Primo Forum Sociale delle Americhe, pomeriggio del 26 luglio

Sono andato ad ascoltare Bonaventura de Souza Santos sul problema della democrazia.

Bonaventura ha iniziato ponendo una domanda. Perché il tema dei diritti umani non é molto presente nei movimenti sociali? E continua con una affermazione: I diritti umani sono l’unico linguaggio legittimo per formulare una resistenza al neoliberismo.
Ha continuato dando la sua risposta. Prima di tutto i DH (diritti umani) sono stati concepiti al nord del mondo e per questo sono una espressione, un prodotto della stessa ideologia neoliberale. Trasmettono una concezione individualista ed europea della vita. Non ha niente a che vedere con la filosofia della vita ne’ dell’America latina, ne’ dell’Asia, ne’ dell’Africa. Ha come fuoco lo Stato che é nello stesso tempo colui che viola i diritti e che li dovrebbe difendere. Ci sono diritti che non sono espressi, quelli che riguardano il costo sociale dello sviluppo, quindi i diritti sono selettivi. La legislazione sui DH ha creato le stesse istituzioni per difendere o promuovere i diritti stessi, questi seguono vie istituzionali e legali con tutto quello che comporta (il lento percorso della burocrazia…) e costringono i movimenti sociali a condurre delle lotte che non sono legali anche se non violente.
I DH presentano un universalismo astratto (e la diversitá ?) che non tiene conto delle culture di Asia e Africa che hanno una concezione piú comunitaria (e non individualista) della vita. I DH sono parte del sistema neoliberale perché non lo criticano.
Concludendo si puó dire: che i DH sono un problema del sud del mondo (unico luogo in cui si violano) ma il problema é che il sud del mondo non ha partecipato alla formulazione degli stessi. Questa é la ragione del problema. Per cui ne deriva una domanda: come possono questi DH criticare la concezione neoliberale dello sviluppo?
Di conseguenza é necessario ripensare i DH con un’altra ottica, fare una riconcezione a partire da un linguaggio di resistenza. Il lavoro politico é a 4 livelli:
1) riguardo lo sviluppo. Questo modello di sviluppo che produce povertá ed esclusione deve essere ripensato ed é necessario evidenziare quello che nessuno dice: il costo sociale e il costo ambientale. Non c’é sviluppo senza passare per la redistribuzione sociale ed economica. Questo modello favorisce pochi e fa pagare i costi ai poveri.
2)la democrazia. Le democrazie del mondo sono di bassa intensitá, concretamente significa che la democrazia si vede solo al momento delle elezioni. Le democrazie hanno caratteristiche del fascismo quando concretamente creano apartheid (la zona bene della cittá e le zone povere), creano eserciti privati, permettono lo sfruttamento del lavoratore, creano un sistema privatistico, riducono la vita alla dimensione finanziaria. Tutto questo porta a dire che i cittadini non partecipano e non decidono, le decisioni sono fatte altrove. La critica a questo sistema deve essere fatta con azioni pacifiche ma che alla fine risultano illegali perché non c’é altro spazio concesso.
3) il problema della governabilitá. Questo termine nato nel 1975 é da togliere dal vocabolario pérché é quello che giustifica la possibilitá di risolvere i problemi senza un’etica.
4) il problema della diversitá, che significa riformulare i DH in altri linguaggi che non siano occidentali, ci sono altri linguaggi e valori per affermare la dignitá umana.

Concludendo un altro sociologo ha affermato che il luogo per costruire le alternative non puó essere il centro di questo sistema economico, ma la periferia o meglio, le periferie.
Le periferie sono il luogo del saccheggio, dove si paga il conto di quel modello di sviluppo e si vede con chiarezza il male che esso porta.
Nel dibattito Bonaventura ha aggiunto che a volte la sapienza o le soluzioni vengono dalla gente e che, parlando con una responsabile di una comunitá indigena, diceva che per loro c’è un unico modello di sviluppo che si puó definire: sostenibilitá della vita e che nella sua comunitá si seguono tre principi basici per risolvere i conflitti: non essere oziosi, non mentire, non rubare. Bonaventura ha commentato che se i nostri politici seguissero queste tre regole la realtá sarebbe diversa.

