PERIFERIA – All’alba

Alle sei del mattino è quasi l’alba e l’umidità della notte ancora bagna la terra del piazzale.
L’amplificatore è appoggiato sopra una sedia tra un groviglio di fili allacciati precariamente al cavo della tensione, a sua volta puxado, tirato illegalmete dal palo della luce, l’unico, tutto storto, di legno, da cui escono migliaia di altri fili che portano l’elettricità alle baracche.
L’altare è il tavolino che io uso nel mio “ambulatorio”, lo hanno sistemato a ridosso della parete di compensato e cartone della baracca di un’amica.
La favela dorme, i suoi bar chiusi, pochi i bambini. Ma quest’anno alla Messa della Resurrezione c’è molta più gente dell’anno scorso, incontro quasi tutti i ragazzi del gruppo, le mamme, molti gli adulti, quasi sempre assenti da tutte le altre riunioni. Comincia la cerimonia, padre João invita tutti a stringersi presso l’altare, a restare uniti per il momento più importante del cristianesimo.
La “concorrenza” con le innumerevoli sette evangeliche e le antiche religioni africane, ha creato nella Chiesa locale forme e rituali liturgici che in qualche modo ricordano e sottointendono significati di un sincretismo religioso altrimenti estraneo alla liturgia canonica e che la gerarchia ecclesiastica a volte tollera o a volte stimola, a seconda dell’evento, del luogo o semplicemente della contingenza del momento.
E così padre João ci invita a rivolgerci al sole, a guaredare il sole che nasce tra le barcacche: abbracciamo il nostro vicino e chiediamo al sole la protezione, la benedizione e la forza. Ci confidiamo col vicino sui momenti tristi della nostra vita dai quali però siamo usciti con l’aiuto di Dio e dell’energia positiva.
Dopo la parentesi “New Age”, la Messa continua in modo più tradizionale, le letture, i canti.
Cantano tutti, cantano benissimo, voci antiche, musiche ritmiche, chitarra fisarmonica e tamburo, vedo facce contente, tutti eleganti, arrivano i bambini con gli occhi del sonno, vengono vicino a noi.
Il solito cane sgangherato passeggia ignaro.
Mi allontano un attimo e osservo: un centinaio di persone tra baracche fatiscenti e fogna a cielo aperto celebrano e cantano la resurrezione del Cristo, la loro unica speranza, l’unica vera certezza che hanno.
Il clima è di festa, alla fine ci si abbraccia calorosamente. Vengono distribuite pagnottine calde, si sta in compagnia, Dona Benedita, una delle donne più attive della comunità, tiene un lungo discorso invitando tutti ad una maggior partecipazione, a non mollare, a continuare e non disperarsi, a collaborare.
E qui la sorpresa: mi chiama in causa come esempio da seguire, ringrazia di tutto il lavoro che facciamo, elogia la nostra partecipazione alla vita della comunità. Padre João fa di piú: mi chiama al microfono. Emozionato dall’omaggio ricevuto e dalle parole di stima e affetto, con voce rotta ringrazio tutti per averci accolto così bene fin dall’nizio, per l’attestato di stima datomi, per l’amicizia disinteressata con cui siamo accolti da ogni famiglia della comunità. Mi applaudono e mi abbracciano: adesso pure io, normalmente una pietra, sono emozionato con e come loro: nuovi e grandi amici che la vita mi ha messo davanti.
Nessuno pensa ai gravissimi problemi di tutti i giorni: oggi è un giorno di festa, è Pasqua.
Alleluia.