Viaggio in Argentina

Cordoba 29 aprile 2004

Mi sono chiesto in questo tempo, perché scrivo, perché sento un bisogno di raccontare?

Non conosco la risposta,
ma dopo aver raccontato attraverso lo scritto o le parole
mi sento piú leggero,
come se il mio cammino
non é sciolto finché non mi sono tolto questo peso,
come se fossi in debito
per il dono di poter viaggiare e incontrare.

Mi sono accorto nei miei viaggi
Che nelle cittá i vagabondi, i nostri barboni
Si affezzionano ad un luogo,
Quel barbone lo trovi sempre li,
Quello é il luogo dove va a dormire
Quello dove chiede la caritá
Allora ho pensato questo vale anche per me
Anche i vagabondi hanno bisogno di un luogo
Una terra su cui riposare o sentirsi in casa,
I viaggiatori come me
li puoi incontrare in quello che scrivono
Nelle traccie-parole che lasciano.
Che sia forse cosí?

Fatta questa introduzione passo a raccontare i giorni di Cordoba.
Sono arrivato alla mattina del 29 in autobus (ho viaggiato tutta la notte) a Cordoba proveniente da Avellaneda. Ho preso un taxi e per 5 pesos (cioé neanche 2 euro) 12 minuti di viaggio sono arrivato al Barrio Latino dove si trovano le 3 suore della congregazione Serve di Maria Riparatrice. Sono stato accolto da Betty che comprendeva il mio portoghese e dopo le presentazioni ci siamo messi a chiacchierare. Ho giá scritto che le suore adesso sono in questa nuova casetta che qualcuno ha loro affittato perché sono dovute andare via dal quartiere di Villa Libertador in quanto sono state assaltate 4 volte e gli hanno portato via tutto.
A mezzogiorno il telegiornale, la prima notizia riguardava il problema molto grave in Argentina dei sequestri e degli omicidi dei sequestrati. Mi sono tornati in mente gli anni di piombo in Italia. C’è un papá a cui hanno ammazzato il figlio che sta organizzando grandi manifestazioni e muovendo l’opinione pubblica per poter cambiare la legge e renderla piú severa. Ma come sappiamo le cause sono altre e le soluzioni sono ben diverse.
Seconda notizia riguardava la provincia di Santa Fe dove si trova anche Avellaneda, dove l’anno scorso c’é stata una inondazione (la provincia é attraversata dal fiume Paraná) con 150 mila sfollati e 23 morti. La notizia diceva che da allora si é fatto poco per prevenire un’altra catastrofe.

Al pomeriggio sono arrivate le altre due suore giovani che si chiamano Norma e Marisa e che studiano teologia all’universitá e con loro é continuato il dialogo.

30 aprile 2004 in giro per la cittá

Mentre le suore sono andate a scuola, io mi sono preso la libertá di fare un giretto per centro di Cordoba. La cittá, come la maggioranza in Argentina, ha il centro diviso a quadrati e con una grande zona pedonale.

Ho subito incontrato i ragazzi di strada che vendevano la rivista “Luciernaga” (che significa Lucciola, in portoghese si dice Vagalume, bei nomi vero?) Questa rivista fa parte di un progetto molto esteso di servizio alle persone ai margini. Il numero della rivista era dedicato ai malati psichici. Nell’ultima pagina un S.O.S. perché l’associazione italiana APS (associazione per la partecipazione allo sviluppo) che aveva messo in piedi il progetto con finanziamento della comunitá europea non ha fatto arrivare i soldi e quindi si sta bloccando tutto. La rivista costa 1,50 pesos dove 1 pesos va a quello che la vende. La stessa cosa l’avevo vista in Portogallo con la rivista “Cais” venduta dai “sem abrigo” i nostri barboni, ed informava su tutte le attvitá culturali di Lisbona. La Luciernaga porta come sottotitolo: “rivista culturale dei bambini lavoratori della strada”. Sito internet www.laluciernaga.org.ar.

