva come agganciare i bambini. Per questo motivo si recarono a Sao Paulo all’incontro con Suor Ruth che aveva iniziato in quel tempo un lavoro analogo nella città. Potè partecipare per alcuni giorni alle loro attività e così si iniziò a precisare le tecniche di abbordaggio ai bambini.
Il problema che nacque era avere un luogo dove poter cucinare, poter fare delle riunioni, far fare ai ragazzi delle piccole attività.
Roberto cercò in tutte le parrocchie di Rio (e sono molte, come a Roma o a Venezia), ma non trovò niente, solo uno spazio sotto la cattedrale, in un sottoscala. Lui scrisse una lettera al vescovo, che conosceva bene perchè lui era stato in seminario e il vescovo lo aveva fatto studiare, dove lo ringraziava per lo spazio concesso, ma il vescovo non sapeva niente. Dopo un pò di tempo il parroco della cattedrale, che non era concorde con il lavoro, perchè vedeva bambini che creavano confusione e disturbavano, si irritò a tal punto che li costrinse ad andare via. (È in questo periodo che Claudio, di cui vi ho già parlato, incontrò Roberto) Roberto in un incontro con il vescovo disse che se non permetteva che i bambini stessero lì avrebbe chiamato i giornali e la televisone. Il vescovo si irritò a tal punto che mandò via Roberto e non volle piú vederlo, l’amicizia si ruppe.

Adma e Roberto, in crisi, incontrarono in quel tempo Frei Carmelo, che partecipava alle riunioni di pastorale che facevano con il vescovo. Frei Carmelo si propose per aiutarli e con lui trovarono un terreno sotto gli archi di Lapa, dove poi si sarebbe costruito il centro sociale e con lui sarebbe nata la Sâo Martinho, con sede presso la casa dei Carmelitani che si trova appunto vicino agli archi di Lapa. Inoltre in quel tempo cresceva anche l’interesse delle persone e anche dell’università per questo problema. Molti professori e studenti vennero per fare ricerche e per vedere questa esperienza così nuova. Adma ci racconta anche di un altro episodio riguardo ad un terreno li vicino che la stessa prefettura aveva donato alla nuova associazione e l’associazione degli ingegneri aveva già fatto il progetto per costruire un centro. Ma questo terreno era usato dai “pipoqueiro”, cioè dai venditori ambulanti di pop corn, per mettere i loro carretti alla notte e questi si sono opposti tramite un assessore comunale che li organizzava che ha fatto di tutto per impedire la donazione e alla fine l’ha spuntata e il terreno è rimasto al comune. L’associazione Sâo Martinho è cresciuta nel tempo con nuove case e centri professionali.
Adma concluse il suo racconto raccontando che quando Roberto fu espulso dalla Sâo Martino il Vescovo lo chiamò, dopo quasi 20 anni che non si parlavano, e fu per Roberto come un padre e lo incoraggiò a continuare a lavorare a favore dei bambini di strada.

Ascoltando suor Adma parlare ho compreso la ricchezza umana, pedagogica, ma soprattutto il cammino di una ricerca educativa nata da una volontà di aiutare i bambini, che è proceduta per passi con successi e fallimenti, e che sarebbe doveroso raccontare con più attenzione.

In questa settimana ho anche vissuto delle vicende personali.
Prima di tutto ho comprato il film di Mel Gibson, la passione di Cristo. Avevo intenzione di andarlo a vedere, visto che lo stanno proiettando qui in Brasile e tutti i giornali ne hanno parlato continuando la serie di polemiche che già conoscevo dall’Italia. Poi l’ho comprato da un venditore ambulante (così si fanno chiamare…) per lo stesso prezzo del biglietto del cinema. Il video in cd non è di buona qualità e vederlo in televisione non è la stessa cosa che al cinema. Quelli che l’hanno visto con me sono stati colpiti dalla violenza del film, dalla suo realismo e spettacolarità, mentre non mi sapevo spiegare perché non mi aveva lasciato niente. Non mi diceva niente di nuovo. Non mi sembrava contro gli ebrei, i romani sono stati piú feroci nell’usare violenza. Lo trovavo povero.

