Cospirazione contro il Cambiamento

Carissimi,
Vi siete mai chiesti perchè è difficile cambiare, migliorare, fare un salto di qualità nella nostra vita? Perché, quando vogliamo cambiare qualcosa nella vita, spesso facciamo fallimento? Vi siete chiesti perchè spesso quando noi vogliamo cambiare, gli altri di fatto non ci appoggiamo, ci scoraggiano e diventano spesso quelli che ci mettono i bastoni fra le ruote?
Una delle grandi sfide per ogni uomo e per la società stessa è gestire il cambiamento.
Ciascuno di noi (penso alla mia storia) è in un processo di cambiamento continuo, poi ci sono momenti in cui si percepisce che è necessario un cambiamento più forte, per alcuni versi radicale. Per molte persone i 40 anni sono un passaggio cruciale e portano con sé la necessitá di un riprogettarsi.
Inoltre tutti quelli che passano per il Brasile (sia giovani, che meno giovani) si portano dentro una domanda di cambiamento e spesso non si capisce bene cosa si può o si deve cambiare, perché la vita possa crescere. Il cambiamento è cercato, è spesso è una domanda ancora non espressa, che ha bisogno di essere formulata e riprecisata. Ma anche dopo aver capito la necessità e individuato cosa cambiare, non è facile. Cosa comporta, implica, significa, cambiare? Cosa si mette in atto quando una persona decide di cambiare? Quali ostacoli impediscono o condizionano il cambiamento?
Queste sono domande che mi porto dentro e a cui cerco di prestare attenzione per capirmi e capire.
Anche il Brasile (specialmente Rio de Janeiro) è una terra che chiede grandi cambiamenti per superare una situazione di ingiustizia, di violenza, di corruzzione, di disuguaglianze. L’America Latina, l’Africa, per non parlare del mondo che si dice civilizzato. Riflettere sul processo di cambiamento e soprattutto su quelli che sono gli ostacoli, mi sembra molto importante. Mi chiedo spesso: perché i processi di cambiamento si interrompono, perché si perdono occasioni importanti, perché una volta aperti gli occhi, si preferisce chiuderli di nuovo. Perché quello che si chiama sviluppo (cambiamento positivo) spesso diventa una conferma di vecchi sistemi di interessi? Quali “mostri” o fantasmi riprendono possesso dei nostri desideri, delle persone che ci sono accanto, dei fenomeni sociali? Quali paure continuano a bloccare (o impedire) la nostra voglia di fiorire?
Su questa linea ho trovato interessante le parole di Luiz Eduardo Soares, ex responsabile del Sistema Unico di Sicurezza Pubblica di Rio de Janeiro che per breve tempo ha tentato di cambiare la situazione di violenza che c’era a Rio e che quando ha toccato gli interessi dei corrotti, è stato licenziato dal Governatore dello Stato di Rio. Al convegno per i 15 anni dell’ECA (fatto a luglio) lui ha parlato anche della difficoltà del cambiare e ha riportato alla memoria una storia, quella di Marcinho VP. Marcinho (si pronuncia: Marsigno) era uno dei più famosi capi del narcotraffico, signore della favela di Donna Marta, vicino a Botafogo. E’ diventato famoso perché Michael Jackson, il famoso cantante, con il regista Spike Lee ha girato un video nella sua favela e Marcinho ne ha garantito la sicurezza. Nel 2003 è uscito un libro con la sua storia, un successo editoriale. Lui é stato ucciso in carcere, qualche mese dopo. Ma come in tutte le storie, i retroscena, quello che i giornali non dicono, sono interessanti. Le parole di Luis Eduardo Soares, ci aiutano a capire i retroscena. Quello che vi traduco qui sotto liberamente è un miscuglio delle sue parole al Convegno e alcune idee del suo libro.
Questo è un articolo per pensare, e poi ditemi la vostra!

