Andiamo

Sala piena oggi, come nelle grandi occasioni. È una riunione di lavoro ma siamo in tanti, c’è gente che non vedevo da mesi, gente in piedi nel corridoio, sono tutti qui. Ho attraversato la città, venti chilometri in un traffico micidiale. È mattina e sono già stanco morto, non riesco a concentrarmi; una riunione di tanta gente per decidere il lavoro di un anno intero: mi si chiudono gli occhi e trattengo a stento lo sbadiglio. Mi vengono a salutare, mi abbracciano, mi fanno molta festa, pacche e abbracci, come stai, come hai passato le vacanze, uno ad uno mi si fanno intorno, mi dimostrano la loro amicizia nel modo più naturale che esiste, un sorriso, una stretta di mano, un bacio. Qualcuno alla lavagna scrive la lista dei vari argomenti da discutere, qualcun altro fa passare il quaderno da firmare come registro di presenza. Idee, programmi, suggerimenti, progetti, motivazioni, risposte, domande, appuntamenti. Con un sonno che dormirei in piedi, stento a fare attenzione, un caffè provvidenziale mi aiuterebbe. Siamo in tanti in questa stanza. È sempre la solita, senza finestre, ma organizzata per ospitare le mille attività del Centro Comunitário e tra queste anche quelle del nostro gruppo. Ho sonno. Cerco di dimostrare impegno e diligenza come un alunno di scuola ma con scarsi risultati, mi controllo per non contorcermi su me stesso non cadere sdraito sulla seggiola, la concentrazione ormai fa acqua da tutte le parti, sono una nave che affonda. Mi devo aggrappare per stare a galla. Guardo i presenti, li osservo uno ad uno, mi ricordo il primo giorno che li ho incontrati, mi ricordo come quando e da chi ciascuno mi è stato presentato. Un pezzo di ciambella nel té serve a Proust per piombare nella memoria e scavare il suo passato, a me basta guardare i volti di chi mi abbraccia e adesso discute animosamente.
“Projeto Mova”… una parola ascoltata dalla mia mente distratta e sonnacchiosa, e il vortice della macchina del tempo mi cattura e mi sbatte con violenza anni addietro. Pochi anni: tanti quanti basterebbero ad un bambino per nascere ed arrivare alla terza elementare: una vita. Mi rivedo otto anni fa in una baracca di legno. Una signora, una delle persone più belle che abbia mai conosciuto, mi invita a conoscere la favela. “Pensiamo a cosa possiamo fare per la mia gente”. Baracche di cartone, montagne di spazzatura, topi morti, cani rognosi, fogna, centinaia di famiglie, bambini giocano nudi, uno in piedi sul tetto della mia macchina fa volare l’aquilone così in alto da non vederlo più. “Projeto Mova”… è il programma municipale di alfabetizzazione per adulti. Leggere e scrivere il proprio nome a cinquanta, sessant’anni. Gli anni e il tempo fanno un tutt’uno con me stesso, il mio sonno e i miei amici presenti in questa sala.
Ascolto di sfuggita “Atende”… e mi rivedo alla stazione del metrò in pieno centro con una mamma e il figlioletto in braccio, mi aspettavano da un po’, il solito traffico. Dobbiamo andare fino alla sede dell’SP-Trans, l’azienda municipale dei trasporti, per iscrivere la figlia, rimasta a casa, nel servizio di autobus speciale per i disabili. L’autobus adattato per la seggiola a rotelle. Abbiamo scoperto che i portatori di handicap hanno diritto al trasporto, gratis. Hanno diritto anche alla fisioterapia, gratis, ed anche ad andare scuola, hanno diritto, adesso lo sappiamo. “Atende”… quella bambina ormai è una giovane donna, che ora legge, scrive e fa la fisioterapia due volte a settimana. Ho sonno. Le parole si succedono e si confondono.
