PERIFERIA – Voglio descrivere

Voglio descrivere l’mpressione che provo a guardare e riguardare le foto: un rullino intero da trentasette, ne è venuta una in più.
Che bello questo bimbo, è il figlio di una delle “mamme volontarie”, ha quattro anni e un sorriso enorme, mani mobilissime e prensili riescono per una frazione di secondo a stare ferme per la foto.
Il salone è già pieno, padre João è stato gentilissimo a prestarcelo, anzi ha detto pure che potremmo usarlo ogni qual volta ne avessimo bisogno. Le mamme hanno scelto di fare la festa in parrocchia per varie ragioni: lo spazio innanzi tutto, infatti nella nostra baracca di cinque metri per quattro, non ci saremmo entrati; l’altro motivo è che la festa di commemorazione di un anno di lavoro è una buona occasione per farci conoscere. Grazie mille, padre João.
Ecco due mamme al microfono: è da un mese che preparano questo discorso.
Lo scopo è che la parrocchia (l’unico punto di aggregazione in tutto il quartiere dove si può convivere senza scontrarsi con la criminalità del traffico di droga) ci conosca e le persone interessate possano collaborare con noi. Siamo un piccolo gruppo nato da poco più di un anno e vogliamo crescere. Ecco il perchè di una festa in parrocchia, di un discorso di presentazione, ecco il perché di aver invitato il Coro dell’Arsenal da Esperança, e il gruppo di Capoeira Mestre Boca.
In questa foto, Lucia, psicologa dell’equipe. L’AVAPE (Associazione per la valorizzazione del disabile) è la nostra “socia” in questo progetto nato da un’dea di un fisioterapista e un’amica della Caritas. Me li ricordo a pensare per mesi insieme alle donne più attive ed impegnate della favela, cosa e come fare per cercare di dare una motivazione, un senso di comunità, una ragione per cercare di migliorare le condizioni di vita, principalmente dei più bisognosi, di quelli che oltre ad essere miserabili, oltre a vivere in baracche, senza fogna e senza luce, soffrono di malattie croniche o di handicap psico-motori. E mi ricordo i primi contatti con questa Associazione che da anni porta avanti un progetto chiamato RBC (Riabilitazione Basata nella Comunità): non un trattamento clinico-terapeutico, impossibile da realizzarsi in una favela per la totale mancanza di struttura, ma un diverso approccio alle varie realtà dell’handicap, considerando come problema più grave la mancanza di integrazione del disabile nel suo ambiente sociale. È un’esperienza pionieristica ma che funziona e può funzionare anche da noi. Ed allora, dai contatti iniziali, si è passati a vere e proprie riunioni con le mamme volontarie per “imparare” le forme di convivere, nel miglior modo possibile, con l’handicap del figlio. E abbiamo battezzato il gruppo con un nome altisonante ma efficace che vuole esprimere tutto il nostro entusiasmo: Juntos para Vencer “Uniti si Vince” perchè Uniti, si vince l’abbandono; Uniti, si vince l’ignoranza, Uniti si arriva ad esercitare pienamente la nostra “cidadania”, bellissima parola portoghese che significa l’insieme dei diritti e dei doveri del cittadino.
Ecco il fisioterapista al microfono. Chiamato in causa dalle mamme, improvvisa un discorso di ringraziamento, due parole di circostanza. Lo conosco bene, e so che avrebbe voglia di spiegare tutto: la storia del gruppo, i perchè, i per come, tutto.
Non lo fa per non apparire pedante e perchè in fondo le mamme il discorso se lo sono preparato da un mese.
Questa è Mara. Una delle ragioni dell’esitenza stessa del Gruppo: ricordo quando l’ho conosciuta: si nascondeva nel fondo della baracca, non camminava dal grande dolore che sentiva alle ginocchia, non era mai andata a scuola, non mi guardava negli occhi. Oggi, scomparsi i dolori grazie all’operazione, ha ripreso a camminare autonomamente, un autobus speciale del comune la viene a prendere sul piazzale della favela e la porta a scuola tutti giorni e due volte a settimana nell’ambulatorio dell’AVAPE per la fisioterapia. Mara giustifica l’impegno di tutte queste mamme che a poco a poco prendono coscienza dei loro diritti e delle loro capacità di organizzarsi. Quel mio amico fisioterapista avrebbe potuto con due telefonate provvedere lui all’autobus, la scuola, la fisioterapia, ma non l’ha fatto. Le mamme hanno dovuto imparare la strada per riuscire a parlare con le istituzioni ed ottenere i benefici a cui ogni persona ha diritto.
