PERIFERIA – Dove l’azzurro è più azzurro

Dice così un verso di una celebre canzone brasiliana al riferirsi alla luce intensa del sole, luce che sottolinea i contrasti ed esalta i colori, luce che avvolge un mondo in costante cambiamento, ma sempre uguale a se stesso, da secoli. Dove l’azzurro è più azzurro, come quando guardiamo l’orizzonte dove il cielo si specchia nel mare fino a confondersi nell’abbaglio della luce.
È così che mi piace immaginarti, cara amica, mi piace pensarti là, dove l’azzurro è più azzurro, nello stesso colore delle pareti di casa tua, la stanza dove da anni vivevi. Quando entro in casa tua è come se entrassi nel mare o nel cielo, è tutta azzurra la tua casa, più azzurra dell’azzurro. E tu sdraiata mi aspetti, spalanchi il sorriso senza più stridere i denti in uno spasmo di dolore, sorriso bello, sincero, grande, che ti illumina il viso di azzurro.
Sei contenta di vedermi e lo noto dai tuoi occhi che ridono.
Sei contenta anche se non mi domandi come sto, anche se non mi dici buon giorno. Lo fa tua madre all’abbracciarmi forte, a chiedere come sto, a preoccuparsi per me, per la mia famiglia brasiliana e per quella italiana che non conosce, ma che lei sembra conoscere attraverso i tanti amici che le ho presentato.
Sento che l’unica ragione per la quale ti scrivo è che te ne sei andata via senza salutarmi, senza sorridermi, senza insultarmi. Sei andata in silenzio. Proprio tu, che zitta non ci stavi mai. Ti piaceva cantare e chiacchierare, a volte continuavi a ripetere la stessa parola senza fermarti, ma sapevo che ciò faceva parte del tuo problema, così come gli insulti che mi gridavi quando ti disturbavo al muoverti. Ma eri contenta, adesso che avevi la seggiola a rotelle nuova, fatta su misura, confortevole, sulla quale sedevi con l’orgoglio di una regina. Eri contenta ogni volta che l’autobus speciale veniva a prenderti sulla porta della tua casa azzurra.
Eri contenta.
Mi volevi bene e anch’io volevo bene a te.
Ma ieri hai deciso di partire. Hai fatto piangere tua madre che non piangeva mai, che sempre ha mantenuto fermezza e dignità come una roccia davanti alle onde della tempesta, ieri l’ho vista distrutta, racchiusa su se stessa, senza più niente, senza nessuna speranza.
È buio e fa freddo e i quattro ragazzi di sempre si riscaldano con un fuoco improvvisato sulla piazza.
Passo nell’oscurità dei vicoli e davanti alla tua porta trovo amici in silenzio, altri che piangono. Ci salutiamo con lo sguardo. Entro, tua madre seduta con la testa tra le ginocchia in un lamento ancestrale, la disperazione di chi si sente abbandonato, di chi ha perduto tutto.
Tu avvolta in un lenzuolo. Scopro il tuo viso e la luce azzurra delle pareti fa risaltare il tuo pallore immobile. Gli occhi spenti non ridono più.
Amica mia, te ne sei andata, ti guardo e intuisco un sorriso sereno, senza spasmi, rilassato.
E mi piace pensarti così, libera dal dolore, dalla prigione delle atrofie, libera dall’insufficienza respiratoria, libera dalla spasticità, libera. Mi piace pensarti che sorridi come quando i tuoi nipoti ancora piccoli mi mettevano tra i capelli le loro spillette, o quando ci mettevamo a ballare e a raccontare barzellette per farti ridere un po’. Mi piace pensare a te così, libera e sorridente in un cielo senza nuvole su un mare infinito, od anche qui nella tua stanza semplice, è lo stesso: nell’azzurro del cielo, nell’azzurro del mare o qui tra queste pareti, dove l’azzurro è più azzurro.
Ciao Terezinha.