Di ritorno dal Nordeste

Carissimi
È un pezzo che non vi scrivo, sono stato sempre in viaggio. Da qualche giorno sono tornato a Rio. La mia pancia ha fatto le bizze appena sono tornato, ma adesso si sta sistemando.
Ho fatto quasi 10mila km in autobus toccando le principali città della costa, ma quante cose ho lasciato indietro: Salvador, Recife, Fortaleza, Belem, e poi lo stesso itinerario del ritorno, passando per Parnaiba e Limoeiro. Sempre in autobus, viaggiando spesso di notte. Le strade per la maggioranza sono distrutte. Dicevo agli autisti che neanche la strada che va da casa mia ai campi che coltiva mio padre era messa così male.

Nel cuore mi porto il volto di tante persone incontrate e progetti visitati. Conoscere vecchi contatti di Macondo e stabilire nuove possibilità di viaggio era uno degli obiettivi. Quante storie ho incontrato e spero di raccontarne alcune così da farvi partecipi di quello che ho vissuto. Sento che il mio animo è più carico, più ricco e la mia mente ha avuto la possibilità di comprendere meglio la realtà di questo immenso paese che si chiama Brasile.

Tornando a casa ho ripreso contatto con l’associazione Amar e dopo un mese li ho trovati ancor più motivati nel loro lavoro. In particolare a Duque de Caxias, vicino al quartiere di Sebastião (Santa Cruz) una nuova comunità sta crescendo (costruiscono case in una zona di acquitrino e pantano) stanno sorgendo iniziative e il progetto di rinforzo scolastico adesso si sta arricchendo del progetto di alimentazione per bambini piccoli denutriti.
Ho cominciato anche a riprendere in mano i contatti con tutte le persone che nel prossimo periodo verranno in Brasile e con la programmazione delle attività di Amar.

Oggi i giornali hanno comunicato la notizia che il Brasile è il secondo paese al mondo per morti da arma da fuoco dopo il Venezuela.
La violenza l’ho vista in tutte le città visitate, ma Rio è la più terribile, quella più pericolosa. Come vi ho già detto qui ci sono dai 20 ai 30 morti al giorno per arma da fuoco e il governo sta portando avanti il referendum per limitarne il possesso. La violenza però non è il problema ma il sintomo. Purtroppo si continua a curare il sintomo perché a Rio arriverà più polizia. La violenza nasce dall’ingiustizia e dall’abbandono, dalla povertà e nessuno lo dice, sono tutti preoccupati a proteggersi dalla violenza (creando difese) e non a diminuirla (curarla). Che cecità. Città sicura vuol dire, più polizia e quindi più armi. Inoltre la violenza di Rio è causata almeno per la metà dalla polizia stessa che è nella maggioranza corrotta e criminosa.
Ma lasciando queste notizie allegre passiamo a quelle (tragico)serie.

IL SECONDO INCONTRO CON LUCIO FLAVIO PINTO

Fondamentalmente il viaggio aveva come obiettivo arrivare a Belem per incontrare Lucio Flavio Pinto. Con lui ho avuto due incontri. Il primo ve l’ho già raccontato, mi preme raccontarvi il secondo, anche questo molto interessante. Ieri Lucio mi ha scritto che gli sono arrivati altri 3 nuovi processi contro di lui da parte del direttore del giornale ‘O Liberal’, Romulo Majorana. Adesso in totale devono essere 24 i processi di cui da solo si sta difendendo.
Sul sito di informazione per l’America latina ‘Adital’ c’era un suo articolo sulla realtà delle ‘imprese mineradoras’ (imprese minerarie) che stanno estraendo bauxite (per fare alluminio) nello stato del Parà e nel vicino Maranhão. Il sottosuolo presenta giacimenti immensi di bauxite e adesso hanno scoperto rame e nichel. L’Amazzonia non ha solo acqua dolce, legno, biodiversità: il suo sottosuolo è ancora più ricco. Lucio sta ponendo l’attenzione a questa realtà da tempo con una discussione permanente con le imprese che cambieranno il volto di questa terra, in modo che non la distruggano e le persone (spesso popoli indigeni) siano destinati alla morte (fisica o sociale). Esiste una legge che dice che le imprese, quando fanno un progetto di estrazione, devono presentare anche la relazione sull’impatto ambientale e questo sarebbe un grande strumento se usato. Il suo articolo vuole risvegliare la coscienza affinché la società diventi attenta a queste relazioni di impatto ambientale e non si lasci ingannare.

