PERIFERIA – Lacrime

Potrebbe essere un giorno come tutti gli altri, uguale a se stesso da secoli: sabato pomeriggio, gli uomini a casa o a stordirsi nei bar, le donne a chiacchierare nella piazzetta, i bambini, a frotte, a correrre dietro palle e lucertole.
Da secoli.
Ma oggi è un giorno maledetto, oggi è il giorno in cui tutte le lacrime sono state versate, è il giorno in cui Dio non è arrivato in tempo.
La notizia si sparge rapidamente, i ragazzi che tornano dal mare raccontano ognuno a modo suo mille versioni dello stesso dramma.
La madre crolla.
Nessuno vuole crederci, ma lo confermano.
Il mare assassino ha ingoiato un ragazzo, uno dei nostri.
Qui, tra le baracche, dove tutto è di tutti, dove ogni sentimento viene esternato affinchè tutti ne partecipino, anche le pietre oggi piangono.
La madre, giovane, inconsolabile madre, si lascia abbracciare da tutte le altre madri, giovani madri come lei. Nella sua casa umile, semplice, povera, risaltano i segni della vita che non si può fermare neanche in un momento come questo: una padella sul fuoco, un piccoletto da cambiare che strilla.
Un unico pianto.
Tante madri a piangere insieme.
Prima di uscire, Ivan aveva scritto un biglietto: “amare il prossimo”, lo aveva firmato e consegnato alla madre.
La giovane inconsolabile madre ora lo tiene stretto al petto, lo legge e lo bacia.
Il biglietto, l’ultima lettera di Ivan, quindic’anni, annegato e scomparso in mare.
I ragazzi raccontano il dramma: l’onda enorme che arriva da dietro, il tentativo disperato di rimanere a galla, la forza del riflusso che trascinava via anche chi tentava di afferrare l’amico per il braccio.
I pompieri che devono sospendere le ricerche per il mare troppo mosso.
Le lacrime della giovane inconsolabile madre lasciano posto ad un lamento muto, una espressione senza più speranza, uno sguardo nel vuoto.
Poi, ogni tanto, un grido. Le altre madri che le si stringono intorno in un abbraccio corale.
Ognuna invoca Dio a modo suo, ma tutte, a turno, le mettono una mano sulla testa e recitano a bassa voce la loro preghiera: evangeliche, cattoliche, praticanti di rituali afro-brasiliani, un unico Dio nascosto sotto tanti nomi diversi.
Passano ventiquattro ore. Il corpo del povero Ivan viene ritrovato.
Il mare assassino lo ha restituito a pochi metri da dove lo aveva risucchiato.
Ma la sofferenza dei poveri è infinita, l’umiliazione non finisce mai.
Il giovane padre contratta un servizio funerario per trasportare il corpo fino a in città, ottanta chilometri. Centinaia di Reais da spendere, un patrimonio per chi, come lui, combatte la lotta per la sopravvivenza giorno per giorno.
Ma il giovane padre è disposto a far tutti i sacrifici possibili per dare al figlio un funerale dignitoso.
Sembra assurdo, sembra impossibile pensare che i responsabili di questa gita incosciente, abbiano suggerito al giovane padre di seppellire il figlio nel cimitero degli indigenti. Sembra impossibile che non abbiano fatto in modo da preservare il giovane padre da preoccupazioni come questa.
Il cimitero degli indigenti: un campo semi abbandonato in cui la fossa ha poco più di cinquanta centimetri di profondità, la bara, di cartone, viene appoggia e ricoperta da quattro badilate di terra. Dopo un anno sulla stessa terra ci passano le ruspe per preparare il terreno per nuove fosse… membra, ossa, pezzi di corpo affiorano e restano esposti in superficie.
Il giovane padre non vuole il cimitero degli indigenti, trova i soldi, contrae debiti, per lo meno che il figlio sia seppellito con dignità.
Nessuno dei responsabili di questa gita malsana muove un dito.
Nessuno offre appoggio.
Nessuno.
Tutti i ragazzi, le mamme, intere famiglie attraversano la città per arrivare al cimitero e vegliare il corpo.
La notte passata a stringersi intorno alla giovane inconsolabile madre, a ripetere i rituali religiosi.
Il giovane padre è indignato: la cassa da morto non è quella che pensava di aver comprato.
Lo hanno imbrogliato, gli hanno dato una di cartone, come un indigente.
E il corpo in rapida decomposizione obbliga ad anticipare le esequie.
Arriva il prete della parrocchia, qualche preghiera, si torna a piangere.
Una telefonata al cellulare del giovane padre: sono i responsabili della gita che avvisano che non arriveranno in tempo, non sono tornati per accompagnare la salma, sono rimasti al mare, a ottanta chilometri. L’ultima beffa di chi ha portato con sé un ragazzo vivo e lo consegna morto.
Ci incamminiamo lungo i viali del cimitero.
Piove a dirotto.
Le lacrime del cielo.
Il giovane padre per consolarsi mi dice che al mare piacciono i forti ed è per questo che il mare ha voluto con sé il figlio, perché il figlio era un forte.
Lo abbraccio e piango con lui.
Piangono tutti i ragazzi.
Piangono tutte le giovani inconsolabili madri che si rispecchiano nel dolore immenso di una, una di loro, una come loro.
I bambini preparano uno striscione improvvisato, disegnano il loro dolore e il loro affetto per Ivan.
Piove.
“Dio mio, Dio mio” urla la giovane inconsolabile madre nel vedere la terra richiudersi sulla bara.
Piove, “Dio mio, Dio mio”.
Ma oggi Dio non riesce a parlare, piove, piovono le lacrime di Dio, pentito di non essere arrivato in tempo per fermare il mare.