Caro don Joseph,

in italiano si direbbe don Giuseppe, e qui da noi, caro padre José,
non ci conosciamo e molto probabilmente, di persona, non ci conosceremo mai. Eppure sono certo che mi hai visto.
Quindic’anni fa, più o meno, sei venuto da queste parti, e nel tragitto dall’aeroporto alla curia mi devi aver visto senz’altro.
Io sono quel bambino che oggi, stamattina, poco fa, se ne stava seduto, rannicchiato in un anfratto tra il pilastro di sostegno e la ringhiera della passerella che dalla metropolitana porta diretto al capolinea degli autobus. Non ho un posto fisso dove starmene da solo, in pace, ed allora mi piazzo un po’ dove mi pare o dove penso e spero che nessuno mi disturbi (anche se il mio più grande desiderio è che qualcuno mi veda e si accorga di me, magari solo per darmi un abbraccio).
Migliaia di persone tutti i giorni passano davanti a me, migliaia di piedi frettolosi mi schivano di pochi centimetri, scommetto che neanche mi vedono, io mi siedo per terra, raccolgo le ginocchia al petto e le infilo sotto la maglia. Le braccia, le ritraggo dalle maniche e le tengo conserte sopra la pancia, nascoste anche loro dalla maglia in modo che posso tenere in mano il sacchetto di colla da sniffare. Quindi, di me, appare solo la testa, ma nessuno mi vede, sono nero come il carbone, non so bene se nero di sporco o nero perché sono negro.
Beh, dicevo che mi devi aver visto senz’altro quindic’anni fa. Andavi a tenere una conferenza su un argomento complicato, teologia, esegesi, dottrina, fede… ma, io di queste cose non ne so niente, comunque, dicevo, mi devi aver visto: io sto un po’ dappertutto, rannicchiato sulla passerella, a chiedere l’elemosina ai semafori, a rubacchiare qualche passante, a vendere chincaglierie in qualche bancarella, a scappare dalla botte della polizia. Anche se eri stanco del viaggio e se sfogliavi i tuoi appunti, sono sicuro che mi hai visto. Io ti ho riconosciuto, stamattina, padre José, i giornali appesi all’edicola qui sotto hanno la tua foto in prima pagina.
Sai com’è, era mattina presto, ed io avevo un freddo cane, ho passato la notte sveglio, camminavo un po’ e mi nascondevo in qualche cespuglio della piazza o dentro ai tombini di fogna. E allora ero un po’ fatto, sniffavo la colla per non sentire né il freddo e né la fame, questa fame che non mi passa mai, mi girava la testa, gli occhi semichiusi, la bocca mezza aperta lasciava la lingua penzolare ed un filo di bava macchiava lo sporco della mia maglia tutta forata. Ero fatto, strafatto, girava la testa, girava tutto, giravano i piedi dei passanti a pochi centimetri dalla mia faccia.
Ecco che vedo un signore coi capelli bianchi avvicinarsi.
Anche tu, padre José hai i capelli bianchi, sorridi e spalanchi le braccia, l’ho visto nelle fotografie sui giornali appesi fuori dall’edicola.
Quel signore tiene un borsello in mano, ma lo tiene senza molta convinzione, anzi, è un po’ distratto, quasi gli cade. Velocemente tolgo la mano da sotto il maglione e prendo il borsello che passa davanti alla mia faccia. Ricordi, padre José, che ti ho detto che ero seduto nell’anfratto tra il pilone e il muro? Nessuno mi vedeva, ero invisibile, come sempre del resto. Allungo la mano, una mano che spunta dal buio, e prendo il borsello. È stato d’istinto, non volevo rubare, stamattina non avevo neanche la forza di aprire gli occhi o di chiudere la bocca per non sbavarmi sulla maglia immonda. E poi se rubavo, dove correvo, dove scappavo? Verso la metropolitana, in bocca alle guardie che mi hanno già bastonato mille volte? o mi buttavo di sotto in un volo di dieci metri? È stato un movimento involontario, un singulto, ho visto il borsello ed ho allungato la mano, tutto qui. Quel signore ha cominciato ad urlare come un pazzo, mi ha tirato su da terra come se fossi, e a volte, come in quel momento sentivo veramente di esserlo, un ramo secco; mi stringeva così forte che i miei giramenti di testa dello sballo si confondevano con le lacrime degli occhi e il dolore che sentivo. Non avevo neanche la forza di urlare. Poi improvvisamente mi ha lasciato andare, non so bene cosa sia successo, ma la sua ira aveva, in modo sorprendente, cambiato direzione. Libero da quella morsa infernale, correvo come un pazzo, non so dove, l’importante era correre via da lì. Però tra le urla del signore del borsello, ho riconosciuto uno “Tio” (è così che chiamiamo gli adulti, “zio”), uno che conosco, uno che fino a qualche tempo fa veniva a giocare sempre con me, veniva perfino di notte, quando per le strade deserte, rimangono solo quelli come noi e la ronda della polizia. Questo “Tio” veniva sempre con una sua amica, a giocare con me. Poi non li ho più visti, mi hanno detto che sono stati minacciati di morte da qualche pezzo grosso e non sono più venuti. Dicevo, che tra le urla ho riconosciuto questo “tio”. Scappavo ma ho ascoltato alcune parole e delle mezze frasi. “Se poi ne ammazzi uno, un topo di fogna maledetto come questo lurido bambino, son capaci di metterti in prigione”, diceva, anzi urlava, quel signore. Lo “Tio” era arrabbiato anche lui, ma non com me, gridava a quel signore di mettere via il coltello che aveva in mano, di stare calmo e che non avrebbe permesso che mi si toccasse neanche con un dito. E quando il signore faceva per corrermi dietro col coltello in mano, lo “tio” lo ha strattonato per il braccio e…
Non ho visto più niente perché ero già lontano. Però è successo tutto così rapidamente che nessuno se ne è accorto, la gente sulla passerella a quell’ora del mattino va di fretta. Il signore del borsello e del coltello andava verso l’autobus e lo “tio” alla metropolitana. Ho visto che mi ha cercato un po’ con lo sguardo, ma io, già lontano, ero ben nascosto e lì son rimasto.
Caro padre José, questo che ti ho raccontato non c’entra niente con quello che ti voglio dire.
Quando mi hai visto dal finestrino della macchina, quindic’anni fa, ero uguale a come sono oggi, sporco, malandato, piedi scalzi, pidocchioso e pieno di croste. Anzi, oggi sono un po’ peggiorato, ho quindic’anni in più di droga, di colla, di notti dormite per strada, di corse per scappare dalle coltellate di qualche passante infuriato. Da Roma venivi fino a qui per insegnare cose difficili di cui non ne saprò mai niente. Mi hai visto dal finestrino ed ora mi vedi ancora da più lontano, da una balcone della facciata di una grande chiesa. A proposito, lo sai che in una chiesa ci sono entrato una volta sola? mi ha portato quell’amica dello “tio” che ti dicevo prima. Le altre volte che ho provato ad entrarci, le guardie davanti al portone mi hanno sempre cacciato via. E se io venissi a trovarti nella tua chiesa a Roma, anche tu mi cacceresti via?