PERIFERIA – Oggi ho paura

Ci sono dei momenti in cui si mette in discussione tutto e il perché di tutto.
Ci sono dei momenti in cui questo tutto sembra inutile o controproducente.
Ci sono dei momenti in cui le forze se ne vanno e sopravviene la voglia di tornare a casa.
Ci sono dei momenti in cui non si pensa ma si agisce di istinto.
Ci sono dei momenti in cui l’orrore prende il sopravvento.
Ci sono dei momenti in cui vorrei stare da un’altra parte.
E oggi ho paura.
La signora stava parlando… non è vero!
Non stava parlando affatto! Stava blaterando, questo sì: blaterava! Bofonchiava! Sbavava, con la sua voce stridula e insopportabile, sbraitava cose incomprensibili; vomitava lamentele ataviche, si crogiolava nella sua mentalità secondo la quale tutto le è dovuto, secondo la quale lei deve rimanere ferma ad aspettare gli aiuti che cadono dal cielo; mi grugniva addosso la sua frustrazione, la rassegnazione della sua miseria; la sua invidia per la vicina che ha vinto un concorso televisivo con ricchi premi: un frigorifero, una cucina a gas, un po’ di soldi per rifare il tetto a pezzi…
La signora stava parlando… non è vero! No! Non parlava; emetteva suoni inarticolati, gutturali, i suoni del sottosviluppo e della miseria, della miseria mentale che non ti permette neanche di capire le nozioni elementari della vita.
Vita, la Vita con la maiscola, la VITA.
Il Vivere, fatto di tutto quello che è: i bambini, i giochi, le risate, le nuvole, le stelle, gli alberi e gli uccellini che ci cinguettano sopra allegri, la musica, un libro, una spaghettata a mezzanotte, un film il sabato sera alla televisione.
No, ma che dico, sto vaneggiando, parlo come se non conoscessi la realtà di una favela… Ma quale film, ma quale spaghettata a mezzanotte… queste sono cose che solo pochi al mondo se le possono permettere… ma cosa vuol dire: bambini, giochi, risate… quando questi bambini che giocano e ridono si lasciano a giocare e ridere con i piedi nella fogna per ammalarsi di tutte le malattie più schifose del mondo… la fogna dove ho appena finito di cagarci… è la fogna che esce da casa mia e che il tubo di plastica per farla passare sottoterra, non lo compro perché preferisco spendere i soldi per ubriacarmi… e che i bambini con le loro risate ci pestino pure nella fogna e crepino che tanto se muoiono ne facciamo degli altri di figli…
Cosa vuol dire… VITA… ma cosa? Quando lascio i figli senza andare a scuola perché la scuola è a un chilometro di distanza e io la volevo davanti a casa, la scuola, per non fare nessuna fatica, per potermi alzare un po’ più tardi… Ma quali uccellini che cinguettano… l’unico suono che si ascolta è la radio del vicino a tutto volume ed allora per riuscire ad ascoltare la mia Tv e il programma del concorso televisivo, per sentire se sono stata sorteggiata anch’io per vincere una Tv nuova e un frigorifero, devo alzare il volume al massimo, perché tra le pareti di cartone passa la musica della radio del vicino che la vuole ascoltare anche lui al massimo, sennò non la sente, sennò sente il mio programma e a lui piace la musica ed allora alza il volume ancora di più perché così tutti la ascoltino, la musica…
Non parla la signora.
No, si comunica a forza di conati di vomito e rabbia, a forza di scariche intestinali e odio.
La sua non è una voce umana… è la voce che mi tira nel baratro dove ha sempre vissuto, la voce di un incubo, un suono mostruoso ed io voglio andare a casa, voglio andare via da qui, oggi ho paura.
Mio figlio è paralitico, debole mentale, cretino, idiota, mongoloide. Io sono malata e adesso devo pensare alla mia salute non alla sua. Adesso chi ha bisogno di aiuto sono io e non lui, mio figlio non vale niente è paralitico idiota e mongoloide. Sono queste parole che mi rutta in faccia, la signora. Sono alcune delle parole che riesco a capire.
Il figlio nel fondo della baracca davanti alla Tv a tutto volume, seduto sui suoi escrementi e il suo vomito, in preda alle stereotipie tipiche dell’autismo; la madre dichiarando il suo odio al mondo, la nonna, obesa, con la gamba gonfia e un’ulcera aperta e sanguinante, non va dal medico perché non ne ha voglia, e me lo dice con le mani sporche di sangue che non va dal medico, sangue dell’ulcera che ha appena grattato e sangue di un pezzo di carne che sta preparando per il pranzo. Sono le quattro del pomeriggio. Il pranzo è un pezzo di carne rimediato chissà dove. Carne col sangue che gocciola dalle mani della vecchia nonna obesa con l’ulcera aperta.
E mentre ascolto ho paura; è una paura che viene dall’istinto di conservazione, una paura epidermica e nervosa che mi sale dentro.
Ho voglia di urlare e di prendere a schiaffi questa donna.
Ho paura di una macchia.
Ho paura di quella macchia sul muro.
Ho paura di quella macchia che si muove sul muro.
Ho paura di quella macchia che sale fin sullo stipite della porta e mi guarda, mi osserva.
Ho paura di quella macchia che ha quattro zampette orrende, il corpo agile e peloso, gli occhi rotondi e neri; una macchia che mi guarda, entra nel buco, mette fuori il muso coi baffi, annusa, mi guarda, scende per il battente della porta e si infila tra i vestiti ammucchiati sulla seggiola di fianco alla vecchia nonna dalle mani sporche di sangue.
Ho già visto gente morire di fame e malattia con gli occhi fuori dalle orbite per il dolore; ho già visto scarafaggi grossi un palmo passeggiare sui letti, ho già visto bambini magri magri con la pancia gonfia come un pallone a causa dei vermi nell’intestino… Ma una macchia che si muove e mi guarda con quegli occhi, scende dallo stipite e si infila tra i vestiti ammucchiati di fianco alla vecchia nonna obesa con le mani sporche di sangue, una macchia così, neanche nelle baracche più miserabili, la vedo oggi per la prima volta.
Ci sono dei momenti in cui ci si pone mille domande.
Ci sono dei momenti in cui non si trovano risposte.
Ci sono dei momenti in cui si vuole solo tornare a casa.
Oggi ho visto i suoi occhi piccoli e rotondi.
Oggi ho visto il suo corpo peloso e agile.
Oggi ho visto le sue zampe corte e schifose.
Oggi ho visto quando saliva sul muro e entrava nel buco.
Oggi ho visto il topo.
Oggi ho paura.