La cittá di Cordoba é una cittá con edifici moderni, pochi quelli antichi. La sua fama dipende dal fatto che é la cittá universitaria per eccellenza dell’Argentina.
Ho visitato la cattedrale che é stata definita: Flor de pedra en el corazón de la patria. Stile epoca della conquista iniziata nel 1599, nel 1677 é caduta uccidendo il parroco e il sacrestano, venne ricostruita e nel 1729 hanno di nuovo iniziato le celebrazioni. La cosa che impressiona sempre quando entri in queste chiese é il contrasto tra la piazza con un baccano infernale di gente che vende, compra, chiacchiera, mendica e il silenzio irreale dell’interno. La chiesa si affaccia sulla Plaza San Martin, dove, guardacaso, si stava preparando un concerto pubblico di una banda della cittá brasiliana di Porto Alegre. Ho notato subito la differenza dei volti, specie la pelle nera che in Argentina vedi solo nelle zone di confine col Brasile.
Le suore miricordarono che in Argentina il santo piú famoso e San Gaetano fondatore dei teatini, perché é il santo del “Pane e del lavoro” e la chiesa di Buenos Aires é il santuario piú frequentato dello Stato.
La piazza era un via vai di gente,ed è il punto di arrivo delle manifestazioni pubbliche che, come ho detto, sono giornaliere. Io ho assistito al corteo dei lavoratori della banca dello Stato che da due mesi non ricevono il salario. Nelle manifgestazioni qui è normale l’uso dei petardi che lanciavano sulla strada con dei botti paurosi. Far rumore con petardi o con le piú classiche pentole (cazueleiros) é la caratteristica degli Argentini.

Verso mezzo giorno e mezzo ho preso il taxi per andare alla casa di Carina dove avevo appuntamento con tutta la sua equipe per le ore 13. L’abitudine in Argentina é che c’é sempre qualcuno che ti apre la porta del taxi o te lo ferma e tu dai 50 centesimi di pesos, cosí come a coloro che ti caricano in autobus. Un lavoro per sopravvivere anche questo.
Poco prima delle 13 sono arrivato nella casa di Carina. Carina é arrivata poco dopo e anche le sue amiche Laura,pedagogoga, Fatima e Silvina specializzate per lavorare con bambini a rischio e Marita professoressa di teatro. Poi é arrivata anche suor Norma. Con loro il dialogo é durato per ben tre ore e in mezzo abbiamo anche mangiato cose tipiche argentine che sono delle specie di torte salate. Mi hanno spiegato il progetto che il giorno seguente sono andato a visitare. Sono tutte ragazze giovani (sui 25 – 30 anni) impegnate nel sociale. Ne ho ricavato una buona impressione e lavorano con serietá. La vera artista del gruppo é Carina, che fino a poco tempo fa apparteneva alla congregazione delle suore e adesso é uscita e continua a studiare arte. La sua casa e anche la casa delle suore era piena di suoi quadri e composizioni. Anche la cappellina che hanno in casa portava la sua impronta. Una vera artista.
Verso le 16 ci siamo lasciati e assieme a suor Norma sono tornato a Bairro Latino prendendo due autobus. Dopo un breve “descanso”(riposo) verso le 20 siamo usciti per partecipare alla processione religiosa del quartiere Villa Libertador perché era la vigilia del 1 maggio ed era festa parrocchiale. Processione con non molta gente, canti vari e durante il corteo classico sparo di fuochi d’artificio con il mortaio (un tubo di ferro chiusa ad una estremitá), delle autentiche cannonate. Altra cosa simpatica é che durante la processione abbiamo visto alcuni fili elettrici (in questi quartieri i fili hanno un intreccio pauroso) prendere fuoco. Come una fiamma che correva sui cavi, una bella cornice. La processione é terminata davanti alla scuola con canti vari e l’appuntamento al giorno seguente per il pranzo parrocchiale. I canti hanno i suoni tipici dell’America del sud e sono molto belli.
Ritorno a casa, cena (sempre tardi) e preghiera poi a letto.

Canto della notte:
“Llevamos tu regalo en vasos de barro,
porque nada temos
estamos esperando tus manos nos agarren
para seguir andando

“Portiamo il tuo dono in vasi di argilla
perché non abbiamo niente
speriamo che le tue mani ci afferrino
per poter andare avanti”

1 maggio 2004 Villa Libertador , “Progetto Cumelén”

