Scovare le radici di Macondo

28 aprile 2004,
Avellaneda, Argentina

Viaggiare, incontrare, mi affascina, sempre meno per i posti, la geografia, l´organizzazione della vita, ma sempre di piú per le persone che incontro. Mi pare che ogni persona che mi compare davanti, ogni volto che incrocio, depositi in me una storia. Di questo vedo la mia vita arricchirsi, di storie, di vicende, di vissuti. Sento la mia vita piú ricca, proprio per quei volti e quelle storie. Quello che fa davvero la differenza sono i volti depositati nel mio cuore, ogni frammento di umanitá che solo il cuore puó accogliere e custodire, il resto sono pagine di archivio che qualcuno potrá rispolverare.
Di questo mondo che mi circonda mi faccio ricco, ma soprattutto delle parole degli altri con le loro storie ma ancor piú specialmente dei miei perché, come un bambino che domanda sempre una ragione. Perché? Come nel Piccolo Principe. Perché?
A dire il vero nella mia vita incontro molti interrogativi. Perché? Forse solo perché. Le risposte che sento o che riesco a darmi percepisco che sono piccoli pagliativi quotidiani che mi permettono di giustificare il mio cammino, di fare un passo avanti, o solo di portare il peso della vita. Dentro di me percepisco che non solo ho la risposta, ma non ho ancora messo mano alla porta che apre la mia vita. I dubbi e i perché emergono specialmente quando diventi uno “spostato”, uno che si mette in cammino, un profugo, un disorientato, quando diventi un vagabondo in viaggio, é lí che hai bisogno di capire. Quando diventi uno sconosciuto al tuo mondo o diventi uno sconosciuto per un altro mondo.
Adesso ho la sensazione di percepire cosa significa essere un uomo in cammino perché quel mondo che ho lasciato, prima carico di certezze si carica di perché, di domande. Il quotidiano, il normale, l´abitudine, ormai spaccati, non sono piú ovvi.
Non sono piú inserito nel quadro, non sono piú quella tessera che si inserisce perfettamente nella trama, dove le relazioni non lasciano piú spazio alle domande. Adesso scopro di essere diverso, ora non sono piú funzionale a quel sistema, per questo mi considero uno “spostato”. Il mio posto nel quadro qualcuno lo ha giá preso da tempo, forse stará meglio di me, io ho rotto l´àncora… per un altro quadro, una altra terra, chi lo sa….
Solo fili, legami, persone mi tengono uniti a quel quadro, legami che non voglio romprere, ma rendere piú veri.
A volte, mentre sei in cammino e cerchi una storia, la tua storia, specchiandoti in altre storie, altre storie ti vengono incontro, quella storia che ti fa entrare nella storia che ti sembra di aver sentito da sempre ma non ne avevi preso coscienza. Sono quegli interrogativi inespressi che mai avevi tematizzato in modo cosciente. Tante volte ho parlato di Macondo, ho ascoltato il racconto dei passi della sua evoluzione, ma non mi ero mai chiesto come é nato, quali sono stati i fatti decisivi che hanno portato alla sua nascita, quale é stato il concepimento e quale madre ha portato a termine la gestazione. Oltre i dati conosciuti, quali i fatti casuali della vita che hanno fatto sbocciare quel fiore…. quale ape e per quale percorso quel seme é stato piantato proprio qui?
Ma come sappiamo la storia a volte ci puó venire incontro se tu la vai a cercare.

Ma andiamo per ordine.
Oggi verso le 9,30 dopo aver dormito su un letto, dopo 2 gioni e mezzo di viaggio in sedili di vari autobus, sono stato accompagnato da Suor Tarcisia Stoppiglia a visitare le 3 famiglie di Avellaneda che hanno bambini adottati a distanza. Nel tragitto a piedi per incontrare queste famiglie siamo passati davanti al cimitero di Avellaneda (si pronuncia Avejaneda) per vedere le tombe dei fondatori della comunitá. Erano tutti italiani perché questo paese é stato fondato 125 anni fa da italiani (anche se sui registri di immigrazione hanno nazionalitá austriaca) provenienti dal Friuli e dal Trentino nel 1879. I cognomi come: Visentin, Franzoi, Peresson, Sartor, Bianchi…. con le fotografie identiche a quelle antiche che trovi sui nostri cimiteri, stile inizio novecento. Gli uomini con cappello, faccia seria e baffi, le donne tutte in nero, velo in testa, volti magri come scheletri.