Questo è il coro dell’Arsenale: trenta uomini di strada ospiti dell’Arsenal da Esperança, organizzati, musicisti, miei amici che oggi danno una mano alla buona riuscita della festa.
Qualche primo piano: bambini sorridenti; una bella mamma dall’espressione intensa.
In periferia, come d’altronde da tutte le parti, bisogna saper convivere con tutti. Ed é facile che ad una festa compaiano i soliti “imbucati” che, autoinvitati, sperano di rimediare qualche bicchierino di “pinga” in più. Si può notare che il Gruppo è composto di sole “mamme”, gli uomini sono completamente assenti. A volte per ragioni pratiche, ma nella maggior parte dei casi i motivi sono ben altri: l’alcolismo endemico, il disinteresse totale, la rassegnazione atavica, la disoccupazione e la perdita di ogni speranza, il maschilismo quasi animalesco che considera donne e bambini come oggetti inutili od anche come presenza scomoda e contraria all’immagine del “macho” che si può realizzare solamente sulla piazza della favela, davanti al bar coi propri simili o dando due calci ad un pallone.
Dopo il Coro, la Capoeira. È una danza brasiliana antichissima, una specie di arte marziale a suon di musica. È un gruppo del quartiere invitato da una mamma. Le parole delle canzoni non sono completamente consone all’ambiente parrocchiale, ma per la legge della buona vicinanza, si chiude un occhio. Siamo un popolo che ha fatto del sincretismo la sua forza e il suo modo di vivere, unico e meraviglioso.
Mara al microfono! Dov’è quella bambina timida? Quella che si nascondeva dietro l’armadio? Quella che non aveva amici? Quella che non stava in piedi da sola senza appoggio? Dov’è? Ormai è solo un lontano ricordo, il suo sorriso racconta la sua storia.
Finalmente i nostri bambini. Le mamme hanno preparato il vestitino di carta colorata e insieme hanno scelto le canzoni e inventato le coreografie. Sembrano tutti bambini “normali”. È vero, il gruppo ha deciso di allargare il concetto di “handicap”, considerando disabile non solo chi ha difficoltà motorie, ma anche colui che presenta risco social, rischio sociale, ritardo scolastico, difficoltà di attenzione e mancanza di stimoli.
La favela è una realtà difficile dove convivono in poco spazio famiglie per bene, estrema povertà, criminali, bambini… è una realtà sempre appesa ad un filo, dove la precarietà della vita regge i rapporti personali e sociali. È già successo, ad esempio, ad alcune “mamme volontarie” di essere minacciate di morte se avvessero intrapreso determinate iniziative; è gia accaduto di dover sedersi allo stesso tavolo con trafficanti di droga e assassini per trattare dell’agibilità degli spazi “comuni”.
Mi si potrebbe chiedere: e la polizia? E la legge? Innumerevoli sono i casi di corruzione o connivenza, dove le forze che dovrebbero proteggere i più deboli sono usate per ricattarli, per riscuotere il “pizzo”, per controllare il traffico di droga e la manovalanza criminale. Anche nella “mia” favela, nonostante le ridotte dimensioni, queste cose sono frequenti, anzi, normali. E i bambini sono le prime vittime: il mostro della miseria, dell’ignoranza, dell’abbandono, se li può portare via in qualunque momento.
Ecco perchè si è deciso di occuparci dei bambini, vogliamo fare di tutto per eliminare questo “rischio sociale”, vogliamo che fin da ora si sentano inclusi, si sentano parte in causa e che vengano considerati “cittadini” a tutti gli effetti.
E qui, insieme a Lucia vediamo Monica, logopedista, membro preziosissimo dell’equipe fin dall’inizio. Sta dirigendo il “balletto e mi pare di aver visto spuntarle una lacrima.
In questi cartelloni sono espresse alcune idee elaborate insieme: Tutti i bambini hanno diritto alla scuola, alla casa, a una famiglia…
La torta. Si canta e finalmente si taglia la torta di cioccolata, tutti in fila… sembrano calmi e tranquilli… , sembrano.
Foto finale. Le mamme volontarie, qualche bimbo infiltrato, il mio amico fisioterapista. Stanchi, contenti.
Missione compiuta.
C’è la trentasettesima, la foto venuta in più.
È Mara, di nuovo. Ha preso il mio amico per un braccio: “voglio una foto con te”.
Lo conosco bene quel mio amico, dice che non si emoziona, che non gli viene da piangere… ma io lo conosco bene, so che non è vero, e infatti mi ha confessato che quando Mara lo ha chiamato…