Verso le 10 siamo andati nel quartiere dove vivono delle famiglie legate al progetto delle adozioni a distanza e dove si svolge il progetto di Carina. A causa dei furti adesso il progetto si svolge in casa di una coppia che ha messo a disposizione una stanza. Abbiamo incontrato Carina e Silvina con un gruppo di 15 ragazzi/e che stavano discutendo sulla identitá e stavano scegliendo il nome del gruppo. Quelli che noi chiamiamo laboratori qui si chiamano Taller ( si pronuncia Taglier) e quello era il Taller di arte plastica. Arte plastica concretamente significa pittura, ceramica e altro. Il nome scelto dopo una discussione ampia e votazione democratica é stato “scatoletta di colori” . Io mi sono presentato e loro erano interessati a sentire che parlavo brasiliano. Erano tutti di etá dai 10 ai 13 anni quindi vispissimi e simpatici. Dopo mezzogiorno abbiamo salutato i ragazzi che mi hanno subito chiesto se il sabato successivo ritornavo, ho detto che tra alcuni mesi li verró a trovare di nuovo. Basta poco per far felici questi bambini che per la prima volta probabilmente parlavano con un Brasiliano (fasullo). Verso mezzogiorno e mezzo assieme al padrone di casa, padre anche di due bambini del gruppo, siamo andati a comprare “logró” che é il piatto tipico del primo di maggio. Dopo lunga ricerca, perché era tardi, lo abbiamo trovato in una casa dove stavano pesando ad una bilancia di quelle che si appendono al soffitto i galli da combattimento. Era la prima volta che li vedevo. Ogni uomo portava sotto braccio il suo gallo tutto spennacchiato sulle coscie e i galli sembravano calmi. In un lato del capannone ho visto una specie di piccola arena dove si svolgeva il combattimento. Si sa che é un gioco illegale, ma come sapete l’illegalitá é la dimensione principale della vita nei paesi in via di sviluppo. Dopo aver comprato il cibo siamo andati via, ma sono rimasto con la curiositá sui galli. (Poi Leandro, quando sono tornato a Rio, mi ha raccontato che suo nonno era un allevatore di galli da combattimento e che disegnavano un cerchio per terra, poi strofinavano i colli dei due galli e poi li buttavano nel cerchio. Chi scappava fuori dal cerchio aveva perso. Il nonno viveva con questo lavoro).
Il logro é un cibo come la nostra polenta molto liquida e con dentro carne di maiale (ho trovato pezzi di grasso, di budella e altro, insomma gli scarti del maiale) e carne di vacca e legumi tipo fava. Il gusto non era niente male e ne ho mangiato due piatti, anche perché non c’era altro.

Verso le 15 é arrivato il gruppetto dei piú piccoli (7 – 9 anni) dove si inziava un lavoro sui colori; quel giono c’era lo studio del verde con passeggiata per raccogliere tutti i tipi di verde.
Il progetto si chiama “Cumelén”che in lingua Mapuche significa luogo dove si sta bene. Carina, Norma e le altre hanno iniziato questo progetto per poter aiutare alcuni bambini ad uscire dalla strada, e poter fare delle attivitá creative, con tutta la riflessione che ne segue di educazione alla cittadinanza, si direbbe in Brasile. Sono tre laboratori. Gruppo di arte plastica (due gruppi al sabato) e quello di teatro (al mercoledí pomeriggio). Le attivitá sono semplici, ma offrono una grande possibilitá per i bambini. Le domande di partecipare sono maggiori dei posti disponibili e per ora non si puó fare di piú. Non manca l’attivitá con i genitori dei bambini che sono accompagnati una volta al mese da suor Norma.
Verso le 16 io e suor Norma li abbiamo salutati e siamo andati a far visita alle famiglie che hanno i bambini adottati a distanza. La cosa che subito ho percepito, giá ad Avellaneda, che quando ci si saluta ci si bacia una volta sola sulla guancia destra. Io che ho l’abitudine di baciare sui due lati mi sono trovato in imbarazzo, ma poi sono stato attento. La stessa cosa é a San Paulo dove invece ci si da solo un bacio sulla guancia sinistra.
Le case del quartiere sono tutte ad un piano con il tetto piatto e cisterna di acqua in cima. A Rio, nelle favelas, tutti quando costruiscono in muratura per sfruttare lo spazio fanno normalmente un secondo piano. Qui il problema di spazio non c’é. Famiglie numerose (6-7-9 figli) con bambini scalzi e sporchi, ma sempre accoglienti e semplici. Anche qui i figli sono la vera ricchezza.
Abbiamo anche visitato una famiglia di “Cartoneiro”, il nome dato ai raccoglitori di cartoni, lavoro diffuso tra i poveri specie a Buenos Aires ma ora esteso a tutta l’Argentina. La donna ci raccontava che il marito riesce a raccogliere anche 50 pesos al giorno, ma dai quali deve toglierne 15-20 per la benzina del furgoncino sgangherato. Adesso che siamo in autunno esce meno la notte perché é freddo e perché trova meno materiale. Il marito, che stava dormendo, era un elettricista specializzato e studiava diritto all’Universitá. La crisi lo ha costretto a fare il cartoneiro. La casa era squallida, ma ci vivevano perché il padrone vive altrove e non gli fa pagare l’affitto: preferisce che qualcuno comunque ci abiti perché, se la lasciasse vuota, prima o poi verrebbe occupata. La donna mi diceva anche che chi é disoccupato riceve la “borsa famiglia”, 150 pesos al mese (meno di 50 euro) che devono ricambiare con 4 ore di lavoro sociale, ma il lavoro sociale non c’é per tutti vista la quantitá di disoccupati e allora deve pagare qualcuno per avere degli attestati falsi. La vita dei cartoneiro non é organizzata, credo che ci siano delle iniziative a Buenos Aires, ma a Cordoba niente. Il quartiere é molto grande e ci abitano circa 50 mila abitanti e tutti lo chiamano “la zona rossa”, per la violenza.
Anche questo Barrio é organizzato a quadre, alcune asfaltate, ma molto molto sporche.
Visitando varie famiglie siamo arrivati alla fine del quartiere e dopo le case la pianura, una distesa infinita di soia giá in ritardo per essere mietuta. L’Argentina è grande 2.780.100 km2 e l’Italia 300, significa che é 9,2 volte e gli abitanti sono solo 35 milioni e per una grande parte figli di Italiani.