Qui sotto le sue parole e il titolo che lui da a queste sue riflessioni è:

Cospirazione contro il Cambiamento

E’ difficile cambiare. Molto difficile. Doloroso e angustiante. Prima di tutto perché osare di cambiare se stessi coinvolge il corteggiamento della morte. Nel cambiamento una parte di noi muore, un modo di essere entra in collasso. Secondo perché dobbiamo affrontare la resistenza organizzata delle istituzioni e l’opposizione ferrea di tutto il mondo che ci circonda. Si forma un esercito contro il cambiamento fatto da tutti quelli che in vario modo ci conoscono, testimoniano la nostra biografia e tifano per la nostra immutabilità.
Si ingannano coloro che pensano di contare sull’appoggio degli altri quando hanno in progetto di cambiare. Questo vale anche quando il cambiamento sia una necessità della società e un desiderio collettivo. Si sbaglia il sognatore ingenuo che si aspetta uno stimolo a cambiare da parte delle istituzioni, anche di quelle destinate a promuoverlo, per paradossale che sembri.
Questo è il fatto: c’è una cospirazione a fissare le identità, congelare le rispettive qualificazioni, specialmente se queste qualifiche sono dei marchi.
Ma la peggiore notizia è la seguente: noi facciamo parte di questa cospirazione, partecipiamo e contribuiamo a bloccare le persone, congelare la storia personale, a ingessare il processo di crescita.
I casi clinici che riguardano i drogati sono ricchissimi di esempi che ci aiutano a capire. Accade più spesso di quanto immaginiamo che per esempio, la moglie, dopo aver lottato per anni con tutte le sue forze per curare il marito alcolista, entra in crisi (si destruttura) quando ottiene quello per cui ha lottato. In questo caso sorprendente, mentre il marito si recupera, abbandona l’alcol, ritorna alla vita, al suo lavoro, alle relazioni familiari e al quotidiano, la moglie entra in crisi, divorzia, diventa alcolista o cerca il suicidio. Questo è comprensibile. Per tutto il tempo in cui il marito resterà malato, in casa o in clinica, la donna dovrà riorganizzare la sua vita, prenderà responsabilità davanti ai figli, alla comunità e a se stessa, assumerà il ruolo di capofamiglia, affonterà le necessità, conquistarà autonomia, tutte cose segnate da una carica positiva. La valorizzazione del suo ruolo, farà da compensazione al sacrificio e al sovraccarico di lavoro. Tutto crolla con il ritorno alla vita utile del marito, ciò che paradossalmente, tanto desiderava.
La caduta di questa nuova posizione sociale e psicologica, morale e simbolica, micropolitica e culturale, reso possibile dalla malattia del marito, ricaccia la moglie nella posizione anteriore (qualsiasi essa sia stata), posizione con la quale non si identifica più e a cui avrà grandi difficoltà ad adattarsi. Il nuovo sistema, messo in piedi a causa della malattia, non riesce a sopportare la cura e non è preparato per convivere, ammettere, accogliere e valorizzare la salute. E’ per questo che i psicanalisti quando curano un paziente si aspettano reazioni di crisi dalla famiglia e dal circolo delle relazioni intime del paziente, perché solo l’idea della possibilità del cambiamento (reale o immaginaria) di uno dei membri della rete sociale mette in situazione di rischio tutte le relazioni che esistono con i loro equilibri e disequilibri. Anche se l’eventuale cambiamento porta a ridurre aspetti negativi delle relazioni e rafforza aspetti positivi, c’è sempre il rischio di perdere qualcosa. Ossia, tutte le persone coinvolte nella tela delle relazioni nel quale si inietti il DNA del cambiamento, si sentono direttamente o indirettamente coinvolti, colpiti, provocati, costretti a reagire. C’è la paura che i lati oscuri di ciascuno siano toccati, azionati, denudati. C’è la paura che si scateni un processo che esca dal controllo e che minacci certezze e sicurezze individuali. Per dirla in una parola: le persone non hanno paura solo dei cambiamenti verso il peggio. Temono il cambiamento in genere, qualunque esso sia.

