31 Dicembre

Il fresco della notte tropicale filtra attraverso le imposte semichiuse fino ai miei piedi che pigramente non copro col lenzuolo. La brezza e il sonno si conciliano facilmente per chi come me arriva a una certa ora sprofondato nella stanchezza. So che dormo, lo riconosco dal peso delle gambe, insostenibile peso, e dal camion della nettezza urbana, puntuale alle due di notte per non intralciare il traffico. Dormo, so che dormo perché sogno. Sogno di dormire in una notte di sogno, una notte tropicale come questa; dormo così rilassato, così tranquillo che posso perfino sognare, nel sogno tuffato in un sogno.
Una odorosa ammucchiata di varia umanità, io nella moltitudine in braghette e canottiera, tutti atleti o presunti tali. Si attende lo stridente annuncio della sirena, è il via, il segnale, si parte. Ventimila persone, ventimila canottiere, ventimila braghette. Quarantamila gambe in marcia in un trotto che per ora non passa di un affannato vergognoso e grottesco conato collettivo – ma siamo appena ai primi metri, abbiate pazienza – ventimila aspiranti atleti. Tra ali di gente in un festoso pigia pigia, eccoci sudati e felici di correre liberi come un gregge di pecoroni verso la tosa o un branco di mucche al macello, tra le transenne di un percorso uguale a se stesso da ormai ottant’anni, il 31 Dicembre la corsa per le vie è assestata tradizione. La folla, caterva di corpi ammassati, ci guarda passare impavidi, c’è la TV, che bello c’è la TV, gli elicotteri per le riprese aeree e i grattacieli rilucenti dell’Avenida Paulista. Leggo gigantesche insegne Citibank, BankBoston, Sudameris, Credito Italiano, BNL, sì, c’è pure lei. Tutti i più grandi creditori del Paese guardano me, povero e lillipuziano me, con mille cristallo-finestre occhiute a cento metri di altezza, ieratici come Dei di un Olimpo crudele che mi aspetta al varco, impassibili giudici, mi guardano, io pecorone in braghette in gloriosa e incresciosa sfilata. Anch’io di corsa, per non marcire, per spaventare i quarant’anni suonati da un pezzo, il flaccidume generale e la calvizie inesorabile, attraverserò la città e farò i 15 km obbligatori per portarmi a casa la medaglia, souvenir di lacrime e sangue, sudore e fatica. Corri corri, pecorone bovino, corri anche tu, io atleta, Mennea, Mohamed Alì, Bonisegna, un po’ Pelè un po’ Vanderlei Cordeiro da Silva. La città mi ama, la folla è ai miei piedi che continuano scoperti nel fresco tepore della magnifica notte tropicale senza luna. Il mio letto si fa conchiglia, mollusco io adagiato e sudato, lenzuolo che scopre i piedi. La città e la folla mi amano e mi applaudono come tanti cinesi al congresso del partito, viva me, viva io che vincerò, che farò gli ultimi due chilometri di salita come se fossero bruscolini, come Vanderlei. Viva me, sogghignano gli specchi-cristallo finestre dei più grandi creditori, usurai del mio Paese. Ridono. Fanno i conti e sanno che gli dobbiamo 200 miliardi di dollari. Ridono. Il letto è piccolo, la città è grande. Io nel mio letto-città e nella città-mio letto, imbocco l’Avenida Consolação che per l’occasione si presenta coi muri dell’importante cimitero dipinti di azzurro con nuvolette. Beati i morti che hanno una bella casa. O sarà un avviso per tranquillizzare i vivi? boni, state boni, pecoroni, “…infinita è la Sua misericordia…” andrete tutti in cielo. Piazza della Repubblica, e l’osanna popolare continua. Sono nel pieno delle mie forze, gli immensi alberi e il cemento onnipresente creano l’atmosfera giusta, il classico cliché dell’asfalto che tenta di strangolare la natura che a sua volta resiste bravamente. La selva urbana. Letto mio, non ti sapevo così grande; piedi miei, buffo capolino fuori dalle coltri, inutile appendice del mio corpo addormentato. Non più banche e grandi alberi ora, ma grandi vie di traffico a scorrimento veloce oggi invase da ventimila invasati e da me, Paolo-Vanderlei. La vitalità popolare ha chiamato la sopraelevata con un nome che più bello non si può, “minhocão”, vermone: un immenso e sinuoso lombrico di tre chilometri divide il centro in due: il sotto e il sopra. Sopra, il cielo, le finestre, i palazzi che non ne vedi la fine. Sotto…, be’ sotto è il “sub”. Sotto è sub. Sub umano è l’uomo che dorme nell’intercapedine tra il muro e il pilone del minhocão; sub umana è la famiglia che ha costruito la sua casa sotto i miei piedi corridori, vivendo di asfalto ed elemosina. Sub umano è il volto della miseria della mia gente che non viene neanche ad applaudirmi come le grandi banche che sponsorizzano la giornata o le folle di Piazza della Repubblica. Non viene perché non ha la forza di salire fino a qui, quassù non è il suo posto: sub terraneo, sub umano posto sotto di me, là è la mia gente. Io sul minhocão ci passo tutti i giorni, in macchina, gli autobus strapieni che vomitano carne da cannone dalla periferia al centro e viceversa a seconda dell’orario, sotto, sub-passano molto al di sotto del livello di una vita decente, tra fumi di camion allagamenti costanti, crolli di calcinacci mal conservati del soffitto del minhocão; sub, sotto. Le finestre dei primi piani a livello scappamento, ingoiano lo smog di tutti i giorni, oggi il rumore dei miei passi. Sette chilometri. Siamo a metà, gli ultimi due nel deserto della sopraelevata sono lontani, adesso sembra che qualcuno sia tornato a guardarmi al di là delle transenne. Gente un po’ strana, devo dire, ma fa piacere lo stesso, ho male ai piedi, alle gambe, al fegato, allo stomaco, alle ginocchia, a tutto, siamo a metà ed ho male a tutto, altro che atleta. L’intorno è peggio di come me lo ricordavo. Dal settimo chilometro sono entrato nella zona dei cortiços, le abitazioni colletive, le favelas verticali, i palazzi invasi e trasformati in antri, in grotte, in tuguri senza pareti e senza igiene. Bambini scalzi ai lati della strada si accorgono dei mali del mio corpo e cominciano a sfottermi, mi chiamano rammollito, signorina, e via dicendo. Travestiti, prostitute, mendicanti, ecco il pubblico. In pochi chilometri, vedo gli osanna trasformarsi in insulti, anche e soprattutto per me, stanco e dolorante. Pochi chilometri, due mondi. Un gruppetto di indigenti, al mio passaggio neanche si alza: stravaccati, continuano a fumare crack. Crackolandia, lo chiamano così questo quartiere, Boca do lixo, bocca d’immondizia.