Verso le 19 é diventato scuro e abbiamo preso un autobus, che dire sgangherato é poco, e siamo tornati a casa. Ho preparato la pizza e abbiamo mangiato verso le 23 e 30 poi preghiera (dove ho preso sonno) e le suore mi hanno fatto un regaletto (che cosa, se non un vasetto di argilla?).

Ho saputo poi che il primo maggio a San Paulo c’é stata una manifestazione di piú di due milioni di lavoratori, la piú grande al mondo, dove alla domanda “siete contenti di Lula?”, tutti i lavoratori hanno risposto: “NO”.

Domenica 2 maggio 2004 a Cordoba

Alla mattina, fatte le mie cose, siamo andati a vedere una delle suore che faceva una recita per la giornata mondiale delle vocazioni. La cosa mi ha alquanto sconcertato, ci sono certi ordini religiosi che hanno degli abiti inusuali. Per fortuna le nostre suore sono vestite normali, almeno quello.
I volti delle persone sono un misto tra l’europeo cioé italiano e spagnolo e l’incrocio con i volti degli indios (che loro chiamano aborigeni). La periferia ha maggiormente i tratti indios, pelle brunata, capelli lisci e neri, per persone basse e tondine. Come in Brasile dove respiri la cultura degli schiavi e di tutte le attivitá che cercano di riscattare la cultura africana, anche qui in Argentina si parla della cultura aborigena. Suor Betti, la piú india di tutte, mi ricordava che in tutta l’America latina si stima che siano stati uccisi 56 milioni di Indios. Facendomi ascoltare delle canzoni scritte dai gesuiti per ricordare questo eccidio si parlava di un episodio storicamente accaduto. La canzone narrava di un incontro tra indios e conquistatori dove i sacerdoti hanno presentato loro la Bibbia dicendo: “questo é il libro dove il nostro Dio parla”. Il capo indios ha preso il libro, se lo é portato all’orecchio e dopo aver ascoltato, gettando via il libro ha detto: “io non sento niente”. Quella tribú fu massacrata.
La nostra fede parla di sangue in questo lato del mondo, di molto sangue. Le descrizioni delle torture e dei massacri sono testimoniate in varie parti.

Arrancaron nuestros frutos
Cortaron nuestras ramas
Quemaron nuestros troncos
Pero nunca jamás
Podran matar nuestras raíses
(Frase della coscienza degli indios)

Hanno strappato i nostri frutti
hanno tagliato i nostri rami
hanno bruciato i nostri tronchi
peró mai
potranno uccidere le nostre radici

A mezzogiorno siamo andati a mangiare di nuovo in casa di Carina dove lei mi ha anche consegnato il testo del progetto. Nella sua casa ho trovato alla parete il brano Utopia di Eduardo Galeano.

