PERIFERIA – Una porta sempre aperta

Niente maniglia. È la prima impressione che provo quando entro in casa tua, Benedita: la porta non ha maniglia né serratura, è sempre aperta, chiunque entri è benvenuto.
Un giorno ho provato a contare quanta gente varchi quella soglia nel tempo in cui mi fermavo per l’mmancabile caffé accompagnato da un delizioso pão de queijo: diciassette persone, in mezz’ora. C’era chi entrava per una visita lampo, chi, come i tanti nipoti, cercava solo un bacio della nonna, alcuni amici, altre donne della comunità, i due figli piú giovani, un gatto.
Tanta gente, tanti amici, tanti figli, tanti nipoti, tanti amichetti dei nipoti, tanti. Nella tua vita, sembra che tutto si possa quantificare con questa unica unità di misura: “Tanto”.
La tua biografia, Benedita, potrebbe sembrare simile a milioni di altre: nata nello stato di Minas Gerais, giovane sposa e giovane madre, ti trasferisci con armi e bagagli a São Paulo, la metropoli miraggio di lavoro sicuro e di nuova vita. Subito però ti accorgi delle difficoltà, non perdi le speranze, riesci a lavorare con dignità e a far studiare i tuoi figli, costruisci una casa, la tua casa senza maniglia sulla porta. I figli crescono, si sposano, nascono i nipoti. La famiglia continua unita, i figli sposati abitano nelle case accanto.
Quando arriviamo sul piazzale della favela, chiediamo di te e se ti trovi in casa: posso domandare a chiunque che sempre ricevo l’nformazione giusta: se Benedita è in casa lo sanno tutti. Scendo nel viottolo, giro a destra e spingo la porta senza maniglia: “Ecco i miei amici”, ci ricevi così, con questa frase accompagnata da un abbraccio sincero, come si usa da queste parti. La nostra formalità europea delle presentazioni ufficiali con stretta di mano e sorriso tirato che in realtà significa “lei non sa chi sono io”, qui è completamente sconosciuta: ci si saluta sempre con un abbraccio e un bacio, anche se non ci si conosce, anche se ci si è visti appena ieri. Ci sediamo un attimo. Ci metti al corrente di tutto.
Benedita sa tutto di tutti, ma attenzione, questo saper tutto di tutti è dovuto esclusivamente alla sua enorme generosità che la obbliga ad “impicciarsi” dei fatti degli altri per prendersene cura, per aiutare a risolverne i problemi o a volte, quando questi sono insormontabili, per piangere con chi piange, per condividere le sofferenze.
È in base alle tue informazioni che organizziamo la nostra giornata di lavoro, sei tu che ci presenti ai malati e che ci introduci nelle case.
Verso sera torniamo a casa tua, dietro la porta senza maniglia ci aspetta il caffé, la torta e qualche altra squisita sorpresa. Un giorno la Marta, mia figlia, rimase a pranzo, ricordi?: “babbo, queste patate sono molto meglio di quelle che fa la mamma”, così dicendo la piccola Marta riconosceva una ulteriore e importantissima dote di chi è madre e nonna. In casa tua c’è sempre un posto in più, un piatto in più. Non so se ci si stringe o se il tavolo si allarghi per magia, ma se arriva qualcuno improvvisamente, trova sempre da sedersi, il piatto pronto o il caffé appena fatto.
Con tanta gente intorno la disponibilità e il tuo cuore si moltiplicano, la tua persona stessa si moltiplica ed allora riesci ad occuparti di una comunità di trecento famiglie e te ne senti responsabile: ti vedo che abbracci e baci un bambino, un piccoletto di cinque anni col naso che cola: “….e questo?” ti chiedo, “qui nella favela i bambini sono di tutti”, mi rispondi.
Dopo aver organizzato la festa di San Giovanni, come tradizionalmente si fa alla fine di giugno, alla quale hanno partecipato in massa, ti sei ricordata che nessuno aveva pensato ai bambini. In un paio di giorni hai riunito le altre donne della comunità, i musicisti e qualche amico. Quanti bambini c’erano alla festa sul piazzale? Cento? Di più? Non lo so. Comunque c’eri tu , elegantissima, con un tailler bianco e una camicia azzurra, organizzavi le danze, i giochi, distribuivi i dolci, parlavi con tutti, ballavi con tutti, eri dappertutto, come sempre. Abbiamo ballato e giocato anche noi; io poi ho avuto modo di realizzare un altro dei miei sogni: ho suonato le percussioni in un complesso di brasiliani veri. I ragazzoni belli e forti che montavano e smontavano, che preparavano e organizzavano, erano i tuoi figli: avrebbero potuto stare benissimo da un’altra parte, invece erano lí, con te, a ballare e giocare insieme ai bimbi della favela.
Non sei mai sola, Benedita, i tuoi figli e tuo marito sono il tuo stato maggiore, le altre donne della comunità sono i luogotenenti, noi siamo gli alleati.
Un giorno, alla fine di una riunione si recitava in piedi la preghiera più bella della cristianità, quella che ci è stata insegnata direttamente da Gesù stesso. In circolo ci si teneva per mano, e tu Benedita chiudi gli occhi, abbassi la testa e ti concentri, non parli piano piano come fanno tutti per timidezza o per timore reverenziale, la tua voce risuona forte e sicura, quando dici Pai Nosso Padre Nostro, ossia di tutti noi, capisco che ci credi sul serio, e il tuo crederci mi convince che questa parola “Nostro” ci accomuna nello stesso destino: tutti e “Tanto”, noi, che abitiamo in centro nei quartieri di lusso e te, la tua famiglia e i tuoi amici nella semplicità delle vostre case. Viu Paolo, o verdadeiro pobre é aquele que não sabe valorizar o que tem, “Vedi Paolo, il vero povero é chi non sa dar valore a ciò che ha”. Non è una massima socratica, questa frase me l’hai detta tu e risuona dentro di me come un esercizio di umiltà che mi costringi a fare ogni volta che mi presenti un malato, un amico, un bimbo col naso che cola, ogni volta che apro la tua porta senza maniglia, sempre aperta.
Grazie di tutto.
Grazie di Tanto, Benedita