PERIFERIA – …E quindi uscimmo a riveder le stelle

Oggi sono triste.
Un pozzo nero davanti a me sopra di me intorno a me.
Anche se ci sono abituato non mi abituo, anche se l’ho visto cento volte, è sempre come fosse la prima. Ho sceso i gradini fino all’incredibile, fin dove non avrei voluto vedere. Passo in un pertugio tra due muri di cinta e mi calo in una scala asimmetrica di cemento, dove ogni gradino ha una sua altezza. La scala continua dieci, venti metri fino in fondo dov’è buio, giù. Mattoni senza intonaco a destra e a sinistra. Una porta si apre su una stanza, da lì un’altra stanza e un’altra ancora, una specie di grotta, senza finestre. Un’odore acre punge l’ambiente ed anche me. So perfettamente cosa troverò, lo so perché l’ho visto mille e mille volte ma non voglio vederlo, perché fa male, perché non mi piace, perché non è giusto, perché non voglio. Una grande amica, è un favore che le faccio, vado. Un letto di dolore e sudiciume, corde e fasce che legano braccia e gambe, un catetere rotto lascia gocciolare urina per tutto il pavimento. L’ictus devastatore ha colpito per la quarta volta e la spasticità, le deformazioni articolari, le retrazioni fibrose muscolari ormai fanno di quest’uomo un ammasso di lamenti a contorcersi su sè stesso. Non riesce a parlare, la sonda naso-gastrica, avrebbe dovuto essere cambiata cambiata tre mesi fa, e il letto inclinato lascia che le gambe scivolino oltre il bordo, dal ginocchio in giù, obbligando la schiena ad inarcarsi in una spasmo costante. Ogni volta che devo toccare un paziente dovrei lavarmi le mani… un gesto normale, aprire il rubinetto, il sapone, l’asciugamano… Cerco invano il bagno il lavandino il sapone e l’asciugamano. Mi danno una tazza con dell’acqua venuta da chissà dove, un panno con più buchi che stoffa per asciugarmi. Forse era meglio se non le avessi lavate, le mani. Pur sapendo che tra cinque minuti avranno dimenticato tutto, spiego alla moglie e alla figlia nozioni ovvie. Mi guardano. Spiego che il Posto de Saúde, l’unità sanitaria del quartiere, fornisce il servizio medico e fisioterapico domiciliare a chi si iscrive, spiego che il Comune mette a disposizione l’autobus adattato e che, quando richiesto, viene a prendere il paziente sulla porta di casa… sulla porta di casa…Mi guardano… casa… Guardano… casa? Tre stanze con l’odore acre da attraversare, stanze l’una dentro l’altra come i palazzi rinascimentali, senza corridoio, l’odore dappertutto e poi risalire le scale dove i gradini hanno ognuno un’altezza diversa, scale larghe quanto le mie spalle. Quanti gradini? cinque, dieci, duecento? una distanza incommensurabile per due donne che sollevano un corpo di uomo perennemente a gridare e contercersi in spasmi, col catetere rotto e la sonda naso-gastrica ormai marcita… mi guardano, è per questo che hanno gli occhi così aperti e mi guardano. E mentre mi guardano e fanno Sí con la testa, un tubo penzola dal soffitto davanti al volto della moglie, è un tubo di plastica, viene dal soffitto e gocciola e la signora non lo sposta, il tubo, lascia che goccioli su di lei, le passa in faccia, le tocca il mento e gocciola, e non lo sposta, potrebbe spostarlo, è di plastica, flessibile, ma non lo sposta. È il tubo di una presa d’acqua, un chuveiro, la “doccia” dove il pover’uomo viene lavato. Gocciola e l’acqua si mescola all’urina del catetere rotto, per due volte passano uno straccio per terra con lo spazzettone. L’odore acre. Saluto il paziente e le signore, attraverso le tre stanze sulla via del ritorno. Guadagno il pianerottolo, e guardo verso destra. Mi accorgo di essere al primo piano seminterrato, sotto ce ne sono altri tre.
Esco a riveder le stelle, piove.
Meno male che non ho l’ombrello.
Avrei voluto non vedere, non sapere, non parlare e non essere guardato.
Non riesco a dormire.