Ma torniamo al secondo incontro con Lucio.
Ero da una settimana a Belem e aspettavo una chiamata da Lucio per un secondo incontro. Visto che non arrivava, l’ho cercato per salutarlo prima di andare via. Per fortuna prima di partire mi chiama lui e ci diamo appuntamento per il martedì 16 al pomeriggio. Lo trovo un po’ più disteso rispetto alla settimana precedente, quando era tiratissimo per i nuovi processi che gli erano arrivati e per il poco tempo per preparare la sua difesa.
Inizio il discorso mostrandogli la notizia sul giornale che Romulo Majorana Junior (quello che lo ha picchiato) aveva ricevuto a São Paulo il premio che evidenzia i migliori impresari del Brasile, in quanto il suo gruppo editoriale (giornali, tv, pubblicità) è quello che ha avuto il maggior incremento. Poi gli racconto che in quella settimana ho incontrato varie persone e che la maggioranza di loro pensa che il ‘litigio’ con Romulo Majorana sia un fatto personale. Questa è l’impressione che ne ricava la gente, visto come il fatto viene presentato.

Lucio riprende il mio discorso evidenziando quella che è stata la cosa che gli ha fatto più male. Non tanto il fatto che nessun avvocato voglia difenderlo o che la gente non voglia testimoniare, ma l’atteggiamento del mondo giornalistico. I giornalisti sono quelli che gli hanno voltato le spalle praticamente dicendo che è un problema suo, personale. I giornalisti non hanno preso in considerazione il motivo vero, cioè le denuncie, i suoi articoli, che sono dei veri reportage che scavano a fondo, ma hanno ridotto la questione di nuovo a fatti personali.

Io rimango esterrefatto perché mi sembrava, da quello che avevo visto su internet, che si fosse alzato un coro di protesta. Di fatto non è stato così, perché l’organo dei giornalisti ha liquidato la faccenda facendo ricadere su Lucio le colpe. Per me questa era una novità e non potevo che chiedere ‘come mai’?

Censura e autocensura
Qui Lucio comincia a parlare del suo essere giornalista.
Mi dice: sotto la dittatura mi hanno fatto un processo e sono stato condannato, in democrazia ho 21 processi e 2 condanne (ancora in procedimento). Tra le righe mi sta dicendo: Noi pensiamo che la democrazia sia la possibilità di libertà, ma in pratica la censura è sostituita dall’autocensura che è ancora più terribile . Io gli chiedo: ma come è possibile?
Vedi, mi dice, nella dittatura c’era una persona che analizzava tutto quello che si scriveva e decideva cosa pubblicare. Spesso le notizie passavano e tra le righe e si potevano capire molte cose. Adesso in tempo di libertà, nel giornalismo domina l’autocensura.
Io gli chiedo di spiegarmi concretamente cosa vuol dire.
Lucio mi dice che ci sono tre tipi di autocensura.
La prima è quella del proprietario del giornale che non vuole pubblicate cose contro i suoi interessi e dei suoi amici.
La seconda è l’autocensura degli uomini di fiducia del proprietario, che evitano di pubblicare ciò che ritengono (pensano) lui non voglia veder scritto, che il padrone non verrà mai a sapere.
La terza riguarda il cambiamento della struttura dei giornali. Da tempo le varie case editrici in Brasile, non assumono giornalisti, hanno sviluppato una altra formula, si avvalgono di giornalisti che si riuniscono formando delle imprese di tipo terziario. Logicamente questi giornalisti, per ottenere un contratto, presentano lavori che difendano le imprese che li paga. Creano articoli a favore dei potenti e creano lobby per difendere i loro interessi.
Lucio a questo punto fa un sorriso ironico e dice: per loro io sono pericoloso!

Mentre parla, ripenso ai suoi articoli che avevo letto in quei giorni dove descrive la sua idea di essere giornalista.
Riporto:
“Non so fare giornalismo che non sia quello di una informazione esatta, impegnato ad arrivare alla più profonda approssimazione alla verità. Posso sbagliare su cose marginali, posso anche sbagliare sulle conclusioni. Ma il mio punto di partenza è sempre lo stesso: Dove sono i fatti? Quali le cause? Dove sono le origini? Quali sono le conseguenze? Sarò incriminato, sarò condannato, andrò in prigione, sarò aggredito, (morirò?)?, ma non smetterò di fare l’unica cosa che ho imparato a fare, e senza dubbio con competenza: giornalismo.”

Mentre lui parla io capisco che il suo essere giornalista è incentrato su una completezza di informazione e per questo è impegnato a dire quello che gli altri non dicono, attento alle menzogne, alle mezze verità delle informazioni. Per questi motivi capisco che un uomo così forse è più pericoloso per il mondo giornalistico che per minacciare gli interessi economici di grosse imprese. Per questo motivo Romulo Majorana, padrone dell’80% dell’informazione del Parà, vede in Lucio un nemico pericoloso, più simbolico che reale, perché non smaschera tanto i giochi di potere o di sfruttamento dell’Amazzonia, quanto l’occultamento della verità, smaschera la menzogna, il falso giornalismo. Un uomo così è davvero pericoloso.
Alcuni amici con i quali ho parlato mi hanno detto che se lui vede qualcosa di sbagliato non tace neanche se sei suo amico, la verità viene prima di tutto.