Si osserva la stessa dinamica nella scuola. I ragazzi sui quali pesa uno marchio (es. quando si dice “è sempre in ritardo”, “è una persona difficile”, “ha difficoltà di apprendere”, “ha un comportamento sempre sbagliato”) avranno grandi difficoltà a far capire, riconoscere, valorizzare il loro miglioramento.
Come ha spiegato bene il sociologo nordamericano Erwin Goffman, tenderanno sempre ad essere reinviati alla loro antica posizione, in una specie di gravitazione perversa, socialmente costruita e incosciente a chi celebra questo “rituale” macabro. Una volta proclamata la condanna, “Tizio è così”, sarà complicato modificare le aspettative, perché hanno un volo proprio e normalmente prescindono dalla conferma della realtà. Esempio: un ragazzo ha l’abitudine di arrivare in “ritardo”. Se cambia e arriva in anticipo, del suo comportamento si dirà: “caspita, cosa succede? Il mondo si sta ribaltando, .. Tizio è arrivato puntuale.. che miracolo è questo? Qualcosa di strano deve essere accaduto.” Ecco si distrugge il cambiamento. In parole semplici, succede quello che diciamo spesso: “l’eccezione conferma la regola” . Il ragazzo è marchiato per sempre e non uscirà mai più da questa etichetta. C’é pertanto una unione nella collettivitá, una sorda cospirazione contro il cambiamento, anche se é desiderata dalle istituzioni e dalla comunitá direttamente coinvolta nel processo. Anche qui funziona il sistema: quando qualcuno é malvagio, altri sono i buoni; se uno é pazzo, altri sono sani; se qualcuno ha problemi, altri non ne hanno. Oltre a questo, quando un bambino presenta delle difficoltà (e con lui per estensione la sua famiglia), molte altre famiglie sono redente dalla colpa e dal peccato e possono celebrare il loro successo, cosi come tutto un insieme di cioè professionisti (e le loro funzioni si valorizzano). Ci saranno vittoriosi solo se ci saranno perdenti. Se nessuno occuperá questa posizione, sará necessario attribuirla a qualcuno, anche a prezzo della artificialitá e della crudeltá. La conseguenza piú grave é l’idea che si installa nello spirito del bambino, accusato che lui é effettivamente ed essenzialmente cosí…. Da qui in avanti la tendenza sará a confermare il pronostico. La profezia tenderá ad autocompiersi.
Non é diversa la logica che presiede la recidività criminale. E a maggior ragione. In finale, si tratta di una accusa convertita in condanna, con tutte le implicazioni conosciute. In questo caso la cospirazione perché uno diventi un recidivo mobiliterá una serie di persone (familiari, vicini, amici, istituzioni e antichi collaboratori) che diventano potenziali fautori della continuazione di quella strada. Il tutto assumerá i contorni ancor piú drammatici con la conseguenza pratica della marginalizzazione che si esprime nel non trovare lavoro e nel restringersi delle alternative di vita e di crescita personale. Tanto per essere chiari, un ragazzino di strada che è stato in una casa di accoglienza o nel carcere minorile perché ha commesso dei piccoli furti, quando esce l’unica possibilità di lavoro che gli viene offerta è quella del crimine. Rotti tutti i legami parentali, gli unici amici che ha sono quelli del crimine. La recidività diventa un percorso senza via di scampo, senza alternative.
Il Caso: Marcinho VP
E adesso il caso che spiega bene le conclusioni che ho appena enunciato.
João Moreira Salles é uno dei principali autori di documentari brasiliani e anche membro di una famiglia tradizionale, la cui partecipazione nella vita pubblica ha dato contributi importanti nell’area economica, politica e culturale. E’ un uomo dal profilo discreto e coinvolto nelle cause sociali, anche se si é tenuto lontano dalla militanza dei partiti. Nel circolo di quelli che lo conoscono personalmente , gode di particolare prestigio ed é conosciuto per il suo rigore quando si tratta di etica. Ossia, i brasiliani sono orgogliosi di Salles sia come professionista, che come persona. Dico questo perché si capisca la dimensione del patrimonio morale che era in gioco, quando nel 1999, un gruppo di poliziotti, ha tentato di mettere sotto controllo il suo telefono con l’obiettivo di ricattarlo: João avrebbe dovuto pagare una grande somma o sarebbe stato divulgato alla stampa il suo dialogo con Marcio Amaro de Oliveira (comunemente chiamato Marcinho VP), conosciuto trafficante di droga, scomparso da Rio de Janeiro, dove era il leader di una falange criminosa che dominava una favela della zona sud (favela di Dona Marta).
