PERIFERIA – Maria

A casa tua c’è una luce strana: scendo un gradino di quasi un metro attaccandomi allo stipite della porta, alla mia destra una tendina che nasconde il water, un passo avanti ed eccomi in cucina, un’apertura mi conduce in camera di tua madre, un’altra apertura in quella di tua nonna.
Forse la luce strana che vedo è perché non ci sono finestre.
La tua casa è di mattoni, non piove dentro, ma non ha finestre e c’è una luce strana.
Cara Maria ci conosciamo da un paio di mesi, siamo stati presentati così, alla buona, con un cenno del capo: questa è mia figlia adottiva… So benissimo che questo termine non indica affatto l’adozione secondo la legge, ma per rispetto a tua madre che ci ha presentato non faccio nessuna domanda.
Tua mamma, da quel giorno, non fa che ripetermelo che sei sua figlia adottiva.
All’inizio non capivo, adesso invece…
La cosa che mi ha colpito, quando ti ho conosciuta, è che dimostri un’età molto inferiore alla tua.
Tua mamma dice che di anni ne hai quasi diciotto, ma a guardarti ne dimostri dodici o tredici al massimo. Sei alta e magra e sorridi. Non saprei proprio come descriverti, sorridi sempre.
Abbiamo parlato poco noi due, quando entro in casa tua sei sempre affacendata nei lavori domestici, non ti fermi un momento, tua mamma domina la conversazione raccontandomi i mali e le sofferenze di una povertà cronica, che si porta dietro e dentro di sè da generazioni. Apprendo da lei che ha quattro figli, tu sei la più giovane, quattro nipotini, un marito disoccupato a cui piace ubriacarsi e una madre molto vecchia e malata. Conto i letti: due. Undici persone, due letti. Un’amaca è dove dorme la tua nonna adottiva. Capisco così che dormite uno sopra l’altro, i letti sono matrimoniali, ma voi in undici.
Maria, non capivo perché l’altro giorno tua mamma ti urlava in quel modo, ti sgridava, ti ordinava di preparare il latte per i piccoli, lavare i piatti, ammazzare il topo, andare a prendere il secchio dell’acqua dal rubinetto comunitario nel vicolo, cambiare le lenzuola sporche. Non capivo perché ti urlava invece di chiedertelo normalmente. Non capivo perché continuavi a sorridere nonostante gli urli e gli insulti che ricevevi. Maria, non capivo, ma ho pensato che il sorriso fosse il tuo modo naturale e spontaneo di essere ed allora mi sono messo il cuore in pace ed ho smesso di pormi domande stupide.
Oggi conosco la tua storia, Maria. Tua madre me l’ha appena raccontata. Mi ha detto che quando avevi otto anni la tua vera mamma ti ha affidato a lei per qualche giorno con la scusa di un repentino ricovero in ospedale: tra vicini bisogna aiutarsi e la solidarietà è un bene assoluto specialmente tra i poveri, ma non è più venuta a riprenderti, è scomparsa. Tua madre non sapeva nemmeno come ti chiamavi, parlavi poco, eri spaventata. Ti ha chiamato Maria, come milioni di altre bambine brasiliane, Maria: il nome di Nossa Senhora, la Madonna. Non sapendo chi eri, né dove fosse la tua famiglia ti ha tenuto con lei. Ma tutto ha un prezzo Maria, e solo tu questo prezzo potevi e dovevi pagarlo. E da allora la tua vita è questa che vedo oggi, lavare, spazzare, cucinare, rammendare, rassettare e tutto ciò che la Cenerentola faceva, fai anche tu.
Non sai né leggere né scrivere, Maria, perché a scuola non ci sei mai andata.
I tuoi fratelli adottivi lavorano e qualche soldo a casa lo portano pure, tu no. Non puoi lavorare, Maria, perché non sei mai stata registrata all’anagrafe, perché non hai né un nome né un cognome, non puoi andare a scuola perché non esisti, il tuo nome non risulta e tua madre adottiva non si è mai preoccupata di farlo risultare. Le servi, e basta. Chi, senza di te, si occuperebbe di tutte le faccende domestiche? Chi? Tua madre, forse? No, la sua principale occupazione è quella di lamentarsi della miseria che la affligge. Tuo padre? Lui è sempre al bar. Tua nonna? È molto vecchia e malata e non si alza dall’amaca dove dorme. I tuoi fratelli? Loro sono sempre fuori. Non ci rimani che tu, Maria. E tu, continui a pagare il prezzo dell’ospitalità come hai sempre fatto, col lavoro di schiava, e forse nemmeno sai che potresti andare a scuola, potresti avere un nome e un cognome, potresti farti vaccinare, potresti anche votare alle elezioni presidenziali. Non lo sai, nessuno te lo ha mai detto.
Ieri mi hai chiesto se anche tu potevi partecipare alle attività del nostro gruppo… certo Maria, ti verremo a prendere, saremo in tanti, conoscerai i tuoi coetanei della favela che ti spiegheranno tante cose…

Adesso lo so cos’è quella luce strana a casa tua.
Continua a sorridere, Maria.