Alcune riflessioni

Nonostante ogni intervento nel sociale ed ogni azione pubblica sia politica, non sono qui per parlare né a favore né contro questa o quest’altra amministrazione della città, ma per riflettere su quanto è accaduto e continua ad accadere, principalmente sul clima, sull’umus culturale che permette che certi fatti avvengano e che li fa apparire come se fossero normali, come se appartenessero all’ordine naturale delle cose. Quello che mi abilita a tanto è la mia pluriennale esperienza di “educadora de rua” (educatrice di strada) in contatto con le realtà più dure vissute dai nostri bambini e dai nostri adolescenti.
Lo smantellamento sistematico delle politiche sociali nel corso di tutti questi anni e soprattutto negli ultimi mesi in favore di una iniziativa privata predatrice e speculativa, viene prepotentemente ad occupare spazi e a modificare quella mentalità, così difficile da essere costruita e coltivata, della convivenza tra cittadini della più diversa estrazione culturale e sociale nel medesimo spazio: la città e il centro, il suo cuore.
Sempre più spesso, autorità politiche e importanti rappresentanti della società civile, hanno parlato di “riqualificazione” del centro: dare una nuova funzione, rivitalizzare, ristrutturare. È a questo punto che cominciano a sorgere grandi equivoci. Si passa a considerare il luogo, non come punto di convivenza tra le persone, ma come fonte di reddito per questa o quella organizzazione commerciale, sia privata che pubblica. Così le persone che in centro ci abitano, ci vivono, o quelle che semplicemente lo frequentano, non sono più considerate come priorità, anzi vengono trasformate in agente passivo o al limite in consumatori. Niente di meglio allora che offrire al consumatore un luogo sempre più simile allo shopping center, asettico, pastorizzato e clean, “per la sua sicurezza e il suo conforto”. Ciò significa che se il centro della città ha bisogno di essere ripulito, c’è qualcosa o qualcuno che lo sporca…
Lo sappiamo, la corda si rompe sempre dalla parte del più debole: la prima grande causa e grande agente di disturbo per l’iniziativa privata che monopolizza gli interessi della regione e del suo potenziale pubblico, il cittadino-consumatore, è stato individuato nel menino de rua, il bambino di strada, inteso come nemico numero uno di questa riqualificazione urbana.
Cominciò così l’operazione pulizia, l’ingenizazzione del centro. Il quartiere chiamato “cracolandia”(luogo di spaccio e consumo di crack ad ogni ora del giorno e della notte), una volta vero inferno urbano, è stato il primo bersaglio di questo intervento. È stata organizzata una rimozione in massa dei bambini che lì si trovavano, (è sempre bene ricordare la loro condizione di vittime e non di agenti del traffico di droga), eseguita con la truculenza di sempre: sirene, vetture, carri blindati, uso di forza e minacce, sia da parte delle forze di polizia che da parte dei commercianti della regione. Le minacce fisiche funzionano sempre. Io che ne ho già sofferto so di cosa sto parlando. I meninos de rua, sono stati trasformati in mero oggetto di contenzioso tra il potere pubblico e le associazioni della società civile (Conseg – Consiglio Municipale di Pubblica Sicurezza-, associazioni commerciali, ecc.), che, finalmente, dopo essersi chiesti per anni interi che cosa farsene, si sono trovati d’accordo sul punto: “rimozione forzata”.
Il trasferimento, non in case di accoglienza del comune (che oltretutto sono in fase di chiusura per la solita mancanza di fondi – per incapacità cronica, dico io), ma, al contrario, in altre zone della città, è riuscito solamente a rimuovere il disturbo della presenza fisica di esseri umani indesiderabili, provocando, ancora una volta, nel resto della popolazione, la sensazione per la quale, liberarsi di loro – non importa il modo, basta liberarsene – è molto meglio.
Sul giornale Folha de São Paulo, gli articoli del 23 aprile della giornalista Fernanda Mena, confermano la mia opinione.

