Abu Ghraib

Il male si riproduce quando restiamo zitti, ciechi, immobili a guardare le esecuzioni sommarie nelle carceri, la pena di morte dal grilletto facile della polizia, la complicità criminale con quello che sappiamo che succederà. Tutto è normale, tutti sono normali dentro di un’unica normalità: la schizofrenia sociale ed etica assoluta. (Luis Mir).

Alle parole di questo grande studioso brasiliano, vorrei essere capace di aggiungerne di mie. Non ne trovo. Me ne viene in mente solo una, già detta e scritta mille volte: il male è indicibile. Per questo anche se frugo e rifrugo, in me non incontro più risorse, mi sento vuoto con un generale senso di nausea. A tornare a casa mi sono perfino fermato dietro a un albero a vomitare. Vorrei riuscire a far mie quelle frasi pronunciate alla ultima festa di Macondo: “davanti a certe situazioni, io no, non perdo neanche un po’ della mia umanità, perchè ho il dovere di averne ancora di più per avere la forza di rincontrare l’umanità perduta di questi bambini”…ma a volte, oggi per esempio, lo scoramento è più forte.
Ne ho contati quindici. Il più vecchio, se li ha, avrà vent’anni, il più giovane, sette. Erano lì davanti a me, uno di fianco all’altro, sdraiati per terra a pancia in giù e le braccia aperte. Aperte in croce. La pattuglia esigua, tre soldati. Siamo in pieno centro a due passi dal terminale degli autobus, molta gente in strada, è l’ora di punta. Arrivo all’appuntamento un po’ in ritardo, vedo la mia collega, la “Tia”, seduta sul muretto con tre bambini intorno. Sorride come sempre, sta raccontando una storia. Alla sua destra due ragazzini colorano un disegno, altri due giocano a dama. Nascondono nelle maniche il maledetto sacchetto di colla, si sono autoimposti la regola di non sniffare in nostra presenza. La “Tia” accennna con gli occhi senza smettere di sorridere, guarda verso sinistra un paio di volte come ad indicarmi di fare attenzione. Finalmente mi accorgo dei tre soldati della polizia militare ad armi spianate e della fila dei ragazzi sdraiati. Vengono perquisiti uno ad uno. Mi qualifico, mi presento, voglio garantirne l’incolumità fisica, che per lo meno non li picchino né li portino via. In quel momento capisco di essere la loro unica garanzia di sopravvivenza. Il responsabile-capo, si rivolge a me in modo gentile, calmo, educato. Gira il viso verso gli accusati, sbraita, urla, offende, minaccia, grida come un pazzo. I tre soldati hanno il dito sul grilletto, come nelle parole di Luis Mir, mentre uno perquisisce, l’altro appoggia la pistola alla testa del malcapitato di turno, il responsabile-capo continua a parlarmi schizofrenicamente tranquillo o schizofrenicamente nervoso a seconda di dove giri lo sguardo. La “Tia” sorridente tiene i suoi bambini sempre più vicino a sè, si vede che la storia che racconta è interessantissima. Il responsabile-capo dice che in questa zona ci sono molti trafficanti. Rispondo che ha ragione e che questi ragazzi crocefissi per terra ne sono le prime vittime. Dice che loro, questi ragazzi, rubano i passanti. Rispondo che è anche vero, ma lo fanno perchè obbligati dagli stessi trafficanti… insomma, dico l’ovvio. Non è un discorso tra due persone adulte e mature, questo è un dialogo tra pazzi, tra due imbecilli, uno che si crede Napoleone e l’altro che vuole convincerlo che non è vero. Dico l’ovvio, travolto anch’io dal gioco demente capisco definitivamente che a far questo tipo di lavoro non ne sono capace, vorrei saltargli addosso, io a lui, io addosso a questo pazzoide sadico maniaco che ha messo faccia a terra quindici ragazzi di strada macilenti, lerci, più sporchi che vivi. Non sono capace di far niente, non sono capace di reagire né di pensare ad una eventuale denuncia futura alle “autorità competenti”, continuo, questo sì, il dialgo dei pazzi, facendo finta di niente, facendo finta che sia tutto normale che, alle sette di sera, a due passi dal termial di autobus e dalla stazione del metrò, tre invasati che si credono giustizieri alla Charles Bronson, possano mettere faccia a terra quindici ragazzi di strada, e io, il supremo imbecille, a tentare di convincerli gentilmente che ci sono delle norme, delle regole e delle leggi da rispettare, sissignore, da rispettare anche da chi si sente Napoleone o Charles Bronson. L’ovvio, come se non lo sapesse pure lui, responsabile-capo, o non lo sapessero i suoi superiori che gli permettono di agire così. Ogni tanto si allontana di qualche passo, prende i pochi oggetti trovati nelle tasche del ragazzino di turno: gli si accuccia davanti, ordina di alzare la testa e guardare ciò che ha in mano: un accendino, un porta chiavi. “Guarda qua, figlio di puttana miserabile” e giù con lo stivale a ridurre in poltiglia l’accendino, il porta chiavi. “Adesso corri via e non farti più vedere”. Fa così con tutti. Ciascuno dei ragazzi fermati è obbligato a guardare la fine dei suoi oggetti. Interrompe solo per parlare con me, gentile come sempre, suadente, mellifluo, viscido dalla voce stridula frutto di quell’istinto animale che alimenta il suo desiderio e la sua necessità di rendere questi ragazi in croce vittime di una sua atroce vendetta psicotica contro il mondo. Continuo a sostenere che il suo ruolo è quello di difendere e proteggere non minacciare e maltrattare, che dovrebbe stare lì per toglierli dall’intercapedine del muro del tunnel dove dormono o del tubo di fogna dove si nascondono e portarli alle case di accoglienza. L’ovvio, di nuovo. Si gira di scatto, urla in faccia ad un bambinetto alto un soldo di cacio, sporco, emaciato e senza scarpe “la vedi questa macchinina – il suo collega gliela aveva appena requisita -, la vedi questa maledetta macchinina?…” e giù con lo stivale ancora una volta. Il bambino in lacrime scappa, torna a nascondersi in qualche tombino. Il responsabile-capo mi guarda e sorride. Sorrido anch’io. Lui Napoleone, io Talleyrand, noi, due schizofrenici a vaneggiare in questa Abu Ghraib brasiliana all’aria aperta, davanti alla stazione del metrò in una normalissima serata tra migliaia di passanti, silenzionsi, ciechi, immobili.
Vedendomi parlare a lungo con l’uomo in divisa, uno dei bambinetti, col dito puntato verso di me, in braccio alla “Tia” chiede: “perchè quel tuo amico ci sta denunciando tutti alla polizia?”
Nel tornare a casa, come un ubriaco mi fermo dietro ad un albero e sprofondato nel nulla mi viene da vomitare: l’unica cosa che questa sera sono capace di fare. Basta.