Nella seconda conferenza che lo stesso Bonaventura ha tenuto alle 18 ha sottolineato altri aspetti e rinforzato alcuni giá nominati.
La democrazia in cui viviamo é una democrazia di bassa intensitá per 3 motivi:
1) Il mercato delle idee si confonde con il mercato degli interessi;
2) Il declino dei normali processi democratici di decisione, il popolo é chiamato a decidere su questioni secondarie e invece le questioni principali vengono decise da lobby di interessi con altri percorsi, questo si vede bene in America Latina;
3) I diritti umani sono retorica di una democrazia senza materia, che é servita solo a sviluppare i paesi giá sviluppati, contro la maggioranza del mondo impoverita.
É un cammino dove si disapprende la democrazia e si sta criminalizzando la protesta sociale, dove la ragione di chi ha il potere ostacola quelli dei senza potere. I ricchi hanno il diritto di veto, ai poveri cosa resta?
Se questo é vero, viviamo in una societá e una cittadinanza bloccata e questo lo si vede perché la gente non partecipa o gli é impedito di partecipare e la democrazia si tutela con l’esclusione.
Questo disapprendere la democrazia é a vantaggio dei ricchi, é creare una distanza maggiore e questo é utile, primo perché piú il cittadino é lontano e piú facile è il conformismo e, secondo, se non ci sono le condizioni per il consenso é necessario imporre, cioé decidere che la societá é ingovernabile e per questo oppressa. Da questa analisi si apre la necessitá di una nuova istituzione.
Bonaventura apre questa prospettiva parlando della educazione popolare, l’unica che puó contrastare la mercantilizzazione dell’educazione. Perché chi dice di promuovere la democrazia sono gli stessi che distruggono le istanze sociali. Il capitalismo é sempre vissuto di catastrofi imminenti, prima era il marxismo (che ha incentivato l’armamento…) e adesso il terrorismo. Questo serve per reprimere i processi democratici.
Tre idee per l’educazione popolare.
1) Non c’é democrazia senza redistribuzione. Il sistema delle costituzioni nazionali costruisce l’idea di bene comune, L’identitá nazionale é stata costruita distruggendo le identitá indigene (o locali) e la sicurezza é diventata sistema di dittatura. Il sistema della proprietá é stato assorbito dal sistema costituzionale
2) non c’é redistribuzione senza un’idea differente di sviluppo. Questo sviluppo non é sostenibile. L’idea di “sostenibilitá umana” é probabilmente la soluzione che permette una gestione non predatoria delle risorse naturali e umane. Il nord vive con le risorse del sud ed esporta il deficit ecologico al sud e impedisce il controllo e la redistribuzione delle risorse. Non siamo contro il mercato, ma deve assumersi tutti i costi sociali ed ecologici, che adesso sono trasferiti al sud.
3) Non c’é sviluppo senza riconoscere le differenze interculturali a tutti i livelli. Discutere le regole del consenso, questa é la regola della democrazia. le regole sono decise da altri, questa non é paritá, ci vuole un’ecologia giuridica.
Il nostro obiettivo (dice Bonaventura) non é farla finita con la democrazia ma costruirne una di alta intensitá, una democrazia partecipativa che si integra con una rappresentativa (partiti credibili e organizzazioni sociali autonome).
Bonaventura conclude con l’idea piú pericolosa che oggi c’é in giro: un cittadino puó avere al massimo la capacitá di formulare un problema, ma non ha la capacitá di formulare soluzioni, questa deve essere riservata agli specialisti. La democrazia partecipativa permette di formulare anche le soluzioni, di analizzare i conti, permette di analizzare i riflessi sulla vita delle decisioni, permette il controllo della burocrazia. La ricchezza di esperienza di tante organizzazioni sociali e di tante lotte normalmente é marginalizzata e costretta a percorrere strade pacifiche ma considerate illegali.
Bonaventura conclude con una domanda. “Chi condurrá questo processo?” Risponde: “Tutti i movimenti sociali, o meglio, sono soggetti tutti quelli che si rifiutano di essere oggetto”.

Mauro Furlan