Ultimo giorno a Quito

Carissimi oggi é l’ultimo giorno che resto a Quito, sono arrivato sabato 24 luglio e ho partecipato al 1 Forum Sociale delle Americhe e sono stato ospite nella casa dell’Operazione Mato Grosso. Venerdí 30 sera alla fine del Forum mi sono trasferito dai Salesiani, ospite di padre Ivano Zanovello, che qui lavora con i Bambini di strada. Domani verso mezzogiorno prendo l’autobus per raggiungere la frontiera col Perú (12 ore e 10 dollari). Il percorso che mi attende é una lenta discesa (Quito si trova a 2850 m. slm) in mezzo alle cime grandiose innevate delle Ande che qui sono vulcani (alcuni attivi) che si chiamano: Cotopaxi, Chimborazo, Tungurahua, Guagua, Pichincha, Altar, Iliniza sono montagne splendite. Peccato non restare qui piú tempo.
In spagnolo, bambini di strada, si dice Chicos de las Calles, ma qui in Ecuador i bambini si chiamano, Chicos Trabajadores de las Calles, cioé bambini lavoratori di strada perché qui i bambini sono tutti impegnati a lavorare, fin da piccoli. Li incontri sulle strade accanto alle loro mamme o da soli che lustrano le scarpe (betuneros) o vendono caramelle, puliscono gli autobús, lavorano nelle officine, fanno tutti i lavori dei grandi. Il loro lavoro spesso é l’unico sostentamento della famiglia o lo completano. La popolazione dell’Ecuador nel 2000 era stimata in 12,4 milioni, di cui 800 mila sono bambini o ragazzi lavoratori e questi si concentrano nelle due grande cittá: Quito e Guayaquil. Si stimano che ci sono 1 milione di bambini che lavorano e che guadagnano un minimo di tre dollari al giorno, alla fine il volume di affari e di tre milioni di dollari, produzione diaria dei bambini.
Da piú di 20 anni i Salesiani di Quito e dell’Ecuador affrontano questa realtá. Cosa ho incontrato? In centro a Quito, nella zona vecchia, si trova un istituto salesiano (don Bosco) che é la sede di quello che si chiama il progetto “Chicos de la Calle” di cui padre Ivano da sei anni ne é responsabile. Padre Ivano mi diceva che dopo tanti anni di lavoro si é giunti ad un insieme di attivitá dove la prevenzione ha preso il sopravvento sull’assistenza. Diciamo che il centro di questa proposta educativa sono i cosidetti “centri di riferimento”. Sono 10 spazi, appartenenti ai salesiani al comune o altri istituti che si trovano nei luoghi dove i bambini lavorano e qui viene il contatto sia con i bambini che con i genitori, in questo spazio viene il rinforzo scolastico e il controllo del loro percorso educativo, una scuola di genitori, e vari incontri con professionisti del settore come l’assistente sociale, un luogo che diventa anche un piccolo oratorio, con spazio per il gioco. La differenza mi dice padre Ivano é stato invertire il percorso, non loro vengono da noi, ma noi andiamo a loro. In questo modo si accompagnano circa 600 bambini. Chi segue tutto questo sono tre salesiani, il resto (piú di un centinaio) sono laici e molti volontari che vengono specialmente dall’Europa (presenti in questi giorni ce ne erano 10).
Accanto a questo c’é un centro professionale dove i ragazzi, anche di comunitá piú povere imparano un lavoro. Parlando con il responsabile mi diceva la fatica dei ragazzi di imparare la teoria, per cui i corsi sono brevi (6 mesi) e la maggioranza del tempo é impiegato nella pratica. La grande difficoltá successiva é trovare lavoro, grande problema dell’Ecuador che vede una grande emigrazione verso altri Paesia, specie Europa.
Continuando a parlare di strada, c’é anche una equipe, si chiama SOS che esce di notte, sempre in posti differenti per non creare dipendenze, per incontrare i bambini che non sono andati a casa e che devono permanere sulla strada. Incontrandoli e conoscendoli si scopre il perché non possono o non vogliono tornare a casa e qui inizia il contatto con le famiglie, dove é possibile. Per quelli che non possono tornare a casa (anche perché la famiglia é molto lontana) offrono una casa di accoglienza che loro chiamano “Albergo transitorio”, dove in teoria devono restare mássimo sei mesi, in questo tempo gli educatori devono incontrare la famiglia o trovare una soluzione alternativa. Il grande obiettivo di questo progetto é il reinserimento e per questo c’é un grande lavoro di contatto con le famiglie che occupa molte delle energie degli educatori. Anche qui la situazione delle famiglie, anche se non é terribile come a Rio de Janeiro, é molto problematica. I salesiani inoltre si avvalgono di tutte le strutture che hanno e anche della metodología dell’oratorio per cui offono molti momenti di gioco e di svago e persino tre giorni di “Accampamento” come dicono qui, cioé tre giorni di spiaggia o di montagna. Una cosa che mi ha stupito é l’istinto a rubare dei ragazzi, ho visto con i miei occhi una bambina che prendeva, di nascosto dai responsabili un pacco di alimento. Padre Ivano mi spiegava che un indio che non ruba fa peccato. Domenica sono andato con padre Ivano ad una messa che lui ha celebrato in un quartiere marginale. E’ una comunitá dove la costruzione di case in pietra (qui é freddo) sta crescendo, ma non ho trovato la reltá delle favelas, non c’é narcotráfico, quinde si lavora con maggiore serenitá. Una realtá che sta crescendo (e preoccupando) adesso nelle grande cittá del Ecuador (ma ho sentito anche del Perú) sono le “pandillas” cioé le bande giovanili che si scontrano tra di loro e si dedicano anche al furto.
Tralascio la situazione politica e dei governanti, da tutti qualificati come ladri e implicati in corruzione o in odore di coinvolgimento. L’Ecuador che ho visto é molto poco, specialmente dal lato delle sue bellezze naturali, che a quanto pare sono davvero favolose. Questo é un invito per una prossima volta. Per quanto riguarada la gente non ho potuto incontrarne molta, anche perché bisogna conoscere bene lo spagnolo non solo per capire, ma anche per poter entrare nella cultura.
Mauro, Quito, Ecuador, a 20 km dalla metá del mondo (leggi equatore).