Sono tornato a salutare le suore, dove Norma mi ha consegnato un piccolo progetto di alfabetizzazione degli adulti in un quartiere povero della zona di Buonos Aires. Lo tradurró e poi vedró se trovo qualcuno che puó dare una mano economicamente..
Alle 17 ho preso i bagagli e poi in taxi mi sono recato alla rodoviaria che in Argentina si chiama Terminal, e alle 18, 30 ho preso l’autobus per Posadas, 12 ore di viaggio, mille km, autobus superlusso, ho dormito come un ghiro, non ho visto niente dal finestrino, ma alla televisone ho visto il film bellissimo (in spagnolo) di cui non conosco il titolo, ma che parla di una storia vera negli Stati Uniti dove un anziano prima di morire vuole incontrare suo fratello e fare pace dopo 20 anni che non si vedevano. E non avendo mezzi e neanche la patente ha preso il suo trattorino tosaerba e ha percorso 3-400 km. La storia di questo viaggio é molto bella e il regista è il grande David Linch.

3 maggio Lunedí . Posadas provincia di Missiones. Jardim de los Niños

Perché fermarmi a Posadas? Volevo fare il viaggio di ritorno passando per la cittá delle cascate di Iguaçú (Foz de Iguaçú) e vedere se era piú corta e piú facile. L’andata era stata per Florianopoli e Porto Alegre e poi non volevo fare una tirata di quasi due giorni per San Paulo, in più avevo un indirizzo di una associazione, infine volevo vedere lo scenario della zona di confine tra Paraguay, Argentina e Brasile. Per tutti questi motivi sono andato alla cieca, manco sapevo se trovavo l’associazione. In alternativa mi facevo bel un giro, ormai non ho paura di viaggiare e neanche delle incognite.
Sono arrivato alle 8,30 e con l’indirizzo in mano “Jardim de los Niños” e come sempre con un taxi ho trovato la sede dell’associazione. Sono rimasto esterefatto perché era una casa normale, secondo i miei canoni non poteva essere la sede di una associazione. Una donna mi ha fatto entrare e ha chiamato un uomo sui 65-70 anni che si é presentato come Emilio Marchi. Anch’io mi sono presentato e lui parlava perfettamente l’italiano e mi disse che é figlio di Italiani di Santa Eufemia di Borgoricco (PD) e che ha iniziato l’associazione nel 1986, ha continuato dicendo che quella era la sua casa e dopo un paio di telefonate ha fatto arrivare un taxi che mi ha portato alla sede dell’associazione, che si trova nel Bairro San Jorge, dove mi aspettava suo nipote e mi avrebbe fatto vedere il centro professionale.
Salutato e ringraziato sono andato in questo quartiere alla periferia di Posadas. Li incontro Enrico Bertocco.Con Enrico mi sento in casa e parlo dialetto e allora lui comincia a mostrarmi il centro professionale, i prodotti che loro adesso producono, la falegnameria (sedie, banchi, mobili) l’officina (la struttura in ferro dei banchi, attaccapanni, strutture varie, perfino dei forni per fare il pane). Gli domando come é arrivato qui e lui mi risponde che due anni fa ha deciso di dare una mano a suo zio e adesso si é sposato con una delle assistenti sociali e gli é appena nato un bambino. Lui é il responsabile del centro professionale. Poi mi porta a vedere un panificio comunitario che l’associazione ha impiantato in vari quartieri e adesso stanno fondando in paesi della zona. Panifici che vendono il pane ad un prezzo molto basso e coinvolgono varie persone. Gli operai sono persone che devono fare le 4 ore per ricevere i soldi dallo Stato ma danno anche un incentivo cosí non vanno a fare lavoretti occasionali garantendo la continuitá della produzione.
Poi chiedo come é nata l’associazione e qui inizia la storia.
Emilio Marchi figlio di Italiani nasce a Buenos Aires ed é un giovane intelligente, subito dopo la laurea si mette a costruire trasformatori elettrici e in poco tempo gestisce una serie di fabbriche. Salita al potere la dittatura lo arrestano perché nella sua fabbrica lavoravano dei comunisti e lui ne era amico; é stato torturato e poi si é fatto due anni di carcere. Quindi é stato estradato in Italia. Ë stato dieci anni a Padova e nel 1985-6 ha fatto un viaggio turistico con amici per vedere le cascate e poi é passato in Argentina nella regione di Missiones e qui ha visto l’estrema povertá e ha deciso di fermarsi. Da allora, cominciando a lavorare nel quartiere di Posadas dove si trovava la discarica, ha cominciato a istituire dei centri di accoglienza per i bambini di strada e sempre con gli amici della zona di Padova ha sviluppato asili per le mamme che andavano a lavorare, il centro professionale, un centro per la salute, un progetto di costruzione delle case con la sostituzione delle baracche, corsi di alfabetizzazione, dei centri per anziani e un centro di accolgienza per giovani gravide. Per la provincia di Missiones questa associazione é un punto di riferimento, tanto da dare incarichi e progetti.
In sintesi questa è la sua storia raccolta mentre mi illustravano le loro strutture.
Mezzogiorno é arrivato presto e Enrico mi ha accompagnato alla casa delle ragazze madri e li ho trovato una zona predisposta per l’accoglienza dei volontari e di quelli che fanno turismo responsabile: una grande sala, cucina, e 3 stanze per un totale di 6-8 persone.
Verso l’una sono andato a mangiare con queste cinque ragazze che mangiavano e allattavano, in questa casa semplice che ha una mamma sociale per responsabile.
Dopo pranzo ho fatto anche da baby sitter mentre la mamma lavava i piatti. Inizialmente mi sono anche offerto per lavare i piatti ma poi ho capito che non sapevo dove mettere le mani e allora ho coccolato il bambino.