In contemporanea ho finito di leggere il libro “Il dio delle piccole cose” di Arundathy Roy, libro che ho amato fin dalla prima pagina sia per il linguaggio infantile o meglio un modo infantile di guardare le cose, le piccole cose, un distorcere lo sguardo e lo stesso linguaggio per cogliere quello che non è importante. Libro che mi è piaciuto per la storia, che sento vicina, per le problematiche che suscita, per la mia storia e per le vite di tante persone. Queste libro mi ha dato lo spunto per capire perchè il film non mi era piaciuto. Il film non analizzava la dinamica del potere. Mi sono reso conto che dal film sulla passione di Cristo mi aspettavo una seria analisi della logica del potere (politico o religiso), vera causa della morte di Gesú, e quindi di uscire dalla proiezione con un disgusto visto che il potere che ha agito contro Gesú, agisce oggi nel mondo allo stesso modo verso le persone e le popolazioni. Da questo lato del mondo lo si vede chiaramente. Mi aveva anche infastidito che tutti i religiosi che lo avevano visto ne sono usciti entusiasti. Questo vuol dire che il film non li ha fatti riflettere, non li aiuta a cambiare, anzi li conferma. Il film non spinge a dire: “…ma quegli uomini, sia capi sia popolo, siamo noi, quello è il potere che gestiamo ogni giorno, ma allora quello l’ho ucciso io, il profeta di Dio l’ho eliminato io”. Questa riflessione che si ripete in chiesa tutti i venerdì santo, di fatto non spinge a cambiare, il potere non cambia anche se è religioso, anche se attenuato, e da questa parte del mondo guardo la bella Italia, la bella cultura occidentale e vedo in modo piú chiaro.
Un film come questo, come tanti altri, serve per giustificare, per creare l’emozione attorno al capro espiatorio, non sconcerta e non disarma, per questo non ci aiuta a cambiare.
Non so se questa mia riflessione è condivisibile, ma un’altra cosa si è aggiunta ed è la lettura di un articolo del teologo Josè Comblin dove chiaramente si dice che la chiesa vive come se fosse in tempo dove tutti erano cristiani e mantiene una organizzazione come se fossero i tempi delle parrocchie di campagna. Nelle grandi città del mondo (São Paolo è la quinta città con 17 milioni, Rio de Janeiro ne ha 5 milioni) che stanno sempre piú aumentando, questa organizzazione non funziona. Questa lettura è coincidente con la polemica che è arrivata anche in Brasile sulle parole del papa che bisogna andare a messa alla domenica e non andare a vedere la partita di calcio. Parole che qui in Brasile hanno sollevato un vespaio, perchè, come potete immaginare, in Brasile il calcio è il vero dio (leggete idolo). Mi sono stupito non per la polemica ma che si continui a parlare di messa e non di vangelo, perchè questo è il vero problema. Una vita secondo il vangelo, questo è per i poveri e l’umanità un vero percorso di libertà. Su questo articolo spero di ritornare per sintetizzare il pensiero di Comblin.

Concludo con alcune notizie.

La prima politica. I giornali riportano il sondaggio sul governo Lula.

Valutazione sull’operato del governo:
Marzo 2003 75% approvava
Marzo 2004 54% approva
Fiducia in Lula:
Marzo 2003 80% aveva fiducia
Marzo 2004 60% ha fiducia

Il paese sta camminando sulla strada giusta?
Dicembre 2003 : 48% si, 36% no
Marzo 2004 : 40% si, 46% no

Tra le cause di questa caduta c’è una persona del governo coinvolta in una caso di corruzione, la decisone di Lula di chiudere i Bingo (questi davano lavoro a molta gente) perchè reciclavano (lavavano) denaro del narcotraffico o illegale, la caduta dell’occupazione, la non avvenuta ripresa economica, la non elaborazione di un programma di riforma agraria, e molto altro…
Lula oggi ha detto che non può fare miracoli.
Le cose si stanno facendo difficili e il tempo che sta davanti andrà ad inaspire e ad accentuare contrasti. La pazienza del Movimento Senza Terra (MST) è arrivata alla fine e ad aprile il presidente ha detto che sarà un inferno e credo che una ondata di scioperi in vari settori dell’occupazione è in arrivo.

