Caro Gesù Bambino

Vai a comprare dei panettoni e dei giocattoli, prendi la macchina e comincia a girare. Quando trovi un bambino mendicante dagli un panettone e un giocattolo. Tira giù il finestrino e scambia due parole. Il tuo gesto non cambierà il paese, ma avrà un effetto rilevante per te stesso.(Contardo Calligaris, psicanalista – dalla prima pagina del giornale Folha de São Paulo del 22/12/2005)

Lavori di ristrutturazione non terminati dal vicino del piano di sopra mi obbligano ancora una volta a difendermi con secchi e pentole, dall’acqua che strafottente gocciola dal soffitto. Stasera piove fuori e dentro casa. Il vicino è in ferie. Anche mia figlia: babbo quest’anno voglio passare le vacanze dalla nonna. Ciao figlia, ormai sei grande, puoi attraversare il mondo ed andare incontro alle scoperte dell’adolescenza. E così dopo vent’anni di matrimonio è la prima volta che passiamo la notte di Natale da soli.

I parenti lontani, la figlia lontano, le gocce dal soffitto, è ancora pomeriggio e accendo la televisione.

Una giornalista dalla felliniana opulenza conduce un programma lacrimoso che parla dello spirito del Natale. Siccome non ho mai capito cosa sia, ascolto con interesse per vedere se lo riesco ad imparare una volta per tutte. Dunque, intervista personaggi importanti, alcuni dei quali conosco personalmente, tutti commossi da questo benedetto spirito del Natale. Si parte dalla bontà, felicità, famiglia e tradizione per arrivare al volontariato. La cosa si fa seria. Volontariato è dedicare tempo, senza esigere rimunerazione, ad una causa civica o sociale che ti soddisfi pienamente, la ricompensa è la sensazione di felicità che porta il fatto di sapere di aver compiuto un gesto lodevole. Volontariato è fare una buona azione ogni giorno a favore di un fratello bisognoso ricordandosi sempre che domani anche tu potresti aver bisogno di lui. Volontariato è missione, il volontario è un missionario. Capisco adesso che non ho mai capito niente. Io veramente pensavo che il volontariato fosse. ma cosa importa quel che penso io davanti all’opinione dell’abbondante giornalista, della moglie del governatore che si commuove fino alle lacrime quando vede i meninos de rua ai semafori delle strade, cosa importa quello che penso davanti alle parole della famosa e ricca signora che con un gruppo di amiche, volontarie, si dirige tutti gli anni al sertão del nordest per costruire case di mattoni e donarle a chi vive in catapecchie di fango, cosa importa. Presente in studio un gruppo "signori della società" vestiti da babbo Natale, perché nel lavoro volontario è importante mantenersi in incognito, che ogni anno entra in una favela (sempre la stessa, da anni) e distribuisce ai bambini giocattoli e dolciumi. Distribuisce, macchè, vengono lanciati dal camion, chi li prende li prende, frotte di bambini scalzi e sorridenti se li contendono a pugni e spintoni (è tutto filmato) ridendo felici. I cari signori in incognito garantiscono che l’emozione è enorme e che quando vedono i nugoli di bambini accaparrasi giocattoli da quattro soldi, donati da figli di amici, le lacrime scorrono sui loro volti mascherati che è così difficile, signora mia, perché non se le possono togliere le maschere e fa molto caldo, ma, sapete com’è, vedere i sorrisi dei bambini è una cosa impagabile e siamo pronti a fare qualsiasi sacrificio. Alla fine della trasmissione comprendo che la cosa più importante è essere felici sempre, a qualunque costo, che l’azione volontaria alla fin fine è una costante ricerca della felicità e della soddisfazione che ti dà l’essere ringraziato, l’essere abbracciato da chi hai aiutato, volontariamente, appunto. Finisce il programma, e i miei dubbi sullo spirito del Natale ritornano tutti.