Verso le due sono andato alla rodoviaria a comprare il biglietto e verso le quattro sono tornato al centro sociale. Mi hanno accompagnato al centro sociale degli anziani dove non solo ci sono anziani che vanno li durante il giorno, ma ci vivono anche 7 vecchietti che non hanno piú casa e hanno una stanzetta tutta per loro. Qualcuno sapeva parlare il brasiliano e una donna era del Pernambuco, nord del Brasile. Con loro mi sono divertito e poi verso le 17,30 sono tornato al centro e mi sono fatto accompagnare alla casa delle ragazze che si trova nel quartiere vicino. Stava piovendo ma c’erano comunque dei ragazzi scalzi e senza maglietta che giocavano. In questa regione non é molto caldo. Il mio commento é stato: ecco l’anima degli indios.
Poi alla sera, dopo la cena, sempre con le ragazze madri, Enrico ha continuato a raccontare la storia di quella terra che si chiama Missiones proprio perché i Gesuiti ci avevano fondato le loro missioni, una zona franca dove gli indios vivevano protetti dalla schiavitú dei conquistatori e che poi, con la soppressione dei gesuiti, sono state divise tra Argentina, Brasile e Paraguay e adesso quelle terre sono spartite tra grandi imprese multinazionali che producono legname. Poi avevo visto arrivando a Posadas una cittá, tutte di casette nuove con le strade di terra battuta e l’illuminazione e lui mi ha spiegato che quella cittá di 2-3 mila persone é fatta di gente che é stata spostata dalla loro cittá di origine per la costruzione di una diga. Mi domando, ma quella gente cosa fará, in un paese-dormitorio, come potrá ricostruire un sistema di vita se non c’é niente? La provincia di Missiones che ho visto alla mattina é una distesa verde di alberi e di coltivazioni di mate dove risalta il colore rosso fuoco della terra. Una terra che quando piove la porti dappertutto e quando é secco diventa una polvere finissima che lascia una velo rosso sopra ogni cosa. La terra rossa é quello che mi rimane piú impresso. Quel rosso cosí intenso, che non é lo stesso del Brasile. Enrico mi ricordava anche il loro impegno a favore degli indios e del loro aiuto nell’accompagnare una tribú di indios a ritornare nella terra che lo Stato gli aveva riconosciuto e che era stata occupata illegalmente dal sindaco del paese. Li hanno aiutati a resistere a tutte le minaccie dei fazendeiros che erano arrivati a bruciare le capanne che loro si erano costruiti.

Alla mattina il signor Emilio é venuto alle 7,30 a salutarmi e a dirmi che se c’é qualcuno che vuole passare da quelle parti é benvenuto e che se sono interessato a un lavoro con il panificio lui mi prepara le macchine. Poi Enrico mi ha accompagnato col classico furgone Wolksvagen a prendere l’autobus.
Per strada gli ho chiesto come ha fatto Emilio, che é cosí calmo, a costruire una grande struttura come quella e a gestirla. Enrico mi ha risposto che Emilio é un uomo calmo ma tenace, non molla.
Ho preso l’autobus alle ore 8,30 e anche se sono rimasto poco ed Enrico non aveva molto tempo per restare con me e mostrarmi tutto, mi sono fatto una idea e se qualcuno passa di qua questo é un posto dove fermarsi
Lascio l’indirizzo.
Jardin de los Niños
Yerbal 1246, Posadas, Missiones, Argentina
Tel ( 0054) 3752 421976 casa di Emilio
Centro San Jorge 03752 459970
Centro San Francisco casa delle ragazze 03752 481024

Hanno anche una associazione italiana che é la loro corrispondente
Il sito é www.jardin.it e ha sede a Dolo (Ve)