Quest’anno ho deciso di concorrere alle elezioni del Conselho Tutelar (l’organo pubblico per la difesa dell’infanzia) come indipendente, senza essere legata a nessuna organizzazione, né politica, né privata, né religiosa (come del resto faccio da sempre), ma solamente ad alcuni collaboratori e amici fidati: certo, non sono stata eletta, ma ciò nonostante, tutto il processo della campagna elettorale è stato di grande aiuto per capire e comprendere dal di dentro il funzionamento della macchina, dell’apparato; ancora una volta si è confermata l’idea di come sia facile che la mancanza di attenzione e di preparazione dei pubblici poteri contamini l’ambiente, favorisca l’individualismo e la disinformazione. È bene puntualizzare: non mi piacerebbe affatto che le mie parole vengano interpretate come lo sfogo di uno sconfitto, mosse dal risentimento della delusione elettorale, ma che siano ascoltate semplicemente per quello che sono: parole e fatti realmente successi.
Vale la pena citare l’incontro avuto nell’Edificio Italia con i rappresentanti del Rotary: dopo un breve discorso ed averlo concluso con la frase, non mia, ma che ho adottato come slogan: “non voglio togliere i bambini dalla strada, voglio togliere la strada dalla testa dei bambini”, venni sottilmente contestata da alcuni degli astanti, fino a che mi fu detto testualmente: “io non appoggio il tuo lavoro, io li ucciderei tutti avvelenati, queste madri, questi bambini”.
Nella riunione del Conseg della regione centro, alla presenza del vice sindaco Andrea Matarazzo, è stato comunicato con veementi proteste che molte persone rimosse dalla “cracolandia” erano “emigrate”, avevano invaso, altre regioni vicine. L’illustre Matartazzo rispose: “le persone camminano, non possiamo ucciderle”. Ho pensato automaticamente ad un sillogismo prè socratico: le persone camminano ed invadono e noi non possiamo ucciderle… se potessimo ucciderle, allora non invaderebbero più…
Ricordo ai presenti i sette cidadãos de rua, (li chiameremmo semplicemente “barboni”, preferisco chiamarli “cittadini di strada”) assassinati a bastonate un anno fa per le vie della città.
Nelle visite regolari effettuate nelle scuole, ho potuto rendermi conto dell’impreparazione totale dei direttori, dei professori e di tutto il personale, per quanto riguarda la conoscenza dell’ECA. La scuola non adempie alla funzione di proteggere il bambino attraverso il contatto con la famiglia e la società. Ciò determina che gli stessi genitori, partner essenziali nell’educazione, continuino anche loro nella più assoluta ignoranza riguardo all’ECA e alla sua effettiva applicazione. Il bambino, ancora una volta vittima dell’inefficienza del mondo adulto, cade nell’abbandono e nella lotta quotidiana per la sopravvivenza e fatalmente soccombe. La violenza interna ed esterna alle mura scolastiche, non è solamente la violenza del traffico di droga o delle bande giovanili, ma è la violenza dell’omissione, del disinteresse e del divario sociale del quale la scuola è direttamente responsabile. A sua volta, la grande maggioranza dei candidati al Conselho Tutelar, è il riflesso della comunità che li ha generati: sull’orlo dell’indigenza economica, sociale e culturale, hanno visto e continuano a considerare questa funzione come il classico “posto fisso” impiegatizio, la panacea salariale per se stessi e i loro accoliti.

Un’altra questione importantissima è la mancanza di coordinazione tra le centinaia di organizzazioni attive in questo campo: la lotta costante per la gestione di fondi, nomine e potere. Ciò ha causato l’irreversibile frammentazione dell’intervento educativo presso i bambini e gli adolescenti di strada che, una volta di più, vengono spinti dalle persone e dalle stesse organizzazioni che dovrebbero lavorare per il loro riscatto, ad occupare l’ultimo posto, là in fondo alla catena alimentare sulla quale si basa la società.
Il lavoro volontario di queste associazioni, eseguito in modo precario e senza una orientazione pedagogica, molte volte diventa ostacolo alla finalità che si propone, quando, per esempio, crea nei bambini false aspettative riguardo al loro destino. Le ONG (organizzazioni non governative) e le associazioni di volontari che agiscono sul campo con spirito dilettante, pensando che per intervenire nella realtà della strada sia sufficiente solo un po’ d’amore e tanto entusiasmo, perpetuano lo stato di sottomissione di questi piccoli cittadini che continuano ad essere massa di manovra, adesso usati per far bella figura o per favorire la raccolta di donazioni e fondi destinati al loro funzionamento o, peggio ancora, destinati ad un sordido lucro, con l’unico scopo di finanziare, mantenere e così giustificare la loro stessa esistenza: è il grande affare della miseria!
La mancanza di dati ufficiali sui bambini (chi sono, quanti, dono sono le famiglie, ecc. ) produce una discrepanza abissale tra il volontarismo di queste associazioni e l’intervento effettivo.
Il potere pubblico, nelle sue diverse istanze, non dimostra interesse né nella coordinazione tra le associazioni, né nella pratica del lavoro sul campo, ma esclusivamente nell’azione repressiva.
E qui dovremmo parlare della Febem. La sciatteria cronica dei suoi funzionari – potrei citare nome, cognome e funzione di ciascuno di loro, dei suoi dirigenti dei suoi tecnici – ha causato questa agonia ormai installata da anni, le cui immagini agghiaccianti hanno già fatto il giro del mondo.
È emblematico il caso del ragazzo di quindici anni, Johnny: cresciuto per strada da quando aveva cinque anni, sopravvive tra la violenza e la promiscuità di tutti i tipi fino all’arresto e alla reclusione alla Febem.
È bene chiarire che in tutti questi anni, è passato, come molti altri, per varie associazioni, ONG, istituzioni, case di accoglienza, con l’unico risultato di continuare a vivere per la strada alla mercé di tutto e di tutti. Nonostante la pena sia ormai scaduta da più di un anno, senza sapere dove andare, continua ad essere trasferito da una sede all’atra (Tatuapè, Campinas, Franco da Rocha, ecc.). Il giudice responsabile del caso mi chiede di stilare un rapporto completo sulla vita del ragazzo e che suggerisca ufficialmente un trattamento psichiatrico. Mai la Febem si è resa disponibile per riallacciare i tenui, ma esistenti, lacci familiari. Mai la Febem ha offerto alla famiglia un appoggio, un trattamento per favorire il reinserimento del ragazzo nel suo ambiente, mai. E adesso il giudice vuole che io chieda l’intervento psichiatrico affinché il ragazzo venga dichiarato pazzo.
Quindici anni di ECA, Johnny, quindic’anni di età, vittima innocente, continua depositato nella Febem.

La speranza, motore del mio lavoro mi obbliga, mi spinge, nonostante le difficoltà, nonostante gli scandali che affiorano ogni giorno, nonostante gli incapaci e i corrotti che ci circondano continuamente, ad avere fiducia nelle persone, nella mia gente, nel mio Paese.

Edith Moniz