Negli ultimi mesi del 1999, João Salles era stato informato che poliziotti corrotti stavano agendo clandestinamente, approfittando di una situazione che lo esponeva ad azioni mal intenzionate, anche se in parte protette dalla legge. Si trattava di ciò: João stava realizzando un documentario, intitolato “Notizie di una guerra privata” che parlava del circolo vizioso della violenza nelle favelas di Rio de Janeiro, nelle quali poliziotti e trafficanti, fortemente armati, si affrontavano e morivano, ogni giorno, senza che ci fosse un qualsiasi risultato positivo da questo confronto tragico. Il protagonista del documentario era Marcinho VP. Le riprese hanno avvicinato il direttore e il suo personaggio, la cui biografia affascina qualsiasi osservatore sensibile.
Marcinho, non entra negli stereotipi. Criminale e violento, si, ma capace di gesti generosi, di idee virtuose, di impegno morale, di grandi rinuncie. Marcinho era profondamente preoccupato per le condizioni sociali e politiche che condannavano tanti giovani a riprodurre un destino autodistruttivo. Marcinho sognava un altro Brasile meno disuguale e ipocrita, piú giusto e veramente democratico. Si deve notare che questo personaggio ambivalente, complesso e ricco, non si poteva neanche definire un Robin Hood. 30 o 40 anni fa i capi delle favelas erano un po’ i regolatori della vita sociale, ma da vari decenni la trama di violenza criminale a Rio di Janeiro ha smesso di produrre la figura idealizzata del buon ladrone, che ruba ai ricchi e da ai poveri, e che é violento solo con gli “sfruttatori”. Questo personaggio é scomparso con l’aggravarsi della brutalitá e l’approfondimento della crisi economica in Brasile.
Da decenni a Rio de Janeiro, i trafficanti armati diventano despoti crudeli, che tirannizzano le proprie comunitá povere. Esaltare il criminale é diventato un gesto simbolico politicamente non corretto e complice della barbarie. I trafficanti non hanno nessun impegno sociale o politico. Per questo, il discorso, l’atteggiamento, le azioni, la biografia di Marcinho sono singolari e si distaccano per la differenza che esprimono.
La complessitá della sua figura lancia sfide perturbatrici per la coscienza morale e politica di osservatori attenti. Marcinho fugge dal ruolo di “altro” speculare e espiatorio per la societá “virtuosa” e “buona”. Marcinho rifiuta, la semplificazione di “altro” espiatorio. La sua frase più famosa è : “nos estamos no lado certo da vida errada” (noi siamo dalla parte giusta della vita sbagliata). (vedi nota a fondo pagina)
João Salles ha riconosciuto il talento, il valore potenziale di Marcinho, senza illudersi, e senza idealizzare il personaggio, i cui crimini lui conosceva e esplicitamente condannava. Non c’era ingenuità nel modo di porsi di João, attento, fin dall’inizio alla complessitá del personaggio e alla multidimensionalitá della sua biografia. Dialogando francamente con Marcinho, ha criticato le sue scelte esistenziali, la sua visione di mondo, ma apprezzava la sua curiositá intellettuale e le preoccupazioni sociali che sosteneva. Tutti e due concordavano che stando a queste inquietudini, Marcinho avrebbe potuto essere un leader giovanile, se avesse avuto accesso alla scuola, alla lettura, alla convivenza con gruppi sociali che avessero valorizzato i suoi interrogativi e le sue preoccupazioni politiche. Marcinho chiedeva libri a João: i classici della letteratura brasiliana e del pensiero sociale, anche autori stranieri. Marcinho si incantó e finalmente accettó l’antica proposta di João: se lasciava la vita criminale, João gli avrebbe dato una somma di denaro che gli avrebbe permesso di vivere. Il sogno di Marcinho era di scrivere una autobiografia. João era disposto a comprare i diritti d’autore anticipatamente. La somma corrispondeva a questa anticipazione. Tutto sarebbe stato secondo la legge brasiliana, che dice che é legale contrattare servizi da qualsiasi cittadino, indipendentemente dalle relazioni di questo con la giustizia (si deve dire che Marcinho, in questa epoca, era giá stato in prigione due volte, ferito dalla polizia ed era evaso due volte). C’era pertanto un mandato di cattura contro di lui, era un ricercato. Anche cosí l’accordo tra lui e João era legale. Marcinho accettò la proposta di João e abbandonó il traffico. Scappó dal Brasile per poter scrivere la sua vita e potremmo dire per ricominciarla. Per questo si sentivano al telefono. In fin dei conti il dialogo mai si é interrotto. Adesso da una parte c’era la somma da consegnare e dall’altra la storia della rinascita da raccontare.
