PERIFERIA – Un anno ancora

Il racconto comincia così con queste parole: un anno ancora.
Conosco bene questo mio amico, il suo entusiasmo e la sua voglia di non fermarsi.
Per questo i suoi racconti cominciano con questa frase.
E nell’anno che è passato sono successe tante cose che al raccontarle una si confonde con l’altra.
Mi rendo conto che è proprio così, tutte queste cose che racconta sembrano far parte di una unica situazione, un’unica azione, un unico modo di fare, lavorare, vedere i problemi e trovarne soluzioni.
È come se fosse un contagio che si espande molto lentamente ma che penetra in fondo alle coscienze di chi ne è raggiunto.
Vedo che al mio amico riesce difficile raccontare, lui dice di no, ma io so quanto tutto questo gli tocca l’anima e lo emoziona nel fondo del cuore. Dice che tutto comincia dall’impossibilità che certe persone hanno di rimanere immobili semplicemente accettando passivamente la realtà.
Dice che queste persone curiose e tenaci, all’improvviso si organizzano e chiamano altre che, contagiate, accettano. Dice che così facendo si viene a formare un gruppo con sede propria, nome, obiettivi, metodologia di lavoro.
Dice anche che questo gruppo vuole crescere ancora di più. Dice.
Affemare che in una comunità carente della periferia di una metropoli come la nostra esistono problemi, è dire l’ovvio. Però il racconto del mio amico mi convince che i problemi possono trovare in se stessi il germe della loro soluzione… Sembra una stupidaggine, la più grande del mondo!
Ma ragioniamo: quando si ottiene che le persone prendano coscienza delle loro possibilità di intervento nel tessuto sociale in cui vivono e delle loro capacità concrete di influire nella realtà e facciano di questo una ragione di crescita individuale e collettiva, quando succede tutto ciò, si può capire il perché dell’esistere di questo Gruppo al quale il mio amico si riferisce. E il nome del Gruppo dice tutto: Aprendendo a Semear, Imparando a Seminare: dallo stesso nome si può riconoscere che per riuscire a raccogliere risultati è necessário cominciare da zero, dall’imparare, è necessario imparare a seminare. Seminare che cosa? A volte, dice il mio amico, siamo così abituati al non avere niente, al vivere di niente, che le nostre aspirazioni si riducono al niente, aspiriamo a sopravvivere un giorno in più, senza più speranza, non aspettandoci altro che non sia… il niente. E chi dice questo, racconta, sono gli amici che ha conosciuto là, nella favela, quelli che realmente sono diventati protagonisti del cambiamento.
Ebbene, queste persone hanno contattato una associazione chiamata AVAPE (Associazione per la Valorizzazione del Disabile) formata da professionisti dall’area della salute (psico-pedagogista, logopedista, terapista occupazionale, assistente sociale coordinate da un medico psichiatra) che da molti anni lavora nelle comunità carenti secondo i principi della Reabilitação Baseada na Comunidade “Riabilitazione Basata nella Comunità”. Quest’azione è volta alla formazione di volontari che possano convivere meglio con i problemi dell’handicap fisico o mentale eventualmente presenti in quel determinato ambiente. A poco a poco, per mezzo di riunioni settimanali, ci si rende conto che il concetto di “handicap” in una comunità carente come lo è una favela, non si riduce solamente alla definizione di limitazioni funzionali motorie o psichiche, ma coinvolge tutto ciò che è considerato “carenza”: i bambini senza scuola, la mancanza di igiene, la mancanza di informazione, l’gnorare i diritti e i doveri ecc.
Alle riunioni settimanali si discutono una infinità di temi per essere studiati e affrontati, temi che fanno parte di un unico grande obiettivo: l’esercizio pieno e cosciente della cidadania, dell’essere cittadino a pieno diritto, del fare collettivo affiché ciascuno diventi “moltiplicatore” di informazioni e di realizzazioni.
In dicembre ha avuto luogo la festa di fine d’anno, la riunione comunitaria alla quale erano presenti tutti i componenti del Gruppo, l’equipe intera dell’AVAPE ed anche il mio amico.
Racconta che prima dello scambio dei regali, prima di mangiare la torta ed altre mille delizie, preparate da ognuno dei partecipanti, è venuto il momento dei discorsi ufficiali.
Ha parlato Lourdes, definita dal mio amico come l’anima stessa del Gruppo: ha rigraziato tutti, uno per uno, per tutto ciò che è stato fatto e per tutto ciò che si farà nell’anno che verrà. Il mio amico dice che Lourdes, oltre a vedere lontano è capace anche di pensare lontano.
Ogni componente dell’equipe dell’AVAPE è chiamato a parlare, a cominciare dal coordinatore che vinto dall’emozione dimostra i sentimenti di tutti i colleghi.
Anche il mio amico viene invitato da Lourdes a parlare… racconta che ha detto due parole di circostanza che non è stato capace di dire quello che realmente sentiva e mi ha confidato che quando è entrato nella sala ed ha visto tutta quella gente… quando ha ascoltato una ragazza allo stesso tempo frequentatrice, componente e “moltiplicatore” del Gruppo dire: “io prima non uscivo di casa, non facevo niente, non vedevo nessuno, oggi…” quando ha visto il simbolo dell’oppressione rappresentata da una piramide di carta, venire distrutto a poco a poco da ciascuno dei presenti lasciandone intatta la base su cui appariva la parola “solidarietà”… quando ha visto questa gente orgogliosa di quello che era, di quello che è, e di quello che potrà diventare in un altro anno di lavoro, ha compreso che tutti gli sforzi per lottare contro lo scoraggiamento e la mancanza di speranza per la costruzione di una nuova forma di convivere, può e deve valere la pena.
Dalle parole del mio amico sono certo che questo Gruppo andrà lontano, ancora un anno, due, tre…