Lucio riprende il suo discorso sottolineando come non sono capaci di combattere la sua analisi con un’altra verità, non rispondono al suo articolo con un altro articolo, ma essendo i padroni anche della giustizia se ne servono per farlo fuori (il giudice capo, una donna, del tribunale penale di Belem è parente dei Majorana). Lucio dice che è cosciente che a Belem perderà, ma lui ricorrerà finchè la cosa giunga a Brasilia, dove l’influenza dei Majorana non dovrebbe arrivare. Questo è il suo obiettivo. Da questo si capisce che non è un discorso di ricerca della verità, ma un caso politico.
Lucio ammette che la società civile è debole, non capisce (non vuole capire) e nessuno di fatto osa mettersi contro il potere del padrone dell’informazione. Chi l’ha fatto (come il rettore dell’università federale di Belem) il giorno dopo si è visto sul giornale un articolo che parlava male di lui. Chi osa criticare sa che andranno a scavare nella sua vita e lo metteranno alla berlina.
Mentre Lucio parla noto, cosa evidentissima anche negli articoli che scrive, la ricchezza di citazioni letterarie, esempi, date, aneddoti. Cita libri, autori, frasi, cifre, nomi con una disinvoltura e padronanza sorprendente segno di una cultura vasta. Chi lo ascolta o lo legge è invitato ad aprire finestre di ricerca, a crescere in conoscenza. Anche nel dialogo ha citato libri, autori, film, storie che mi invitavano a scoprire mondi e storie che non conoscevo. Lui parlava e io scrivevo e mi diceva: devi vedere questo, leggere quest’altro. Credo che in Brasile siano pochi i giornalisti che come lui passano dai dati sulla quantità di bauxite estratta e i milioni di dollari ricavati, alla citazione di Kafka, dalla descrizione di una zona alla data in cui hanno concesso l’autorizzazione per iniziare l’estrazione.
Il suo discorso lo porta a ricordare come ha iniziato ad interessarsi dell’Amazzonoia. Lui è nato a Santarem, città a 3 giorni di barca da Belem, lungo il Rio delle Amazzoni. Gli studi lo hanno portato fino a São Paolo e li ha fatto il giornalista sotto la dittatura. Il giornale per il quale lavorava (il famoso Estado de São Paulo) lo mandò ad intervistare un industriale che iniziava delle attività di sfruttamento dell’Amazzonia e ne parlava con entusiasmo. Mentre questo industriale parlava, Lucio si rese conto che quella visione della Amazzonia era quella del mondo occidentale, degli uomini di affari della città. Non era affatto la visione della gente che ci viveva e neanche la sua.
Dopo quella intervista decise che doveva ritornare in Amazzonia e far sentire la vera voce, non quello che gli altri pensavano. Si trasferì a Belem per far conoscere l’Amazzonia di quelli che ci hanno abitato e che ancora vi abitano. Per quasi 20 anni ha scritto.
L’Amazzonia è una battaglia persa, mi aveva detto nel primo incontro e mentre parlava non capivo bene e interpretavo che la sua era una voce inascoltata. Ora leggendo un suo libretto scritto 3 anni fa che si intitola “Internazionalizzazione dell’Amazzonia” capisco il senso.
Far parlare l’Amazzonia è un tentativo inutile. L’Amazzonia ha una storia e uomini l’hanno abitata ma nessuno ascolterà la storia di questa terra, perché gli interessi sia brasiliani che internazionali sono per lo sfruttamento. Troppa ricchezza per poter essere rispettata.
L’Amazzonia è la nuova frontiera. Frontiera è una parola che per me ha un fascino. Frontiera , mi evoca il film ‘Balla coi lupi’. “Vedere la frontiera prima che scompaia”. L’Amazzonia è questo, una terra il cui mistero e ricchezza stanno per essere scoperti dalla civiltà e quindi sfruttata e distrutta. Chi la vuol vedere questa frontiera si affretti, i tempi stanno diventando stretti.
A bruciapelo gli faccio una domanda: Se vogliono farti fuori, quanto costa ammazzarti?
Lui con un sorriso mi dice che nella tabella dei prezzi del Parà per ammazzare un giornalista si chiede 10mila reais (3mila euro), una suora 30mila. La suora che hanno ucciso alcuni mesi fa è costata 50mila perché era molto importante nella zona. Mi dice che non ha nessuna difesa, potrebbero ammazzarlo con molta facilità.

Concludiamo il nostro incontro chiedendogli cosa possiamo fare per lui. Lui ci dice che in questo tempo deve sostenere questa battaglia, cioè difendersi e nessuno lo può fare al suo posto. Se non fosse per questa storia di Majorana e dei processi, probabilmente avrebbe già chiuso il suo “Jornal Pessoal?”, ma adesso deve lottare. Io gli dico anche che se la sua vita è minacciata può lasciare il Brasile, ma mi fa capire che così perderebbe tutto. Dalla sua calma nel rispondermi, capisco che la scelta per lui è già fatta. Una coerenza con il suo essere giornalista che non cederà mai, non abbandonerà la lotta.
Un abbraccio forte e la promessa di restare in contatto e di tenermi aggiornato.

Mauro Furlan