“Campanha de Vacinação”… ed io tra le quattro assi di legno di una casa fatiscente con un bambino in braccio che piange. Sì è fratturato la caviglia. Mi ha chiamato la madre, mentre ero in riunione, entra trafelata, vieni, presto, mio figlio è caduto. Faccio un paio di domande. Il piccolo che piange non ha mai ricevuto nessun vaccino. Qualche giorno dopo lo vado a trovare, il piedino ingessato e il libretto di controllo del vaccino in mano. “Campanha di vacinação”… anche quest’anno l’unità sanitaria locale ci ha nominato “ponto di referência”, punto di riferimento per tutto il quartiere, praticamente un posto avanzato dove, nel giorno fissato, tutti i bambini iscritti potranno vaccinarsi. Ormai dormo, sogno, semisdraito sulla seggiola cerco di darmi un tono, faccio finta di niente, mi metto a scarabocchiare un foglio. Caldo insopportabile, ma non come quel giorno in cui vestito da babbo natale, in piena estate, con barba e pancia posticcia entravo nella nostra sala di cinque metri per quattro tra applausi di decine di bambini. O come quando portavamo in braccio un ragazzino paralitico la cui seggiola a rotelle non passava nel vicolo troppo stretto. Caldo, sudato, vestito da babbo natale, sudato in piena riunione, sudato di nervosismo e tensione davanti ai tre capoccia del traffico: lo spaccio di droga. Capoccia dei miei coglioni, tre ragazzotti che giocano a fare i duri, baffetti e camicia aperta, petto peloso e collana d’oro, occhiali da sole anche di notte o come adesso, nel buio della stanza. Riunione coi capoccia per definire la nostra posizione: non vogliamo essere disturbati. Passano i mesi: uno dei tre scompare, un’altro avrà bisogno di me, si è rotto il femore in mille pezzi cadendo dalla moto, da lì in poi mi tratterà col rispetto degno di don Corleone; quello con gli occhiali da sole, morirà assassinato.
Caldo e sonno: mistura micidiale che confonde i ricordi nel tempo e con essi persone e situazioni . No, non è vero, tutti chiarissimi, nitidi, i ricordi, così come ogni persona, ogni volto, ogni gamba ulcerosa, ogni sorriso di bambino visto in questi anni. “… cosa possiamo fare per la mia gente”… la mia, la nostra gente. Sogno un caffè che mi svegli. “Ecco, questo è il risultato dell’esame del sangue”… con una mano tengo il foglio, con l’altra finisco di bere il caffè, caffè lungo, lunghissimo, dolce, troppo: un proverbio popolare dice che di amaro è già sufficiente la vita e allora vai con lo zucchero nel caffè. È dolce e acquoso, ma me lo ha preparato con un antico rituale. Ha scaldato l’acqua, l’ha versata lentamente nel “coador”, il filtro, in modo che assorbisse il gusto della polvere di caffè; nel frattempo la tazzina si scaldava a bagnomaria in acqua tiepida in modo che il caffè non si raffreddasse. Sorseggio e leggo il risultato degli esami: “…ma sei piena di vermi, sei infettata dai vermi…, quando prepari da mangiare devi lavarti bene le mani, devi pulire bene le verdure, devi bollire bene l’acqua…” dico sorseggiando il caffè nella tazzina tiepida scaldata a bagnomaria. La nostra gente.
Apro gli occhi, la nostra gente nella sala piena con gli agenti di salute chiamate in occasione della giornata di prevenzione: la “dengue”, malattia tropicale, una specie di febbre gialla trasmessa dalla zanzara che prolifera in acqua stagnante, è ormai una epidemia che terrorizza la città: decine di morti. Abbiamo chiamato gli agenti di salute, ci hanno insegnato le misure di prevenzione. Non abbiamo registrato nessun caso di dengue, da anni. La nostra gente.
Sala piena oggi, come nelle grandi occasioni. È sempre una grande occasione. Il fatto di riunirsi e di intendere quanto ciò sia importante, è una grande occasione. Il sapere che anche quest’anno affronteremo difficoltà, è una grande occasione. La nostra gente è la grande occasione, noi, siamo la grande occasione. Nonostante il sonno mi è stato affidato ancora una volta il compito di “ambasciatore” presso Macondo, tenere vivi i contatti, scrivere, fare un po’ di propaganda, dire al mondo che esistiamo. Accetto. Il sonno se ne è andato. Il passato, i ricordi fanno spazio alle necessità del presente, che sono tante. Solamente quando si ha una storia alle spalle con la forza di catapultarci in avanti si riescono a razionalizzare gli eventi per trarne lezioni durature ed efficienti. E noi di storia e di storie ne abbiamo tante. Andiamo.