Come si sa il Brasile è violento, le grandi città hanno ogni giorno delle persone uccise in sparatorie, a volte sono banditi ma a volte sono anche persone innocenti. In tutto questo quelle che soffrono di piú sono le mamme. Un figlio ucciso dai narcotrafficanti o dalla polizia, innocente o colpevole che sia, è sempre un figlio morto. Per questo sta nascendo qui a Rio un comitato delle mamme che sta lottando sia contro il narcotraffico che coinvolge i bambini fin da piccoli, sia contro la polizia che spara appena ha il sospetto che possano essere banditi (hanno paura di essere ammazzati), sia contro il comune che non fa niente specie in quartieri poveri. Come capite le mamme hanno il mondo contro, ma si stanno organizzando. Questo è un segnale che sto captando. Le donne sono sempre dalla parte della vita, ma spesso hanno la bocca “calata” ( vuol dire non possono parlare) o non fanno niente anche a causa di una cultura che le vede spesso vittime e non protagoniste. Credo che questa situazione, cioè di figli che continuano a morire uccisi, da qualsiasi parte venga la pallottola, non può piú reggere. Ma chi può invertire questa tendenza, chi può impedire il massacro quotidiano, se non le mamme? Come in tante parti del mondo (Argentina, Israele) sarà importante ascoltarle e aiutarle ad organizzarsi.
Sempre di piú, partecipando a manifestazioni e incontri, vedo donne parlare, essere responsabili di piccole o grandi organizzazioni. Questo è un grande segno anche per il Brasile, terra dove la donna soffre ancora discriminazioni specie se è negra.
In Brasile questo è l’anno della donna e le iniziative e la sensibilità stanno crescendo.
Buon cammino Brasile.

Ultimo vorrei ricordare che in questi giorni in Brasile si stanno facendo dibattiti e incontri, nonché trasmissioni televisive e pubblicazione di libri per ricordare che 40 anni fa (nell’anno 1964) è inziata in Brasile una dittatura feroce che ha segnato profondamente la sua storia. Sono stati 20 anni di repressione con la motivazione (falsa) di bloccare il comunismo, ma questo ha di fatto rafforzato la ricchezza dei ricchi e il potere dei potenti.
Quella dittatura che ha fatto parecchi morti (tra i quali Frei Tito de Alencar di cui vi ho scritto la vita), ha allontanato le menti migliori, ha difeso la vita dei ricchi dalla violenza dei poveri, ha abbandonato le favelas alla povertà e difeso i ricchi nella loro ricchezza, ha impedito che si facesse la riforma agraria quando era il momento giusto per aiutare il Brasile a crescere. Tutti concordano con il dire che sono stati 20 anni persi, ma questo è cronologicamente, in termini di crescita sociale probabilmente sono molti di piú.

Giovedì vado a São Paulo per il Forum Mondiale dell’educazione assieme a Suor Adma, Mariarosa, Lilia e altre due collaboratrici di Adma e non so se riesco a scrivere, anche se sul Forum mi piacerebbe mandarvi degli articoli. Vedremo se le attività me lo permettono.
Domenica al termine del forum accompagno Mariarosa a Itapitininga a conoscere il centro di Padre Sometti. Penso che rimarrò uno o due giorni perchè il mercoledì successivo devo essere assolutamente a São Paulo per incontrare Paolo D’Aprile, Edith e donna Lourdes nella sua Favela, mi hanno detto che hanno molte novità e per questo non vedo l’ora di riabbracciarli.
Se non ricevete notizie ci sentiamo la prossima settimana da qualche internet point.

Perdonatemi se ho scritto molto ma avevo una settimana di arretrato.
Un grande abbraccio
Mauro Furlan