La prima famiglia visitata, quella di Rivero Victor e della moglie Mercedes, ha tre bambini adottati. Accolti con festa e seduticisi, la donna e l´uomo con una carnagione un po´scura di classica discendenza spagnola misturata con indios (che qui chiamano aborigeni e non volevano che li chiamassi indios) subito ci hanno offerto il mate. La classica bevanta degli Argentini e dei Brasiliani del sud. Per chi non conoscesse il mate é una foglia tipo alloro che loro mettono in infusione in un contenitore di legno con acqua che portano sempre con sé in un termos. Li vedi che bevono questo te con una cannuccia di ferro che all´estremitá ha dei buchetti per poter filtrare la bevanda. La bevono in tutte le occasioni, anche in chiesa, in autobus, nelle riunioni, nei momenti di chiacchera, in macchina, in moto…. un rito collettivo.
Loro ci hanno offerto il mate e io gentilmente ho rifiutato perché se lo passano di bocca in bocca e per la veritá ho sempre paura di prendermi una diarrea fulminante.
Suor Tarcisia abituata ha dato inizio al ciclo continuo del passamano (io direi passabocca) del mate con continua aggiunta di acqua calda.
Suor Tarcisia ci ha presentati, ha chiesto il quadro della situazione su due figli piú grandi che vanno a scuola, della famiglia. Ha ricordato l´importanza dell´adozione a distanza perché i figli possano andare a scuola. Il dialogo era un misto di spagnolo e italiano e cosi potevo partecipare alla conversazione.
Poi suor Tarcisia ha cominciato a parlare di Gaetano che conosce bene questa famiglia e di Giuseppe suo fratello. Come Giuseppe é venuto per la prima volta in Brasile e in Argentina. Era il 1977, lei faceva i 25 anni della professione religiosa e visto che si trovava in Brasile e aveva compiti di responsabilitá (madre provinciale) la congregazione ha offerto un viaggio ai suoi parenti. I genitori erano anziani e non potevano venire, Giuseppe, da alcuni anni era operaio a Bologna, ha accettato di fare questo viaggio e passare 3 mesi tra Brasile e Argentina. Tarcisia raccontava che questo viaggio di Giuseppe che l´accompagnava negli impegni della congregazione é stato per lui una scoperta, un cambiamento di orizzonte, una vera scoperta. Cosí tutti i contatti che successivamente Macondo avrá nasceranno dall´incontro con Tarcisia e della sua congregazione. Fu in questo viaggio (come Che Guevara ha fatto il viaggio in moto per l´America Latina, quel viaggio che ha cambiato la sua vita) che Giuseppe scopri la lotta nella dimensione internazionale e interculturale, in quel viaggio si piantò il seme (direi il Tarlo) di Macondo che poi lo porterá a confrontarsi con il mondo del sindacato e con loro aprire la nuova frontiera della collaborazione con il Brasile e alla fondazione di Macondo.
Il viaggio, a volte fatto per caso…..
L´incontro, di uomini che cercano….
La passione, mai sopita….
L´utopia, con il volto dell´incontro……

Mentre Suor Tarcisia parlava, mi sembrava di vedere l´embrione, le radici di una storia, che arriverá fino alla televisione e alla campagna: “i bambini torneranno a giocare”.
Sentire questa storia con la sua casualitá, nel suo formarsi, mi ha dato una grande gioia, una festa del cuore. Perché?
Tarcisia era orgogliosa e cosciente di essere stata l´inconsapevole iniziatrice di questo percorso. Le storie sono cosí e possiamo leggerle solo dopo, a distanza di tempo, nella loro fragilitá e apparente banalitá, solo dopo ne scopriamo, usando una terminologia di fede, la provvidenza. Su questa strada sento una sintonia profonda…
Comprendo che la vita é cosí e spesso quello che é piú importante resta sepolto magari nell´euforia di un edificio giá grande… la prima pietra sta lí, nascosta nel fondo, magari una pietra scartata… primo passo di un cammino che bisogna ricordare…

Termino con una frase di Paulo Freire dal libro, Pedagogia dell´autonomia, a pag. 52 ediz brasiliana, libro che mi accompagna in questo tempo, la traduzione é mia.

«Mi piace essere un uomo, di essere uno del popolo,
perché non é un dato sicuro, inequivocabile, irrevocabile
che sono e saró un uomo decente,
che testimonieró sempre gesti limpidi,
che sono e che saró giusto,
che rispetteró gli altri,
che non mentiró nascondendo il valore dell´altro,
perché l´invidia per la sua presenza nel mondo mi é scomoda e mi fa arrabbiare.
Mi piace essere uomo, uno come tanti,
perché só che il mio passaggio per questo mondo
non é predeterminato ne prestabilito.
Che il mio “destino” non é qualcosa di giá dato,
ma qualcosa che ha bisogno di essere fatto
e dalla cui responsabilitá non mi posso esimere.
Mi piace essere uomo perché la storia in cui mi costruisco insieme agli altri
e della cui formazione prendo parte é un tempo di possibilitá e non é determinato.
Per questo insisto molto nella problematizzazione del futuro
e rifiuto la sua inesorabilitá.»
( Paulo Freire)