La polizia legittimamente dedita alla cattura di Marcinho, ha intercettato i suoi contatti con João. Lecitamente e giustificatamente la polizia non si fidava di João. Fino a qui tutti agivano in direzioni di conflitto tra loro, ma lo facevano legalmente. E’successo che segmenti corrotti della polizia hanno deciso di approfittare del possibile illecito di João con finalitá nascoste, o perlomeno era quello di cui João era stato informato quando mi ha cercato, nel dicembre 1999. Io allora ero il coordinatore dell’ufficio di Sicurezza, Giustizia e Cittadinanza dello stato di Rio de Janeiro. João mi disse quello che era venuto a sapere e riveló la paura che queste eventuali registrazioni telefoniche potessero essere usate con intenzioni criminose. Io ho concordato con la sua posizione e gli dissi che al suo posto avrei fatto la stessa cosa, mi impegnai a tentare di impedire l’eventuale ricatto, ma anche gli dissi che avrebbe dovuto continuare gli sforzi perché Marcinho si consegnasse alla polizia, cosa che dovevo dire per il ruolo di responsabilitá che avevo. In questo modo tutti avrebbero agito conforme alla legge. Oltre a questo, ero disposto a difenderlo pubblicamente contro qualsiasi insinuazione che il suo atteggiamento morale fosse illegale. João credeva nella potenzialitá del cambiamento e scommetteva nel migliore dei mondi possibili. Il suo atteggiamento mi sembrava assolutamente corretto, dal punto di vista etico. Gli ho suggerito che anticipasse e facesse una relazione pubblica, in un articolo o in una intervista, quello che stava accadendo. In questo modo il rischio di essere ricattato si allontanava, anche se rimaneva il rischio che la sua posizione non fosse compresa e accettata dall’opinione pubblica.
In questo modo questo rischio sarebbe stato meno grave di un eventuale ricatto. Quello che é successo dopo avrebbe bisogno di una analisi piú estesa e dettagliata. Joao si é lasciato intervistare da un giornalista di uno dei principali giornali del paese “O Globo”. L’argomento guadagnò la prima pagina dell’edizione domenicale ma a dispetto del tono umanizzante che l’intervistato diede alle risposte e alla complessitá del tema, la foto enorme e stilizzata che accompagnava la materia metteva in luce un uomo, con il volto coperto, armato di fucile mitragliatore, in posa di guerra e di minaccia. In una parola, la foto semplificava e rinnovava il marchio piú grossolano, ma nel senso contrario delle risposte.
Nel giorno seguente e per settimane, giornali e riviste ripresero l’argomento, con risvolti scandalosi. Politici, attratti dalla visibilitá raggiunta dalla tematica, ne approfittarono per stilare la loro retorica demagogica (che é parte stessa del circuito della violenza) e chiedere piú “durezza” nel combattere il crimine. Ci sono state prese di posizione a favore, ma la linea dominante era la denuncia della complicitá tra “l’intellettuale ricco e ingenuo e il bandito povero e selvaggio”. Il governatore dello stato tentó di incriminare João e io ho finito per essere dimesso (non solo per questa ragione, sia chiaro…).