Una pedata sveglia mia moglie che senza chiamarmi si alza per coprimi i piedi. Due minuti e me li riscopro di nuovo.
Io nella Boca do Lixo tra puttane e travestiti, tra meninos de rua e mendicanti ubriachi, ricordo le banche che mi sponsorizzano e i duecento miliardi di dollari di debito che mi ritrovo. A meno che non saldi quanto prima il mio debito impagabile, il paesaggio circostante continuerà esattamente uguale, anzi, sprofonderà sempre di più fino al livello più basso, fino all’ultimo gradino della catena alimentare di una società occupata a farsi maciullare e a divorare se stessa perché la via d’uscita sarà così lontana da avere ucciso la speranza per sempre. Nessuno con me, solo, nudo. Ho attraversato la città, sono alla fine e neanche l’ombra dei ventimila pecoroni atleti in braghette. Sono rimasto solo. Il Teatro Municipal alla mia destra, sepolcro imbiancato di una cultura che da secoli cerca di importare il modello estetico e il canone del “bello” dall’estero, rifiutandosi di aprire gli occhi e le orecchie per vedere e ascoltare l’immensa creatività della nostra gente; la cattedrale in fondo alla strada, sepolcro imbiancato di una chiesa che ha svilito la sua fede per legarsi a filo doppio ai giochi di potere e che da troppo tempo ha dimenticato la sofferenza del suo popolo; la sede del Comune dietro l’angolo, sepolcro imbiancato di una politica senza scrupoli che ha venduto il mio Paese alle banche col nome stampato sulla mia canottiera sudata, e che dietro a quell’atteggiamento ieratico della Avenida Paulista, nascondono i denti e la bava di un mostro che dilania la mia terra. Mancano due chilometri al traguardo, da farsi in salita per ritornare nella strada da cui siamo partiti. Traguardo e partenza nella stessa strada, questa strada che è stata eletta simbolo della città, sì, proprio questa strada, simbolo della mia città: non una piazza, un monumento storico ma una strada di banche bavose. Ho corso come un pazzo, contorcendomi dal male, ho volato come una tartaruga sconfitta dal peso del suo guscio. Entro nell’Avenida famosa e tutti i travestiti, tutte le puttane, i bambini di strada, i mendicanti, tutti a deridermi e buttarmi pomodori in faccia. Sono l’ultimo e nessuno applaude l’ultimo. Meno ancora nell’Avenida Paulista. Gli ultimi qui non saranno mai i primi. Gli stessi ultimi, la scoria defecata dalle banche-bava, i meninos de rua, non vogliono saperne degli ultimi, anzi, con questi se la prendono a morte perché non vogliono identificarsi, si rifiutano di vedermi come vengono visti e come si sentono trattati loro, morto vivo a trascinarmi per le vie del centro a strisciare ai piedi del teatro – tumulo della cultura -, della cattedrale – tumulo della fede -, e del palazzo comunale – tumulo della politica-, arrivare davanti alle banche con la lingua fuori e chiedere acqua e riposo. Non ne vogliono sapere e mi sputano addosso.
Il fresco ai piedi della notte tropicale si trasforma in sudore insopportabile, in sogno insostenibile. Mi sveglio e sono ancora preda e vittima di me stesso catturato nel sogno che sognavo. Babbo, babbo, mi scuote mia figlia, alzati babbo, ti devi preparare, babbo, oggi c’è la corsa. È vero. Oggi c’è la corsa è il 31 dicembre. Mi alleno da un anno e devo andare, vorrei dormire ancora, non posso deludere mia figlia, non posso mancare all’appuntamento con la folla che mi adora e mi aspetta alla Avenida Paulista. Eccomi dunque in braghette tra ventimila canottiere sotto gli occhi di cristallo delle grandi banche. Suona la sirena. Parto.
Ho sognato che dormivo e mentre dormivo sognavo che correvo per le strade di una città che, sembra impossibile, sembra un sogno, è uguale, identica a quella che adesso mi guarda correre.