Piove, gocce, padelle e secchi. Ceniamo alla solita ora. Unica differenza da un giorno normale è lo spumante italiano. Un regalo che ci facciamo, un piccolo lusso per sollevarci il morale insultato dai secchi sparsi per la casa. Usciamo. Andiamo in centro. La paura della povertà di incontrarla faccia a faccia ha fatto costruire decine di shopping center, circondati da cancelli e guardie armate dove entrano solo gli uguali tra loro; negozi, lusso, luci, una città di plastica isolata da quella reale, in cui si affollano i sogni di consumo effimero di adulti e ragazzi e da cui è difficilissimo sfuggire. È da due giorni che tutti gli shopping della città città rimangono aperti ventiquattro ore non stop, per dar modo allo spirito del Natale di manifestarsi in tutta la sua esuberanza. Babbo, posso andare allo shopping. quante volte me lo avrà chiesto mia figlia? È una realtà, come la coca cola, come l’automobile, come il computer che mi è davanti in questo momento. C’è, si usa. La città vera invece non c’è, la città fa paura, la città nessuno la frequenta e quando è notte è abbandonata a se stessa. Fa paura ed ha paura.

Dieci minuti in metropolitana fino a piazza da Sé, la piazza del duomo, saliamo i gradini. Eccoli là i bambini che fanno piangere la moglie del governatore, ci sono proprio tutti. Piove e ci sono lo stesso, siamo in piena estate cosa vuoi che siano due gocce d’acqua. Chissà se le padelle saranno già piene. La cattedrale è chiusa, è quasi mezzanotte, la cattedrale è chiusa. I meninos de rua allucinati più che mai vagano e urlano, forse litigano. Un grande portico, idea di un famoso architetto per dare lustro ad una importante piazza, è l’ideale tettoia per decine di moradores de rua che preferiscono la strada alla umiliazione delle case di accoglienza notturne. Eppure oggi è giorno di festa, riceverebbero un regalo, un astuccio con lametta, schiuma da barba e sapone, una pacca sulla spalla e un bel discorso del direttore della casa che commosso parlerebbe dello spirito del Natale, poi, la messa, non a mezza notte ma alle sei di sera, perché alle dieci, è la regola, si spengono le luci e si va a letto. Molti preferiscono rimanere in strada. Ne incontriamo tanti, troppi. Dodicimila, è il numero ufficiale registrato dal comune. Continuiamo a passeggiare, pensiamo a nostra figlia lontana alla scoperta delle sorprese dell’adolescenza e ci scopriamo giovani signori a fare i conti con le delizie della mezza età. Il kitsch delle illuminazioni natalizie contrasta col deserto urbano. Venti milioni di abitanti ed in giro solo io, mia moglie, i dodicimila e un gruppuscolo di meninos. Arriviamo alla Avenida Paulista. Hanno terminato la costruzione della rampa anti-mendicante. Nessuno più potrà dormire nel tunnel che dà accesso al cuore economico della città. Le decine di persone che vi trovavano dimora sono state invitate ad andarsene, a cercare un altro ponte. Dappertutto, ma non lì. Quante polemiche ha sollevato questa decisione. Le Organizzazioni non Governative, le Ong, nazionali e straniere (a dir la verità, più straniere che nazionali) si sono perfino mobilitate in una manifestazione pubblica nella stessa avenida Paulista, per il diritto di tutti a vivere… sotto i ponti. Lo so che sembra assurdo ma è così. L’altro giorno c’erano tutti, tutti i rappresentanti delle Ong, qualche prelato importante e famoso, un paio di barboni, la tv e i cartelli, i discorsi contro il sindaco che costruiva la rampa anti-mendicante e sul sacro diritto alla libertà del cittadino di vivere sotto i ponti!