Uno dei piú conosciuti giornalisti brasiliani, Caco Barcellos, ha scritto un libro sulla vita di Marcinho e sulla copertina la stessa foto del guerriero armato e minaccioiso. (il libro si intitola: “Abusado, o dono do Morro Dona Marta”, pubblicato nel 2003, editrice Record, Rio de Janeiro).
Per anni il tema é stato presente nell’immagine collettiva e nei telegiornali. La tendenza dominante era quella che ricordava ai lettori, in modo persistente, che Marcinho era la violenza personalizzata, anche se esistevano indizi di una volontá di cambiare, di un movimento che tendeva al reinventarsi e che il personaggio non entrava nelle classificazioni semplicistiche. Ma non erano solo i Media che imprigionavano Marcinho nella sua identitá criminale, resistendo a qualsiasi segnale differente o differenziante (e problematizzante). Anche gli altri criminali lo facevano. Ancora peggio: lo stesso Marcinho sembrava condannarsi all’eterno ritorno all’identitá di criminale, ritornando allo stesso luogo simbolico, geografico e sociale (la sua favela, dona Marta). Lui fu catturato piú tardi, in una baracca abbandonata, vestito di stracci, famelico, inerte, in una favela di Rio, come se avesse desistito di fuggire dalla polizia, dalla legge e da se stesso (essendo questo se stesso una versione di sé legato al passato e allo stigma: la profezia ancora una volta di autocompiva). Era ritornato in Brasile, aveva rinunciato al progetto di ricominciare, senza cercare peró di riadattarsi alla vecchia rete di relazioni, senza tentare di reinserirsi nel traffico e nel mondo del crimine.
In carcere Marcinho é ritornato alla lettura e João gli forniva i libri. Si dimostró applicato negli studi, commentando ciascun testo con arguzia ed entusiasmo. Nell’occasione dell’uscita del libro su di lui e la sua vita (libro: “Abusado, o dono do Morro Dona Marta”), riveló ai parenti e amici i rischi che sentiva. Lui non faceva piú parte del mondo nel quale era stato ributtato e dei simboli dei quali era vittima e complice. Aveva paura di essere ucciso, non perché il libro rivelasse informazioni che causassero la prigione di altri, ma per il solo fatto di essere oggetto di un libro, distaccandosi, differenziandosi, oltrepassando frontiere simboliche che il mondo chiuso della comunitá carceraria ergeva. Queste frontiere invisibili erano erette giustamente per opporsi alla differenziazione individualizzante (soprattutto quando sorgeva la possibilitá di cambiamento) e del superamento dell’universo dei valori condivisi dalla societá dei puniti. Una cosa é convertirsi alla Bibbia, che é parte del codice culturale dei carcerati, altra cosa é sfondare la parete culturale con i libri, che sono armi potentissime e pericolose perché assolutamente inclassificabili.

Poco dopo, nel 2003, Marcinho é stato trovato morto in un bidone delle immondizie nel carcere dove scontava la pena. I suoi libri erano buttati sopra di lui e c’era un cartello che diceva: “Nunca mais vai ler” (” Mai piú potrai leggere”).
A Marcinho era proibito cambiare per una cospirazione incosciente e tacita, che riuniva compagni diversi e insoliti. I compagni di prigione non permettevano che lui trasgredisse l’unica legge inviolabile: non diventerai un “altro” (perché io possa rimanere chi sono). Al suo funerale c’era un mazzo di fiori con le parole: ” Saluti dal tuo amico Luiz Eduardo Soares”. Io non essendo amico di Marcinho, non potevo rendergli omaggio con dei fiori. I fiori erano stati mandati segretamente da poliziotii che non avevano perdonato la mia posizione. La loro intenzione era quella di creare una situazione che mi comprometteva, qualsiasi fosse la mia reazione. In quel tempo ero ancora Segretario Nazionale di Sicurezza.
Tutti quelli che accettano il rischio di un cambiamento, devono pagare per questo osare. Quelli che adottano un atteggiamento benevolo, lamentano la nostra ingenuitá e indicano il destino di Marcinho come la dimostrazione massima e inesorabile che un criminale é un criminale. (il lupo perde il pelo, ma non il vizio) I Media rimettevano Marcinho al passato congelato, dal quale lui stesso esitava a staccarsi; l’opinione pubblica lo reinviava al marchio di bandito feroce; la prigione e la pena rimettevano Marcinho a quella identitá dalla quale lui cercava di allontanarsi per potersi ricostruire; i suoi compagni di prigione gli hanno impedito di leggere. Di fatto, leggere gli é costato la vita, forse perché i libri simbolizzano e realizzano, in questo universo infernale di classificazioni marchianti, il cambiamento insopportabile.

Fin qui le parole di Luiz Eduardo. Posso solo aggiungere che cambiare è una impresa difficile. Anche il Vangelo di Gesù ne parla, anzi si parla solo di questo. La parola usata è “conversione”, che vuol dire, cambiare modo di pensare, cambiare direzione della vita, invertire il modo di vedere le cose .
C’è una frase che resta terribile che mi viene in mente : “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco nel regno dei cieli”. La frase secondo me riguarda proprio il cambiamento.. Entrare nel Regno, per Gesù vuol dire entrare in una logica, un modo di vedere differente.. Gesù sta dicendo che un ricco. ciascuno di noi è su una strada difficile…riusciremo a cambiare.
Ma Cambiare poi è cosi difficile?
Metterci alla ricerca delle nostre potenzialità, e di quelle di questo mondo, sarà cosi impossibile.. ?
Abbraccio, Mauro.

Nota per chi non smette di cercare e vuol capire:
Marcinho drammaticamente problematizza le nostre identitá e le nostre credenze, aziona la riflessione sociale, nel senso critico e inquietante. Davanti alla sua carriera criminale cade qualsiasi idealizzazione unilaterale, ma anche cadono le classificazioni grossolane che tendono a farlo diventare un demonio, davanti alle sue continue trasgressioni alla grammatica selvaggia e arbitraria del crimine, davanti alla sua disponibilitá al dialogo, alla critica, alla riflessione, ad un atteggiamento di solidarietá e alla autocritica. Il personaggio che Marcinho rappresenta, pone un’ombra sulla buona coscienza auto-idealizzante della societá bene, soprattutto perché insinua, con il suo modo di essere e non-essere (o che da lui si spera), la possibilitá del cambiamento. Possibilitá che una volta accettata come possibile, apre due prospettive di minaccia: se é possibile cambiare da un lato, non si puó scartare il cambiamento nel senso inverso. In altre parole, Marcinho, si trova pericolosamente vicino a noi, e anche peggio: nel cambiare di posto e nel problematizzare la geografia morale, il personaggio che Marcinho rappresenta, ridisegna le frontiere e ci rende vicinissimi (prossimi) “all’altro lato”, “all’altro mondo”. Si vuole dire che, i fantasmi che portiamo dentro, il nostro potenziale negativo (o quello che definiamo negativo), si puó realizzare, nella stessa misura in cui é reso possibile il passaggio dell'”altro diabolico”, nella nostra direzione. Il tempo delle migrazioni e delle metamorfosi é aperto per il semplice fatto che Marcinho é autorizzato ad essere un “altro”, questo é cambiare. Temiamo di piú il rischio di trasformarci nell’altro, al quale attribuiamo le cose negative (il maligno, la mostruositá), che il cambiamento degli altri. Solo questa paura é molto sconvolgente perché illumina “l’altro” in noi. Solo le contingenze ci separano dall’altro, non l’essenza. La divisione morale non ha un fondamento solido o di sostanza; è costruita e ricostruita, nella pratica della vita quotidiana e nei gesti fortuiti. Perdiamo cosí la sicurezza. Emerge con forza l’incertezza. Marcinho, ci colloca in scacco.