Continua a piovere. Ma è la notte di Natale e la pioggia fa parte della misteriosa iconografia di questi momenti. Noto che molti dei dodicimila tengono ancora in mano un piatto di plastica. Lo stesso piattino lo ritrovo sparso qua e là in tanti punti del centro. Oggi più che mai è la "noite de sopão", (traduco letteralmente) la notte dello zuppone. Sopa, zuppa; sopão, zuppone. Gruppi di volontari organizzati in una Ong, e mossi dal più puro spirito-di-natale, percorrono le strade del centro e distribuiscono ai dodicimila un piatto di zuppa. Sono almeno cinque le associazioni dello zuppone, alcune preferiscono rimanere ferme in una piazza, sempre la stessa, ad aspettare che i dodicimila affamati si mettano ordinatamente in fila e consumino lo zuppone seduta stante in piedi o accomodati per terra (il più delle volte senza cucchiaio: cosa vuole, signora mia, dove si trovano e quanto costano dodicimila cucchiai?); altre invece vanno alla ricerca dei dodicimila, e quando ne incontrano uno che dorme lo svegliano e gli sbattono un bel piatto di zuppone sotto al muso: buon Natale fratello, mangia che ti fa bene. Non esiste una coordinazione tra le associazioni, anzi sono in perenne lite tra loro per il monopolio di strade e piazze, per cui è facile che nella stessa notte un pover’uomo venga svegliato per lo meno tre volte e quasi obbligato a forza a mangiarsi un bel piatto di zuppone, senza cucchiaio (cosa vuole, signora mia…), freddo.

Oggi è Natale e lo spirito del Natale è più attivo che mai. C’è persino gente che senza associazione e senza Ong, si è messa a distribuire zuppone a tutti di iniziativa propria. Ecco due ragazze ben vestite che cercano invano di svegliare un poveraccio che tenta di riparasi dalla pioggia sotto una pensilina qualunque. Le ragazze intrise di spirito natalizio lo scuotono ben bene, ma lui niente, dorme profondamente, non c’è niente da fare, sono obbligate a lasciare il piatto di zuppone per terra lì di fianco. Non si accorgono che di piatti come il loro, proprio lì di fianco ce ne sono almeno tre, vuoti.

Siamo stanchi, abbiamo camminato in silenzio per chilometri. Vogliamo tornare a casa nonostante le gocce dal soffitto e i secchi da svuotare.

Caro Gesù bambino, sulla strada del ritorno, stanco e confuso, in Largo do Arouche, una piazza a pochi passi dal centro, sotto al viadotto della circonvallazione sopraelevata, ho visto una scena familiare, che mi sembrava di aver già visto da qualche parte, una scena che in qualche modo fa parte del mio bagaglio culturale. Ti spiego: dentro un grande scatolone di cartone, tenuto in piedi col supporto di due pezzi di compensato, ho visto una ragazza. No, è lei che ha visto me, i suoi occhi grandi mi hanno visto arrivare da lontano, e al passarle vicino la sensazione di essere guardato, osservato, non era più sgradevole, ma faceva ormai parte del momento e dell’ambiente. Anch’io la guardavo. Seduta per terra teneva un bambino in braccio, dormiva, tranquillo, beato, in braccio alla sua mamma, dormiva. Un cane a fianco dormiva come il bambino, si sentiva sicuro e protetto, a casa sua. Un ragazzo occupato ad accendere un fuoco, probabilmente per asciugare i vestiti bagnati dalla pioggia. Ho dedotto che fosse il suo compagno, magari il padre del bambino. Attento, controllava che tutto stesse in ordine: stavo passando, non si sa mai. Appoggiati per terra, tre piattini di carta. Li riconsco, li ho visti in tutta la città, sono i piattini dello zuppone. La ragazza continuava a guardarmi fisso e, per paura che mi chiedesse l’elemosina, ho preso l’iniziativa. Col gesto abituale del pollice in alto, le dico, Feliz Natal. "Obrigada doutor, feliz Natal para o senhor também" grazie dottore, buon Natale anche a lei, mi risponde.

Caro Gesù bambino, io che non ti penso mai, in quel momento ti ho pensato, chissà, forse per associazione di idee: una famiglia poverissima, la capanna di cartone, la notte santa. La storia che non cambia, la storia che si ripete uguale a se stessa per tutta l’eternità. Gli shopping illuminati e questo bimbo nella capanna sotto un ponte che dormiva beatamente cullato dagli occhi grandi della sua mamma. Ho pensato all’oro, all’incenso, alla mirra. Ho sentito il fetore stantio dello zuppone.

Caro Gesù bambino, dimmelo tu cos’è lo spirito del Natale che io non ci capisco più niente.